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PFAS nelle acque reflue, Acqua Novara VCO testa la SAFF40



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Acqua Novara VCO avvia la prima applicazione italiana della tecnologia SAFF40 per ridurre i PFAS nelle acque reflue. Una sperimentazione che intreccia innovazione industriale, responsabilità territoriale, investimenti sulle infrastrutture e costruzione di dati utili alle future decisioni del settore idrico

Pubblicato il 16 giu 2026

Daniele Barbone

Amministratore Delegato Acqua Novara VCO



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C’è un modo poco retorico per misurare la maturità comunicativa quando l’argomento riguarda il bene più prezioso esistente sulla terra: l’acqua. Ho osservato cosa succede quando un’azienda decide di esporsi su un tema difficile, tecnico e potenzialmente sensibile e il risultato è che un’azienda possa essere da stimolo anche per il contesto politico del Paese.

È il caso di Acqua Novara VCO, che guido come amministratore delegato: una realtà del quadrante piemontese che – mentre celebriamo vent’anni di attività, con un bilancio sia sostenibile che economico virtuoso (valore della produzione pari a 87,6 milioni di euro, fatturato a 75,6 milioni di euro e un utile d’esercizio di 8,9 milioni di euro) – abbiamo scelto di portare verso una sfida più ambiziosa, attraverso un piano di investimenti da 565 milioni di euro al 2036, per posizionarci come attore credibile sia sul tema dei cambiamenti climatici che sullo spinoso dossier PFAS.

Acqua Novara VCO e la sfida dei PFAS

La nostra leva è industriale e allo stesso tempo narrativa. Quando parliamo di gestione idrica, il nostro desiderio diventa subito quello di lasciare un’impronta. Dopo una sperimentazione di laboratorio con risultati superiori al 90% di abbattimento, abbiamo deciso di avviare da inizio marzo la prima applicazione italiana della tecnologia australiana SAFF40, sistema già adottato all’estero e progettato per ridurre in modo significativo la presenza di PFAS nelle acque reflue. Non è solo un upgrade tecnico: è una presa di posizione pubblica, non locale ma nazionale. Siamo i primi a entrare in questa sfera nuova che riguarda la gestione e lo smaltimento degli inquinanti più complicati per le acque reflue e per questo vogliamo porci in modo virtuoso.

Il principio della SAFF40 è quello della separazione per “schiumazione”: le molecole dei PFAS vengono intercettate attraverso bolle d’aria e concentrate fino a essere isolate e smaltite. Un processo apparentemente semplice, ma che apre scenari industriali nuovi per un settore storicamente percepito come poco incline all’innovazione rapida. Con l’attuale configurazione del SAFF abbiamo la possibilità di trattare fino a 20 metri cubi di acque fognarie ogni ora di funzionamento.

La tecnologia SAFF40 come laboratorio applicato

La sperimentazione ha anche una valenza tecnologica che va oltre il singolo impianto. La piattaforma SAFF40 è infatti concepita come un sistema industriale capace di generare informazioni utili a comprendere il comportamento dei PFAS nelle diverse matrici reflue. Il processo si sviluppa attraverso stadi successivi di trattamento nei quali microbolle d’aria favoriscono il trasferimento delle molecole contaminanti verso la frazione schiumogena. Questa viene progressivamente concentrata fino a ridurre drasticamente il volume finale da gestire e ottenere un concentrato ad altissima presenza di PFAS destinato a successivo smaltimento specializzato. Ogni fase del processo produce informazioni tecniche preziose sull’efficienza di rimozione, sui consumi e sulla replicabilità della soluzione in contesti differenti, trasformando la sperimentazione in un vero laboratorio applicato di innovazione per il settore idrico. In questo senso il trattamento non rappresenta soltanto una soluzione impiantistica, ma anche un’opportunità per acquisire dati, misurare performance e costruire una base conoscitiva utile alle future decisioni industriali e regolatorie.

Non mi limito a parlare di efficacia: ritengo necessario valutare anche i costi di esercizio e la possibilità di estendere queste soluzioni anche in altri contesti. È una puntualizzazione che restituisce il senso dell’operazione: non una dimostrazione tecnologica, ma un test di scalabilità. Dopo aver preso in esame quattro diverse tecnologie, noi di Acqua Novara VCO abbiamo deciso di attuare una sperimentazione con la SAFF anche perché si tratta di una tecnologia in grado di ramificarsi nel settore industriale del territorio. Anche le aziende a monte possono installarla per contrastare i PFAS che producono. Oltre a questa ne stiamo valutando anche altre. Ma su questa siamo più avanti nei lavori.

