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CO2 in calo, industria in ritirata: il successo climatico UE è davvero una vittoria?



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Il calo del 37% delle emissioni europee apre un interrogativo sulla transizione: l’industria produce in modo più efficiente o sta lasciando il continente? Tra carbon leakage, costi energetici ed ETS, il successo climatico rischia di nascondere una ritirata produttiva.

Pubblicato il 22 giu 2026

Andrea Ronchi

Carbon Markets | AI & Data Science for Sustainability | Founder @ CO2 Advisor



Cambiamento climatico
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La nuova edizione del Report “Decarbonization Policy & Technology” dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano scompone le emissioni europee e italiane con l’identità di Kaya, e fa emergere una domanda che il dibattito pubblico preferisce non porsi: il calo delle emissioni è il frutto di un’industria più efficiente o di un’industria che se ne va? Se è la seconda, allora una parte di quel risultato climatico che celebriamo è carbon leakage travestito da successo.

La delocalizzazione è il prodotto di un insieme di politiche inefficienti, e per anni l’ETS è stato la più efficiente fra tutte le misure. Ma da quando l’assegnazione è passata dalla gratuità all’asta, trasformandosi di fatto in una carbon tax, anche l’ETS si è unito al coro degli strumenti inefficienti, e oggi rischia di diventare un acceleratore della deindustrializzazione se non viene profondamente corretto, riportando il mercato al centro del suo funzionamento.

Due sedi, una domanda scomoda

Il 10 giugno, al Politecnico di Milano, l’Osservatorio Energy & Strategy ha presentato la nuova edizione del Report “Decarbonization Policy & Technology”, di cui CO2 Advisor è tra le aziende partner (il Report è scaricabile gratuitamente, previa registrazione, sul sito Energy & Strategy). Il 18 giugno, a Palazzo Montecitorio, il think tank ECCO ha ospitato l’evento “L’ETS per l’Italia: competitività, sicurezza, prospettive”(qui il video dell’evento), una tavola rotonda moderata dal giornalista Stefano Feltri alla quale ho avuto il piacere di intervenire per commentare con i panelist esponenti della politica, dell’industria e delle istituzioni, tra cui l’On. Chiara Braga (Presidente del gruppo parlamentare del Partito Democratico), l’On. Tullio Patassini (responsabile energia della Lega), Giampaolo Arachi (Consigliere dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio), Giuseppe Argirò (Amministratore Delegato di CVA S.p.A.), Nicoletta Pirozzi (IAI) e Marco Ravazzolo (Confindustria).

Da entrambe le sedi emerge la stessa domanda, che provo a porre senza la prudenza che di solito l’ accompagna. L’Europa esibisce un dato climatico importante: emissioni nette EU27 ridotte di circa il 37% tra il 1990 e il 2024, da poco più di 4,6 a meno di 3 GtCO2eq. L’Italia segue, con un -35% sostanzialmente allineato. È un risultato di cui andare orgogliosi. Ma di cosa è fatto, esattamente, quel risultato?

L’identità di Kaya come test diagnostico

Qui il Report fa una cosa utile. Invece di limitarsi a celebrare il numero, lo scompone con l’identità di Kaya, una metodologia che isola il contributo delle singole componenti alla dinamica delle emissioni: popolazione, PIL pro capite, intensità carbonica, efficienza del sistema, intensità energetica e quota di energia fossile.

Normalizzando l’andamento delle sei componenti per l’Italia negli ultimi vent’anni, il quadro è chiaro. Popolazione, PIL pro capite e intensità carbonica hanno avuto un impatto limitato. Efficienza del sistema e riduzione della quota fossile hanno contribuito in modo significativo. Ma la componente che ha inciso di più sulla riduzione delle emissioni è l’intensità energetica, cioè il livello di consumi energetici a parità di valore economico prodotto.

E qui scatta la domanda diagnostica, quella che il Report ha il merito di mettere nero su bianco: la riduzione dell’intensità energetica è il segno di un sistema più produttivo ed efficiente, oppure di una progressiva desertificazione industriale nei settori energivori? Le due letture portano a conclusioni opposte. Nel primo caso stiamo decarbonizzando. Nel secondo stiamo semplicemente smettendo di produrre le cose che consumano energia, e le emissioni che scompaiono dalle nostre statistiche ricompaiono altrove.

