Non hanno abbassato la saracinesca. Sarebbe stato più semplice da raccontare e, forse, anche più rassicurante: da una parte l’innovazione, dall’altra lo Stato che arriva con il mazzo di chiavi e chiude tutto per ragioni di sicurezza nazionale. Invece la scena è più interessante e inevitabilmente più “scomoda”.
Davanti alle nuove tecnologie è comparso un tornello: non impedisce di passare, ma c’è qualcuno che decide chi entra, quando entra, con quale badge e sotto lo sguardo di quale custode.
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Il blocco di Gpt 5.6 da parte del Governo Usa
OpenAI ha annunciato che su ordine del Governo GPT-5.6 non sarà inizialmente disponibile per tutti, ma verrà distribuito in una prima fase soltanto a una ristretta cerchia di clienti approvati dall’amministrazione Trump. La decisione arriva dopo settimane di confronto con il governo americano nell’ambito delle nuove procedure di valutazione dei modelli di frontiera introdotte dall’ordine esecutivo sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale. Secondo l’azienda si tratta di una misura temporanea, destinata a durare il tempo necessario per completare le verifiche governative, con l’obiettivo di aprire il modello a un pubblico più ampio nelle prossime settimane.
La risposta di OpenAI
OpenAI, tuttavia, ha anche messo in guardia dal rischio che questo sistema di autorizzazione preventiva diventi la regola: “Non crediamo che questo tipo di processo debba diventare il modello permanente”, ha scritto nel blog che accompagna il lancio, sostenendo che limitare l’accesso priva sviluppatori, imprese, difensori della cybersicurezza e partner internazionali degli strumenti più avanzati.
La decisione si inserisce in un contesto molto più ampio. Pochi giorni prima la Casa Bianca aveva imposto il blocco dell’accesso ai modelli Mythos 5 e Fable 5 di Anthropic, vietandone perfino l’utilizzo da parte di utenti stranieri per motivi di sicurezza nazionale, anche se adesso ha permesso di nuovo l’utilizzo da parte di soggetti limitati (trusted parties).
È il primo intervento così diretto del governo statunitense sul rilascio commerciale di modelli di frontiera e segna un cambio di paradigma: l’intelligenza artificiale non è più considerata soltanto un prodotto tecnologico, ma una capacità strategica il cui impiego viene valutato anche sotto il profilo della sicurezza nazionale, della cybersicurezza e della competizione con la Cina.
Quindi: i tornelli. Il caso del possibile rilascio limitato di GPT-5.6 da parte di OpenAI va letto così, senza cedere alla tentazione di vederci qualcosa di troppo “muscolare”. Non risulta un ordine pubblico e formale, ma ci stiamo muovendo nella zona grigia in cui il potere politico non ferma una tecnologia, ma le chiede di procedere con passo diverso: meno mercato, più laboratorio sorvegliato; meno lancio globale, più accesso selezionato.
È proprio questa sfumatura a rendere la vicenda importante, perché un divieto è un muro, quindi visibile. Un tornello, invece, sembra quasi normale: lo attraversiamo ogni giorno in metropolitana, in ufficio, negli aeroporti e ci irrita soltanto quando il nostro badge non funziona.
Intelligenza artificiale e sicurezza nazionale: il tornello degli accessi
La vera notizia, dunque, non è che Washington abbia paura di un nuovo modello di intelligenza artificiale. Sarebbe persino banale: ogni governo, quando vede uno strumento capace di aumentare la potenza di chi lo usa, prima o poi si domanda chi potrà metterci le mani sopra.
La vera notizia è che gli Stati stanno rientrando nel digitale dopo averlo abitato per anni da inquilini distratti. Hanno costruito amministrazioni, servizi pubblici, propaganda, diplomazia, finanza e perfino pezzi della loro sicurezza sopra infrastrutture che non controllano davvero. Il cloud lo aveva già mostrato con sufficiente chiarezza, ma senza effetti teatrali: sembrava un magazzino molto efficiente dove mettere dati e applicazioni. In realtà era già un territorio, con confini, padroni, regole di accesso e dipendenze.
