Osservando l’andamento economico delle attività produttive in Italia rispetto alle politiche per l’innovazione recentemente intraprese viene da chiedersi, in maniera seria e al di là di ogni intento puramente retorico o sterilmente polemico, se al nostro Paese manchi una politica industriale.
La valutazione di impatto economico è sempre un’attività complessa, anzitutto perché si compone di diversi fattori, poi perché diversi sono gli enti che si occupano di fornire i relativi dati e infine perché i periodi di riferimento sono quasi sempre differenti da fonte a fonte.
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La politica industriale italiana tra dati economici e produttività
Basti pensare che secondo Eurostat la produttività italiana per ora lavorativa dal 2020 al 2024 è scesa del 3,7%, quando in Germania, nello stesso periodo, sarebbe cresciuta dello 0,7% e in Spagna addirittura del 2,7%. Se si guarda, invece, agli investimenti in beni intangibili – software, brevetti, formazione e organizzazione, così decisivi ai fini della transizione digitale – secondo uno studio di BNP Paribas questi sono passati dal 7 all’8,4% del PIL tra il 1995 e il 2023, mentre in Francia sono saliti dall’11 al 16% e in Germania dal 7 al 10%. Numeri che propendono a favore di una valutazione critica dello stato di salute del nostro sistema industriale, al confronto con quello degli altri principali Paesi europei. Ma se si considera un recente Rapporto OCSE sulle strategie industriali di venti Paesi tra il 2019 e il 2023, si perviene a conclusioni radicalmente opposte: l’Italia sarebbe fra i Paesi che una politica industriale ce l’ha e l’avrebbe anche più intensa e continua di tanti altri concorrenti europei.
Una strategia che non si presenta sotto le insegne di un unico grande piano nazionale, risultando di fatto frammentata in diverse misure e provvedimenti, dal credito di imposta alle garanzie pubbliche, al prestito agevolato. Anche se un tratto che contribuisce a differenziarla da quella degli altri grandi Paesi europei sta nel fatto di essere esageratamente condizionata da quello, che in termini di policy style, viene definito “sostegno difensivo”: “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti”, verrebbe da dire ricordando un bel libro di Franco De Benedetti di dieci anni fa (perché ahimè l’Italia lì è rimasta!) sui limiti patologici della politica industriale del nostro Paese. Una politica industriale in cui lo Stato si sostituisce al mercato nello scegliere i vincitori della gara concorrenziale salvo poi, in caso di insuccesso, proteggere i settori che perdono terreno, ma che pesando “politicamente” e “occupazionalmente” costringono a costosissime operazioni di salvataggio.
Sussidi, incentivi e settori meno competitivi
Secondo il suddetto Rapporto OCSE, per quel che concerne gli strumenti finanziari non collegati alle esportazioni, l’Italia ha mobilitato l’1,42% del PIL 2023, contro l’1,19% della Germania e una media OCSE dello 0,92%. Su macchinari, impianti e altri beni materiali, l’Italia è arrivata allo 0,59% del PIL tramite sovvenzioni e spese fiscali, risultando dietro Regno Unito e Turchia, ma comunque davanti a Francia e Germania. Incrociando l’intensità del sostegno, che nel caso italiano è indubbiamente elevata, con le caratteristiche dei settori che lo ricevono, sempre l’OCSE evidenzia una tendenza che descrive assai bene il caso italiano: i sussidi vanno ai settori con molti occupati e poco vantaggio competitivo all’estero, non a quelli più produttivi o esportatori. In tal senso, a parità di tutto il resto, un settore con un 10% in più di vantaggio comparato riceve il 5,8% in meno di sostegno, mentre un settore con il 10% di addetti in più riceve l’8,7% di sostegno in più, senza contare poi che nulla o poco arriva al segmento delle professioni e delle piccole imprese che difficilmente, per le difficoltà burocratiche, approdano a sussidi e/o supporti di qualunque genere malgrado tante risorse siano anche disponibili in molti casi. Lo vediamo in molti casi noi che ci occupiamo di pratiche e assistiamo questo genere di aziende, non hanno tempo, informazione e spesso il supporto di cui hanno bisogno.
Vi è da dire che si tratta di un fenomeno non particolarmente sorprendente: poiché, da un lato, lo si ritrova più o meno in tutti e venti i Paesi oggetto dell’indagine OCSE e, dall’altro, si inserisce in un quadro interpretativo ormai consolidato a livello internazionale. La semplice realizzazione di investimenti, soprattutto in ambito digitale, se può indurre un aumento di occupazione non è condizione sufficiente per ottenere un aumento della produttività. Si tratta del cosiddetto “productivity paradox” della digitalizzazione: la diffusione di tecnologie avanzate è ampia e accelerata, ma i guadagni di produttività a livello aggregato restano modesti o ritardati nel tempo. La spiegazione principale di questo fenomeno risiede nella lentezza dei processi di adattamento organizzativo e nella difficoltà di molte imprese, in particolare quelle di dimensioni medio-piccole e piccolissime, di sfruttare pienamente le tecnologie adottate.