I dati rispondono, e la risposta non è rassicurante

Il Report incrocia l’intensità energetica dei sottosettori industriali con la variazione del loro peso sul PIL, e il verdetto è netto: i comparti che hanno perso di più sono proprio quelli a più alta intensità energetica. Chimica, produzione di minerali non metalliferi (vetro, ceramica, cemento) e metallurgia hanno registrato una riduzione dell’incidenza sul PIL nazionale compresa tra lo 0,3% e lo 0,5%. Non i settori leggeri, non quelli a basso consumo: esattamente quelli energivori.

Allarghiamo lo sguardo all’Europa. L’incidenza del valore aggiunto industriale sul PIL EU27 è calata di circa 6 punti percentuali dal 1990 a oggi. L’Italia resta tra i Paesi a maggiore vocazione manifatturiera, intorno al 15%, ma anch’essa in marcata e costante diminuzione. E il prezzo dell’energia spiega gran parte della dinamica: le imprese energivore europee hanno pagato l’elettricità a livelli strutturalmente superiori ai competitor statunitensi e cinesi, un divario che le crisi degli ultimi anni hanno ulteriormente allargato.

Mettendo insieme i pezzi, il significato del -37% cambia. Una parte di quella riduzione non è CO2 che abbiamo evitato grazie a impianti più puliti, ma CO2 che abbiamo esportato insieme alla produzione. È carbon leakage. E il carbon leakage, per definizione, non riduce le emissioni globali: le sposta dove l’energia costa meno e, spesso, dove gli impianti sono meno efficienti dei nostri. A livello planetario il bilancio peggiora. A livello contabile europeo migliora. Festeggiamo un numero che misura, in parte, la nostra stessa ritirata industriale.

L’ammissione scritta nero su bianco

Non è una lettura di parte. È l’Europa stessa a certificarlo. L’Industrial Accelerator Act, adottato dalla Commissione il 4 marzo 2026, fissa un obiettivo esplicito: riportare il manifatturiero al 20% del PIL continentale entro il 2035, recuperando in dieci anni la stessa quota persa negli ultimi trentacinque. È, di fatto, un atto di contrizione istituzionale: per fissare l’obiettivo di tornare al 20% bisogna prima riconoscere di essere scesi al 14%. La deindustrializzazione europea non è più un sospetto di chi guarda i grafici, è una premessa scritta in un regolamento.

Il punto, allora, non è se decarbonizzare. La decarbonizzazione resta l’unica traiettoria di lungo periodo capace di liberare il continente dalla dipendenza e dalla volatilità dei mercati fossili. Il punto è se vogliamo decarbonizzare l’industria o decarbonizzare attraverso la scomparsa dell’industria. Sono due cose diverse, e la seconda è un fallimento mascherato da risultato.

Dove l’ETS entra in scena

È a questo bivio che si inserisce la riforma dell’EU ETS attesa il 15 luglio. Ed è qui che, nel mio intervento a Montecitorio, ho provato a collegare i due piani, ma con una precisazione che mi sta a cuore e che il dibattito tende a dimenticare.

La delocalizzazione delle produzioni energivore non nasce dall’ETS. Nasce da un insieme di politiche inefficienti, costi dell’energia strutturalmente più alti, burocrazia, frammentazione del mercato interno, assenza di una vera strategia industriale. E in questo quadro l’ETS rappresenta un’eccezione virtuosa: tra tutte le misure messe in campo negli anni, è stata la più efficiente, perché fondata su un principio di mercato corretto. Un sistema di cap-and-trade autentico decarbonizza premiando chi riduce: chi abbatte le proprie emissioni libera quote che può vendere, trasformando la decarbonizzazione in opportunità competitiva. Il segnale di prezzo serve a indirizzare il capitale verso le soluzioni a minor costo marginale di abbattimento, non a fare da deterrente.

Il problema è che questo meccanismo si è progressivamente snaturato. Da quando l’assegnazione è passata dalla gratuità all’asta, l’ETS ha perso la sua componente di premialità ed è diventato, nella sostanza, una carbon tax: non più uno strumento che remunera chi riduce, ma un prelievo che grava sulla produzione. Così facendo, l’ETS si è unito al coro degli strumenti inefficienti da cui prima si distingueva. E un prelievo che grava sulla produzione, in un contesto di energia già più cara che altrove, non spinge l’impresa energivora a decarbonizzare: rischia di spingerla ad andarsene.