Dalla sperimentazione alla scalabilità industriale

Un aspetto particolarmente interessante della sperimentazione riguarda proprio la sua possibile trasferibilità. Uno dei limiti più frequenti delle innovazioni ambientali è infatti la difficoltà di passare dalla fase sperimentale all’applicazione industriale su larga scala. Per questo abbiamo scelto di testare una tecnologia già adottata in altri contesti internazionali e di valutarla non soltanto in termini di efficacia di abbattimento, ma anche sotto il profilo operativo, energetico ed economico. La sperimentazione in corso ci consentirà di raccogliere dati reali sul comportamento del sistema in condizioni di esercizio continuativo, verificandone la capacità di adattarsi a differenti tipologie di reflui e di integrarsi con gli impianti esistenti. È un approccio che considera l’innovazione come un processo di validazione progressiva e non come una semplice introduzione di nuove apparecchiature. In questo senso la tecnologia diventa uno strumento per generare conoscenza applicata e costruire modelli replicabili, mettendo a disposizione del settore informazioni utili per affrontare una sfida che nei prossimi anni interesserà sempre più territori e filiere produttive.

La questione PFAS, del resto, non è soltanto tecnica. Si tratta di composti chimici persistenti, utilizzati in numerosi processi industriali e prodotti di consumo, la cui presenza nell’ambiente è sempre più oggetto di attenzione scientifica e regolatoria. In questo contesto, il posizionamento che abbiamo scelto per una utility pubblica come la nostra assume inevitabilmente un valore che va oltre la dimensione operativa.

Lo riconduco a una responsabilità concreta: l’eliminazione dei residui a valle del ciclo si aggiunge agli sforzi per prevenire il rilascio a monte. Un equilibrio che richiama il ruolo delle aziende di servizio come presidio territoriale, chiamato a intervenire dove la filiera industriale e normativa non è ancora pienamente allineata.

Piemonte, normativa e nuovi limiti sugli scarichi

Il Piemonte, da questo punto di vista, rappresenta un laboratorio avanzato, anche sul piano regolatorio, essendo l’unica regione con una normativa specifica sugli scarichi di queste sostanze. Ma la direzione che abbiamo deciso non si limita a inseguire gli standard esistenti. Stiamo già lavorando per garantire il rispetto dei limiti più stringenti che entreranno in vigore nei prossimi anni, indicando una traiettoria che guarda oltre l’adeguamento formale.

Nel percorso costruito per l’azienda, l’innovazione non è disgiunta dalla dimensione infrastrutturale. Oggi, però, parlare di innovazione infrastrutturale significa inevitabilmente parlare anche di innovazione digitale. La gestione delle nuove forme di contaminazione richiede infatti una crescente capacità di raccolta, elaborazione e interpretazione dei dati ambientali. Sensori, monitoraggi, mappature territoriali e analisi delle matrici reflue diventano strumenti essenziali per individuare le fonti di pressione e valutare l’efficacia delle azioni intraprese nel tempo. La sfida dei PFAS non si esaurisce nella disponibilità di una tecnologia di trattamento efficace, ma richiede sistemi di monitoraggio, mappatura delle fonti di pressione sul territorio e capacità di misurare nel tempo gli effetti delle azioni intraprese. Anche per questo la sperimentazione della SAFF40 assume un valore ulteriore: consente di costruire una base informativa utile a comprendere dove intervenire, con quali strumenti e con quali costi, mettendo a disposizione del settore elementi concreti per future decisioni industriali e regolatorie. La tecnologia rappresenta quindi uno strumento di conoscenza prima ancora che di trattamento, in un contesto in cui le utility sono sempre più chiamate a diventare gestori di dati oltre che di infrastrutture.

Una utility locale come piattaforma di innovazione

Gli investimenti sulle reti, la riduzione delle dispersioni e il potenziamento degli impianti si intrecciano con la sperimentazione tecnologica, componendo un disegno che punta a rafforzare l’efficienza complessiva del sistema idrico.

È in questa integrazione che si gioca la partita più interessante. Perché, se l’attuale sperimentazione dovesse confermare i risultati su larga scala, non si tratterebbe soltanto di un avanzamento tecnico, ma dell’indicazione di un possibile modello: una utility locale, radicata nel territorio, che diventa piattaforma di innovazione applicata.

Nella depurazione dell’acqua possiamo diventare, perché no, anche un possibile modello in Europa. Più che un’ambizione, è la direzione di lavoro che cerchiamo di perseguire.

Non ci presentiamo come soggetto salvifico, ma come gestore che investe, testa soluzioni e prova a colmare un ritardo di sistema. È una differenza sostanziale: ci consente di presidiare autorevolezza scientifica, responsabilità territoriale e una pressione costruttiva sul quadro normativo.

Per una società dell’acqua, non è un dettaglio. È un salto di reputazione. Da gestore locale a caso nazionale di comunicazione pubblica applicata all’innovazione ambientale.

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