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Che fine ha fatto il lavoro da remoto in Italia?



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Gli annunci di lavoro mostrano una distanza tra dichiarazioni e domanda reale delle imprese. Remote working, intelligenza artificiale e sostenibilità emergono meno di quanto suggerisca il dibattito pubblico, con segnali diversi tra banche, consulenza tecnologica e posizioni legate alla transizione green

Pubblicato il 19 giu 2026

Pier Giorgio Bianchi

Amministratore Delegato e co-fondatore Talents Venture



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Molti articoli sui fabbisogni occupazionali delle imprese italiane partono da indagini (come quella periodica di Unioncamere-Excelsior), in cui sono le aziende stesse a raccontare quali profili cercheranno nei mesi successivi. Sono strumenti utili per capire le intenzioni, ma le intenzioni non sempre coincidono con le azioni. Dichiarare di aver bisogno di una figura non significa cercarla davvero, pubblicando un annuncio e aprendo una selezione.

Lavoro da remoto in Italia, cosa emerge dagli annunci

Per andare oltre le percezioni, uno strumento complementare alle survey sono proprio gli annunci di lavoro. Leggere ciò che le aziende scrivono quando si rivolgono a chi cerca lavoro è uno dei modi più diretti per capire cosa stia succedendo davvero. Per questo motivo, tra marzo e aprile, l’Osservatorio Talents Venture ha pubblicato tre analisi che si muovono in questa direzione.

La prima riguarda 77 annunci pubblicati a febbraio 2026 dai cinque principali gruppi bancari italiani (Unicredit, Intesa Sanpaolo, BPER, Banco BPM e Monte dei Paschi di Siena). La seconda osserva 329 annunci pubblicati tra il 16 e il 21 gennaio 2026 da tre colossi della consulenza tecnologica (Accenture, Capgemini ed Engineering). La terza ricostruisce, attraverso una mappatura mensile su LinkedIn lungo tutto il 2025, gli annunci che citano la sostenibilità nel titolo della posizione.

Il primo dato riguarda proprio il lavoro da remoto, ed è netto. Nel settore bancario, solo 3 annunci su 77 menzionano la possibilità di lavorare da remoto (4%). Nella consulenza tecnologica, il full remote compare in meno dell’1% dei casi. La modalità ibrida è la più diffusa quando dichiarata (27% nella consulenza), ma il 68% degli annunci non specifica alcuna politica di presenza in ufficio.

In due settori molto diversi tra loro si osserva lo stesso schema: l’idea di un passaggio strutturale al lavoro da remoto, emersa negli anni della pandemia, sembra ormai tramontata. Per chi cerca lavoro, la flessibilità non è più un’opzione scontata.

Intelligenza artificiale e domanda di lavoro

Il secondo dato va contro il sentito dire. Se si ascolta il dibattito pubblico, sembra che ogni azienda stia correndo ad assumere profili legati all’intelligenza artificiale. I numeri raccontano altro.

Nel settore bancario, su 77 annunci, le posizioni esplicitamente collegate all’IA sono tre: un AI engineer, un Predictive AI data scientist e un Senior big data engineer / Machine learning engineer. Nella consulenza tecnologica, gli annunci dedicati all’IA sono 17 su 329, il 5% del totale. In entrambi i settori l’intelligenza artificiale è presente ma marginale rispetto al volume complessivo della domanda di lavoro.

Nella consulenza emerge un’altra evidenza: la domanda tecnologica è più ampia e variegata di quanto il rumore pubblico lasci pensare. Le figure più ricercate sono i consulenti ERP e CRM (13%), gli sviluppatori software (12%) e gli ingegneri delle infrastrutture (11%). Cybersicurezza e intelligenza artificiale sono tra le categorie meno rappresentate.

Sostenibilità, formazione e mercato del lavoro

Il terzo dato riguarda la sostenibilità, dove la distanza tra dichiarazioni e azioni è particolarmente evidente. Nel decennio 2015/16-2024/25, i corsi di laurea che richiamano la sostenibilità nel titolo sono passati da 23 a 185 e gli iscritti al primo anno sono cresciuti più di otto volte.

Sul fronte del mercato del lavoro, invece, nel 2025 gli annunci pubblicati su LinkedIn con la parola sostenibilità o sustainability nel titolo sono stati 565: una media di 47 al mese, a fronte di 2.421 persone laureate in ambito sostenibilità nel 2024. A gennaio 2026 il dato mensile è raddoppiato (126 annunci), ma resta distante dai numeri dell’offerta formativa.

C’è anche un secondo aspetto, qualitativo. Tra gli annunci analizzati, diversi hanno semplicemente “appiccicato” un’etichetta green a posizioni il cui contenuto con la transizione ha poco a che vedere: consulenti commerciali per la vendita di pannelli fotovoltaici, auditor ambientali, specialisti di rendicontazione in enti finanziari. Il tratto comune è che è più facile vendere o certificare la sostenibilità, che produrla.

Le implicazioni operative per le aziende

Tre evidenze, lette insieme, suggeriscono altrettante azioni concrete per chi oggi assume.

La prima riguarda la modalità di lavoro. Dichiarare fin dall’annuncio quale sarà la politica di presenza in ufficio è una leva di attrattività sottovalutata. In un mercato in cui la maggior parte delle aziende lascia il punto in sospeso, essere estremamente chiari diventa un elemento distintivo della proposta di valore.

La seconda riguarda l’intelligenza artificiale. Secondo i dati ripresi nell’indagine su cittadini e Ict di Istat pubblicati a fine aprile, nel 2025 solo il 19,9% degli italiani tra 16 e 74 anni ha utilizzato strumenti di intelligenza artificiale generativa negli ultimi tre mesi. A livello europeo, l’Italia è al penultimo posto, con una quota di 32,7%. La Romania è all’ultimo posto con 17,8%. Continuare a non investire su queste competenze significa lasciare sul tavolo recuperi di produttività e allargare un divario che già ci penalizza rispetto ai principali Paesi europei.

La terza riguarda la sostenibilità, e tocca un punto di responsabilità condivisa tra imprese e università. Oggi ci sono persone laureate in sostenibilità che non trovano una domanda di lavoro all’altezza della loro preparazione. Le aziende devono costruirsi una cultura che le porti a cercare davvero questi profili, e non ad “appiccicare” un’etichetta green su posizioni che con la transizione hanno poco a che vedere. Sul fronte opposto, le università hanno un duplice compito: contribuire a sviluppare questa cultura nei datori di lavoro e, allo stesso tempo, incentivare l’imprenditorialità di chi si laurea, perché possano nascere nuove imprese sostenibili fin dall’origine. Il sistema formativo ha anticipato quello produttivo. Ora serve che il sistema produttivo lo segua.

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