Transizione digitale e produttività delle imprese
Numerosi sono gli studi che dimostrano come gli investimenti nella transizione digitale producano effetti positivi solo se accompagnati da un insieme più ampio di fattori complementari, tra cui capitale umano qualificato, innovazione organizzativa e capacità manageriali. Condizioni che faticano a crearsi soprattutto nei contesti di imprese di piccole e piccolissime dimensioni, dove quasi sempre scarseggiano le competenze digitali più avanzate, oltre che modalità organizzative e gestionali efficaci nel gestire in maniera proficua il mutamento tecnologico. Accade invece che in molti casi le imprese utilizzino incentivi e crediti fiscali anzitutto per procurarsi un aumento d’intensità del capitale impiegato, per esempio attraverso un semplice ammodernamento dei macchinari, senza preoccuparsi di ottenere un significativo incremento dell’efficienza complessiva. Va detto che sulle competenze, la formazione, le risorse destinate sono molte, forse anche troppo, tuttavia non sappiamo mai qual è il risultato che producono nel sistema complessivo della nostra economia. Forse anche in questo ambito andrebbero rivisti criteri, logiche e destinazioni di tanti denari destinati alla formazione. Ad esempio quelli indirizzati al collocamento e ricollocamento cosa realmente producono. Percorsi, temi, profili, serve una revisione di questi strumenti.
Per queste ragioni, è plausibile ritenere che l’interrogativo da porsi non riguardi l’esistenza in quanto tale di una politica industriale ma gli effetti che tale politica permetta in concreto di conseguire. Cosa siamo davvero riusciti a ottenere da un così ampio ventaglio di investimenti, crediti d’imposta e sostegni come quelli messi in campo dall’Italia negli ultimi anni? Dato che, come mostrano i fondamentali economici, la produttività nel nostro Paese stenta ancora oggi a crescere? Una prima risposta a questa domanda è fornita dal Comitato scientifico per la valutazione dell’impatto economico del Piano Transizione 4.0, composto da rappresentanti di MEF, MIMIT e Banca Italia, che di recente ha approvato il suo Rapporto finale, di cui è disponibile al pubblico una Sintesi.
Gli effetti di Transizione 4.0 su investimenti e occupazione
Secondo questo Rapporto, tra il 2020 e il 2023 Transizione 4.0 avrebbe generato circa 35 miliardi di euro di crediti d’imposta, di cui 27 miliardi legati ai beni materiali 4.0. Nelle società di capitali analizzate ci sono oltre 157 mila operazioni agevolate, 60 miliardi di investimenti e quasi 22 miliardi di crediti fiscali. Ogni euro di credito avrebbe attivato tra 1,5 e 2 euro di investimenti materiali, ma soprattutto nelle Pmi. L’occupazione è aumentata in misura crescente man mano che si scende nella scala dimensionale, fino a +3/+5 punti percentuali nelle microimprese. Viceversa, per le grandi imprese, nel Rapporto si legge che: “Non si riscontrano effetti statisticamente significativi” (nota a margine: ogni posto di lavoro aggiuntivo creato dalla misura, in quattro anni, è costato allo Stato tra 109 mila e 270 mila euro).
Sulla produttività, l’effetto è analogo: “positivo, ancorché contenuto” nelle imprese minori, e quasi nullo nelle grandi. Eppure esistono filiere italiane ad alta tecnologia, fortemente internazionalizzate e con produttività sopra la media: la space economy, parte della meccatronica avanzata e della farmaceutica. In buona sostanza, Transizione 4.0, pur avendo consentito la realizzazione di investimenti massicci, non ha prodotto alcun salto di qualità rispetto all’andamento della produttività.
Il limite della politica industriale italiana
Possiamo perciò concludere, come già era possibile evincere dal Rapporto OCSE, che il vero problema dell’Italia non sia l’assenza di una politica industriale, dato che essa c’è, mette in campo gli stessi strumenti utilizzati negli altri Paesi europei avanzati ed è sostenuta attraverso un’ingente mole di risorse. Il punto è che, nonostante per le imprese si spenda molto, i risultati che si ottengono sono piuttosto modesti: un po’ di investimenti in più, un po’ di occupazione in più, con effetti relativamente maggiori nell’ambito delle piccole e microimprese, ma tutto finisce qui. Ricorriamo in maniera stabile a crediti, garanzie, incentivi, fondi, ma fatichiamo a trasformare il capitale investito in vero valore aggiunto. Non abbiamo perciò un problema di quantità degli investimenti, ma siamo piuttosto vittime di una loro scarsa e inefficace integrazione nei processi produttivi e organizzativi. Se l’obiettivo è trasformare strumenti come il Piano Transizione 4.0 in un efficace volano per la crescita della produttività, emerge la necessità di un’evoluzione della politica pubblica lungo alcune nuove direttrici chiave.