L’intelligenza artificiale ha soltanto reso visibile ciò che prima si preferiva non guardare. Un modello frontier non sembra un capannone pieno di server, ma una capacità. Scrive codice, analizza vulnerabilità, automatizza compiti, produce testi, simula competenze, accorcia distanze. Per questo lo Stato si sveglia, comprendendo, forse tardi, che nel digitale il potere non abita sempre nei palazzi. A volte sta in un data center, dietro una API, dentro un modello che nessun elettore ha votato e che milioni di persone useranno come se fosse corrente elettrica.
Dalla cybersecurity alla sicurezza nazionale dell’intelligenza artificiale
Il detonatore, come di questi tempi accade con una certa frequenza, è la cybersecurity. Non perché sia l’unico rischio, ma è quello che consente anche ai più prudenti di smettere di sorridere. Finché l’intelligenza artificiale scrive poesie mediocri, riassume riunioni interminabili o produce immagini di gatti vestiti da ammiragli, il problema può essere derubricato a costume, mercato, entusiasmo da conferenza.
Se però lo stesso strumento può aiutare a cercare vulnerabilità, scrivere codice, automatizzare ricognizioni, migliorare campagne di phishing o rendere più rapida l’azione di un gruppo nemico, la musica cambia. Non serve immaginare una macchina cattiva, con gli occhi rossi e una certa inclinazione per la conquista del mondo. Basta immaginare nemici più efficienti.
La storia della sicurezza informatica lo insegna da anni: il pericolo raramente nasce dalla magia, più spesso dall’organizzazione. I nemici studiano, imparano, comprano servizi, affittano strumenti, riutilizzano dati, industrializzano il mestiere. Un modello più potente non inventa il male, ma può abbassare il costo per praticarlo e così il mercato si allarga. Ecco perché un rollout limitato diventa un attrito utile: non una garanzia, non un lucchetto invincibile, ma almeno il tentativo di non distribuire un lanciafiamme come fosse un accendino promozionale.
Big Tech e sicurezza nazionale nella sfida con la Cina
Il paradosso americano comincia a partire dal fatto che nella competizione globale con la Cina, le Big Tech non sono più soltanto imprese molto grandi, con bilanci monumentali e campus dove persino le piante sembrano avere un piano di stock option. Sono diventate asset strategici, cioè pezzi dell’arsenale nazionale senza uniforme, senza mostrine e con ottimi uffici legali.
Cloud, semiconduttori, modelli linguistici, piattaforme, sistemi operativi e capacità di calcolo non sono più semplici prodotti: sono leve di potenza. Per Washington usarle significa proiettare influenza, fissare standard, controllare catene di fornitura, rallentare gli avversari, difendere un vantaggio. Tuttavia, lo stesso strumento che fuori dai confini somiglia a una portaerei, dentro casa può diventare una signoria digitale.
Per questo gli Stati Uniti devono compiere due movimenti opposti con la stessa mano: spingere le loro aziende nella sfida geopolitica e, nello stesso tempo, impedirgli di trasformarsi in poteri troppo autonomi. È qui che antitrust e sicurezza nazionale iniziano a pestarsi i piedi. Smembrare un gigante può fare bene al mercato, ma indebolire un campione nella gara con Pechino. Proteggerlo può servire all’America, al prezzo di lasciare crescere un potere privato che nessuna costituzione aveva previsto.
Regole e potere nell’intelligenza artificiale tra Europa e Stati Uniti
Il diritto diventa allora lo strumento meno innocente della partita. L’Europa, che non possiede i grandi motori tecnologici, lo usa come una muraglia: GDPR, Digital Services Act, Digital Markets Act, AI Act. Sono norme pensate per difendere spazio politico, cittadini, mercato e sovranità dentro un ecosistema costruito quasi interamente altrove. Non avendo i grandi cloud, i grandi modelli, i grandi sistemi operativi e le grandi piattaforme, Bruxelles prova a fissare le regole del campo.
Gli Stati Uniti, invece, partono dalla posizione opposta. Hanno quasi tutte le tecnologie decisive, ma proprio per questo usano le norme non solo per proteggersi, ma per orientare la forza che possiedono. Un conto è regolare perché non si hanno i missili; un altro è regolare perché se ne hanno anche troppi e bisogna decidere dove puntarli, quando usarli e a chi impedirne l’accesso.