È questo lo snodo che mi preme sottolineare, perché va oltre il consueto ritornello sull’ETS che diventa carbon tax. Lo strumento migliore che ci siamo dati rischia di trasformarsi nel suo opposto: da motore della decarbonizzazione ad acceleratore di quella deindustrializzazione che i dati del Politecnico misurano. Non perché l’ETS sia sbagliato, ma perché lo abbiamo svuotato della logica di mercato che lo rendeva efficiente. Continuare a trasformare le quote gratuite in aste senza un percorso realistico per i settori hard-to-abate non accelera la transizione di quei settori: ne accelera l’uscita dal continente.

Il doppio fallimento italiano

C’è poi un aggravante tutto nazionale, e il dato portato da ECCO lo fotografa con precisione. In Italia solo il 9% dei proventi delle aste ETS è tracciabile come destinato a politiche di transizione energetica e climatica, contro una media europea intorno al 75%.

Questo significa che l’Italia rischia di subire il peggio di entrambi i mondi. Da un lato il costo del carbonio contribuisce a spingere fuori le produzioni energivore. Dall’altro le risorse che quel costo genera non vengono reinvestite per sostenere la decarbonizzazione e la competitività di ciò che resta. E qui il problema ha due strati. Il primo è il ritardo e la sotto-spesa: una quota larghissima dei proventi semplicemente non viene impiegata, o viene impegnata e non spesa. Il secondo, più sottile e più grave, riguarda la qualità della spesa quando finalmente avviene: anche le risorse che vengono effettivamente destinate alla transizione non premiano più le soluzioni a minor costo marginale di abbattimento. Vengono allocate secondo logiche amministrative, di settore o di opportunità politica, non secondo il criterio di efficienza che dovrebbe guidare ogni euro speso per ridurre una tonnellata di CO2. È esattamente il contrario di ciò che un mercato del carbonio funzionante dovrebbe produrre: prendere il segnale di prezzo e tradurlo in investimenti là dove ogni euro abbatte più emissioni. Le emissioni se ne vanno con le fabbriche, i proventi restano in gran parte fermi, e quel poco che si muove non va dove servirebbe. È un doppio fallimento che diventa triplo: perdiamo l’industria, non spendiamo le risorse, e quando le spendiamo lo facciamo male.

La terza via: decarbonizzare con l’industria, non senza

Nel dibattito polarizzato tra chi difende lo status quo regolatorio e chi invoca la sospensione o lo smantellamento dello strumento, la posizione che ho sostenuto è una terza, e non per cercare un compromesso, ma perché è l’unica tecnicamente coerente con i dati del Report.

L’ETS è da salvare, ma non questo ETS. Va riformato profondamente per riportarlo alla sua natura originaria di strumento di mercato, capace di decarbonizzare l’industria invece di espellerla. Questo significa, concretamente: ripristinare il meccanismo di premialità del cap-and-trade, in modo che ridurre le emissioni torni a essere un vantaggio e non solo un risparmio sul prelievo; accompagnare la riduzione delle quote gratuite con una traiettoria realistica per i settori hard-to-abate, distinguendo la difesa di produzioni efficienti dal carbon leakage (legittima) dal mantenimento di produzioni inefficienti (un errore); usare il CBAM come vero argine alla fuga produttiva e non come misura di facciata; destinare i proventi delle aste alla decarbonizzazione in modo pieno e tracciabile, allineando l’Italia alla media europea; e valorizzare il contributo dei crediti di carbonio internazionali di alta qualità ai sensi dell’Articolo 6, che il legislatore europeo ha già ammesso fino al 10% del target 2040, per comprare tempo ai settori più difficili al costo più basso possibile.

Il messaggio conclusivo del Report del Politecnico è che il successo della transizione dipenderà dalla capacità di conciliare tre obiettivi: clima, sicurezza energetica e competitività del sistema produttivo. Non sono in contraddizione. Lo diventano quando lo strumento, per quanto nato bene, viene privato della logica che lo faceva funzionare. L’ETS resta il migliore strumento che ci siamo dati, ma nella sua versione attuale rischia di mettere quei tre obiettivi in conflitto. Riportarlo alla sua natura di mercato significa renderli di nuovo compatibili. È la differenza tra decarbonizzare e deindustrializzare. E il -37% che oggi festeggiamo dovremmo imparare a leggerlo per quello che è: in parte un traguardo, in parte un campanello d’allarme.

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