In primo luogo, occorre un rafforzamento delle competenze. La carenza di capitale umano qualificato (si pensi alle competenze digitali avanzate) rappresenta uno dei vincoli strutturali più rilevanti e incide direttamente sulla capacità di valorizzare gli investimenti tecnologici. In questo senso, gli incentivi alla formazione dovrebbero assumere un ruolo molto più centrale e stabile, nonché essere strettamente collegati agli investimenti in nuove tecnologie digitali.
In secondo luogo, è necessario finalizzare meglio gli interventi a sostegno delle imprese, passando da incentivi basati sulla spesa a logiche orientate ai risultati o un mix delle due condizioni. Il modello attuale premia l’investimento, ma non necessariamente i risultati in termini di efficienza. L’introduzione di meccanismi legati a incrementi misurabili di produttività o valore aggiunto per addetto potrebbe contribuire a riallineare gli incentivi, indirizzando le imprese verso sforzi più performanti, ciò che le condizionalità finora introdotte non sono state in grado di fare.
Competenze, organizzazione e reti di imprese
In terzo luogo, serve una maggiore integrazione fra innovazione tecnologica e cambiamento organizzativo. Le tecnologie 4.0 generano valore aggiunto soprattutto quando vengono adottate in modo sistemico, lungo le filiere, nei sistemi informativi aziendali e nei modelli decisionali data-driven. Se la transizione digitale non è accompagnata dal necessario salto di qualità culturale in termini di gestione dei processi decisionali il suo impatto ne esce inevitabilmente ridimensionato.
Infine, resta centrale il tema della struttura produttiva: la frammentazione dimensionale del sistema italiano limita la capacità di assorbimento tecnologico e la scalabilità degli investimenti. Politiche che incentivino l’aggregazione e la cooperazione tra imprese possono contribuire a superare questi vincoli. Occorre cambiare radicalmente i modelli di governance in direzione delle reti di imprese, al fine di sopperire ai limiti strutturali che un tessuto pulviscolare di imprese di piccole o micro dimensioni è inevitabilmente costretto a scontare in termini di efficienza e produttività.
Sotto questo profilo, importante è anche il contributo proveniente dalle associazioni di impresa e di categoria, cioè dall’insieme di soggetti sociali che possono concorrere, in maniera coordinata, con le loro attività a supportare le imprese con funzioni che difficilmente potrebbero essere implementate in piccole realtà produttive. È quello che da anni facciamo nel nostro piccolo mondo fatto di microimprese di servizi amministrativi, dove abbiamo fatto della rete, della sinergia, il nostro asset propulsivo.
Tra l’altro in questo modello di governance, possiamo contribuire in maniera importante anche noi, professionisti delle pratiche amministrative, per quanto riguarda una maggiore efficacia nel raccordo con la Pubblica amministrazione, rispetto agli adempimenti e ai procedimenti che le imprese sono tenute a realizzare per accedere ai finanziamenti, per ottenerli rapidamente, per metterli a terra in modo coerente con le condizionalità di legge.
Dalla politica industriale alla strategia industriale
In sintesi, la principale lezione che possiamo derivare dal Rapporto di valutazione dell’impatto economico di Transizione 4.0 è che una politica efficace per gli investimenti non coincide automaticamente con una politica per la produttività. Per colmare questo divario è necessario un cambio di paradigma: da un modello centrato sull’accumulazione di capitale a uno orientato alla trasformazione complessiva delle imprese, in cui tecnologie, competenze e organizzazione evolvano in modo integrato e le professioni qui possono dare un grande contributo.
Di cosa avrebbe dunque bisogno l’Italia? Non di una politica industriale, che già ha, ma di una strategia industriale volta a indicare un orizzonte e degli obiettivi, non soltanto a rendere disponibili strumenti, che punti decisamente sull’innovazione tecnologica come fattore di mutamento organizzativo. Una strategia che guardi agli effetti concreti della politica industriale nel medio termine, con particolare attenzione verso i colli di bottiglia del nostro sistema produttivo: la forte prevalenza di imprese piccole e piccolissime, la presenza di competenze digitali insufficienti, le difficoltà nell’utilizzare in chiave abilitante le nuove tecnologie digitali. Solo in questo modo sarà possibile ottenere dei risultati sul terreno della produttività. Altrimenti, ogni euro speso continuerà a fare quello che ha fatto finora: tenere le cose “quasi ferme”.













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