In entrambi i casi il risultato è simile: il diritto smette di essere soltanto un recinto civile e diventa uno strumento strategico. L’Europa militarizza le norme perché non ha abbastanza tecnologia. Gli Stati Uniti fanno lo stesso perché ne hanno troppa. Esigenze opposte, stessa conseguenza: il codice giuridico inizia ad assomigliare a un manuale operativo.
I modelli frontier entrano nella sicurezza nazionale digitale
Il caso OpenAI, quindi, non va trattato come un incidente curioso lungo la strada dell’innovazione, ma come un cartello segnaletico. Indica una direzione. I modelli frontier stanno entrando nella stessa categoria mentale delle infrastrutture critiche: non basta più chiedersi quanto siano potenti, quanto costino, quanti utenti conquisteranno o quale benchmark riusciranno a umiliare durante la prossima presentazione.
Bisogna domandarsi chi li vede prima, chi li può usare, chi ne resta escluso, chi decide il perimetro degli accessi e chi risponde se qualcosa va storto. In fondo, è lo stesso passaggio che abbiamo già vissuto con altri pezzi del digitale, solo con maggiore lentezza e minore spettacolo.
Prima una tecnologia appare come comodità, poi diventa dipendenza, infine viene riconosciuta come infrastruttura. A quel punto smette di essere soltanto affare di ingegneri, investitori e uffici marketing ed entra nelle stanze dove si parla di sicurezza nazionale, controllo delle esportazioni, alleanze, nemici, filiere e potere. GPT-5.6, se la ricostruzione fosse confermata, non rappresenta dunque un’eccezione: è il sintomo di una fase nuova. Il lancio di un modello non è più solo una data sul calendario industriale, ma facilmente può diventare una decisione politica travestita da aggiornamento software.
Tulongfeng, la mossa della Cina sulla cyber con AI
Pochi giorni dopo il blocco americano di Mythos 5 e Fable 5, la società 360 Security Technology, uno dei principali gruppi cinesi della sicurezza informatica, ha presentato Tulongfeng (屠龙风), un modello di intelligenza artificiale progettato specificamente per la ricerca di vulnerabilità software, l’analisi del codice e il supporto alle attività di difesa cibernetica.
Il nome non è casuale. “Tulong” significa letteralmente “uccidere il drago”, richiamando un’immagine di grande forza nella tradizione cinese, mentre “feng” può essere interpretato come vento o forza propulsiva. Il messaggio è evidente: la Cina non intende dipendere dai modelli americani per una tecnologia ormai considerata strategica.
Secondo l’azienda, Tulongfeng non è un chatbot generalista adattato alla cybersecurity, ma un sistema sviluppato espressamente per questo dominio. La piattaforma utilizza un’architettura multi-agente, nella quale diversi moduli collaborano per affrontare fasi differenti dell’analisi: comprensione del codice sorgente, individuazione di vulnerabilità, verifica dei falsi positivi, generazione di proof of concept e suggerimenti di correzione. L’obiettivo dichiarato è assistere gli analisti umani nelle attività di vulnerability research, penetration testing e secure coding, aumentando produttività e accuratezza.
360 Technology sostiene che il sistema abbia già individuato migliaia di vulnerabilità in software reali e che le sue prestazioni siano paragonabili a quelle dei più avanzati modelli occidentali dedicati alla sicurezza. Come accade per molte dichiarazioni provenienti dalle aziende del settore, tuttavia, questi risultati non sono ancora stati validati attraverso benchmark indipendenti o valutazioni pubbliche comparabili con quelle utilizzate dalla comunità internazionale della ricerca. Più che le prestazioni assolute, quindi, ciò che colpisce è il significato strategico dell’annuncio.
La presentazione di Tulongfeng arriva infatti nel momento in cui Washington sta restringendo l’accesso ai modelli AI considerati più sensibili sotto il profilo della sicurezza nazionale. La decisione dell’amministrazione Trump di sottoporre GPT-5.6 a un rilascio controllato e di sospendere temporaneamente la diffusione internazionale dei modelli più avanzati di Anthropic nasce proprio dal timore che queste tecnologie possano facilitare la scoperta di vulnerabilità, automatizzare attività offensive o rafforzare le capacità di attori ostili.
Questo scenario produce un effetto che gli economisti definirebbero di sostituzione tecnologica. Quando una tecnologia diventa difficile da ottenere, gli incentivi allo sviluppo di alternative nazionali aumentano rapidamente. È esattamente ciò che sta accadendo nel settore dell’intelligenza artificiale applicata alla cybersecurity. Se fino a pochi anni fa i modelli linguistici erano percepiti soprattutto come strumenti per generare testi o immagini, oggi rappresentano vere e proprie infrastrutture strategiche, capaci di incidere sulla difesa delle reti, sulla protezione delle infrastrutture critiche e persino sull’equilibrio militare tra le grandi potenze.
Per questo motivo Tulongfeng va letto soprattutto come un segnale geopolitico.
Indica con chiarezza che la competizione si sta spostando dalla semplice innovazione commerciale alla costruzione di capacità nazionali considerate essenziali per la sicurezza. In altre parole, ogni restrizione imposta dagli Stati Uniti rischia di accelerare gli investimenti cinesi verso una piena autonomia tecnologica. È la stessa dinamica già osservata nei semiconduttori, nel cloud e nelle infrastrutture digitali: il controllo delle tecnologie più avanzate non rallenta soltanto gli avversari, ma contribuisce anche a rafforzarne la determinazione a sviluppare un ecosistema indipendente.
Redazione
OpenAI, Anthropic e i custodi dell’intelligenza artificiale
Il precedente Anthropic, che nei giorni scorsi ha visto lo sblocco del divieto su Mythos e Fable, è stato un colpo di avvertimento. Anche lì il tema non era più soltanto la qualità di un modello, ma il suo perimetro di circolazione: chi può accedere, da quale Paese, con quale cittadinanza, con quali rischi per la sicurezza nazionale.
OpenAI arriva dopo, con caratteristiche diverse e una forma meno netta, ma dentro la stessa traiettoria. Non siamo ancora davanti a un sistema ordinato, stabile, comprensibile. Siamo piuttosto nella fase in cui tutti capiscono che la stanza contiene materiale infiammabile, ma nessuno ha ancora deciso dove mettere gli estintori, chi deve controllarli e se sia opportuno lasciare entrare gente con il sigaro acceso.
Tra governi, aziende e utenti
Le aziende non vogliono farsi trasformare in succursali dei governi; gli Stati non vogliono scoprire troppo tardi che un’impresa privata ha distribuito una capacità strategica come se fosse l’ennesima funzione premium. Nel mezzo, naturalmente, ci sono gli utenti, i clienti, gli alleati, i concorrenti e quella vasta popolazione di soggetti ostili che non partecipa ai convegni sull’etica dell’intelligenza artificiale, ma legge con grande attenzione le note di rilascio.
È in questo spazio intermedio che si giocherà la partita: non tra libertà assoluta e divieto assoluto, ma tra velocità e controllo, mercato e sicurezza, innovazione e responsabilità. Il futuro non viene fermato, ma incanalato e, come sempre, chi controlla le chiuse decide quanta acqua arriva a valle.
Dalla piazza digitale alla frontiera
Forse per anni abbiamo sbagliato immagine. La richiesta a OpenAI, se confermata nei termini emersi, dice questo: l’intelligenza artificiale non è più un giocattolo evoluto, né solo una promessa industriale, piuttosto è una tecnologia di potenza e in quanto tale deve avere dei custodi.
Il problema, naturalmente, è scegliergli senza renderli onnipotenti. Per anni abbiamo pensato che il digitale fosse una piazza; adesso stiamo scoprendo che è una frontiera. Ora gli Stati stanno arrivando con dogane, passaporti e anche qualche soldato.
Tutti hanno paura dell’AI, la risposta dei Governi deve essere pragmatica e sociale
Negli Stati Uniti, democratici e repubblicani condividono due timori fondamentali: la perdita di posti di lavoro e il rischio che la leadership americana venga compromessa sul piano della sicurezza nazionale.
I sondaggi mostrano un quadro significativo. Una quota consistente di elettori vorrebbe limitare fortemente o addirittura vietare l’uso dell’AI in molti settori. Allo stesso tempo, sia gli elettori conservatori sia quelli progressisti ritengono che il Paese non possa permettersi di perdere la competizione tecnologica con la Cina. È una tensione solo apparente: gli americani temono l’AI, ma temono ancora di più che sia qualcun altro a svilupparla per primo.
Le proteste contro i nuovi data center, ormai diffuse in diversi Stati americani, sono il simbolo di questa contraddizione. Le comunità locali denunciano consumi energetici, utilizzo dell’acqua, impatto sul territorio e scarsi benefici diretti. Ma dietro queste contestazioni emerge anche un sentimento più profondo: la paura che le enormi infrastrutture necessarie all’AI servano soprattutto a costruire un futuro nel quale il lavoro umano conterà sempre meno.
Queste preoccupazioni non sono irrazionali. I progressi dell’intelligenza artificiale generativa stanno effettivamente trasformando professioni ad alta qualificazione, mentre gli stessi leader delle aziende tecnologiche hanno spesso enfatizzato scenari estremi, parlando di milioni di posti di lavoro a rischio o addirittura di minacce esistenziali. Quando il messaggio pubblico alterna promesse di rivoluzione economica e previsioni apocalittiche, è inevitabile che cresca la diffidenza.
La risposta, però, non può essere quella di rallentare indiscriminatamente lo sviluppo dell’AI. Sarebbe un errore economico e geopolitico. L’intelligenza artificiale rappresenta probabilmente la tecnologia con il maggiore potenziale di aumento della produttività dai tempi di Internet. Può accelerare la ricerca scientifica, migliorare diagnosi e cure mediche, rendere più efficiente la pubblica amministrazione, ridurre sprechi energetici e sostenere la competitività delle imprese.
Inoltre, fermarsi non significherebbe congelare il progresso mondiale. Significherebbe semplicemente lasciare che altri Paesi avanzino più rapidamente. Negli Stati Uniti questo argomento convince sia i repubblicani, che leggono la competizione soprattutto in chiave strategica e militare, sia molti democratici, preoccupati di preservare innovazione e crescita economica.
Per questo serve un approccio pragmatico, lontano sia dall’entusiasmo acritico sia dal rifiuto della tecnologia.
- Il primo obiettivo deve essere distribuire meglio i benefici dell’AI. Se le persone percepiscono soltanto i costi – posti di lavoro a rischio, infrastrutture invasive, consumi energetici – la reazione sarà inevitabilmente ostile. Occorrono investimenti nella riqualificazione professionale, sostegni ai lavoratori durante le transizioni occupazionali e meccanismi che consentano ai territori di beneficiare direttamente degli investimenti in data center e infrastrutture digitali.
- In secondo luogo, è necessario regolare con decisione i rischi reali: cyberattacchi, utilizzo criminale dell’AI, manipolazione dell’informazione, applicazioni militari incontrollate. Una regolazione mirata rafforza la fiducia dei cittadini molto più di divieti generici che finirebbero soltanto per frenare l’innovazione.
- Infine, occorre misurare gli effetti concreti dell’AI con dati affidabili. Molte convinzioni diffuse – dall’impatto sui consumi idrici dei data center fino alla velocità con cui l’AI starebbe distruggendo occupazione – sono spesso basate su percezioni più che su evidenze. Senza statistiche solide, il dibattito rischia di essere dominato da slogan e paure.
La vera sfida politica dei prossimi anni non sarà decidere se usare o meno l’intelligenza artificiale. Sarà convincere cittadini e lavoratori che questa trasformazione può essere governata e che i suoi benefici saranno distribuiti in modo equo. Se governi e imprese riusciranno a dimostrarlo con fatti concreti, l’AI verrà percepita come una grande opportunità. In caso contrario, la diffidenza bipartisan oggi visibile negli Stati Uniti potrebbe diventare il principale ostacolo allo sviluppo della tecnologia in tutto l’Occidente.
Alessandro Longo














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