Intelligenza artificiale

GPT-5.6 bloccato da Trump: così la politica cambia strategia sull’AI



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Il rilascio limitato di GPT-5.6 su ordine del Governo Trump mostra una fase nuova del digitale: gli Stati non fermano l’innovazione, ma ne controllano accessi, tempi e perimetri, mentre l’intelligenza artificiale entra nel campo della sicurezza nazionale e della competizione geopolitica

Pubblicato il 29 giu 2026

Alessandro Curioni

Fondatore di DI.GI Academy, specializzato in Information Security & Cybersecurity – Data Protection



gpt 5.6 USA
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Non hanno abbassato la saracinesca. Sarebbe stato più semplice da raccontare e, forse, anche più rassicurante: da una parte l’innovazione, dall’altra lo Stato che arriva con il mazzo di chiavi e chiude tutto per ragioni di sicurezza nazionale. Invece la scena è più interessante e inevitabilmente più “scomoda”.

Davanti alle nuove tecnologie è comparso un tornello: non impedisce di passare, ma c’è qualcuno che decide chi entra, quando entra, con quale badge e sotto lo sguardo di quale custode.

Il blocco di Gpt 5.6 da parte del Governo Usa

OpenAI ha annunciato che su ordine del Governo GPT-5.6 non sarà inizialmente disponibile per tutti, ma verrà distribuito in una prima fase soltanto a una ristretta cerchia di clienti approvati dall’amministrazione Trump. La decisione arriva dopo settimane di confronto con il governo americano nell’ambito delle nuove procedure di valutazione dei modelli di frontiera introdotte dall’ordine esecutivo sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale. Secondo l’azienda si tratta di una misura temporanea, destinata a durare il tempo necessario per completare le verifiche governative, con l’obiettivo di aprire il modello a un pubblico più ampio nelle prossime settimane.

La risposta di OpenAI

OpenAI, tuttavia, ha anche messo in guardia dal rischio che questo sistema di autorizzazione preventiva diventi la regola: “Non crediamo che questo tipo di processo debba diventare il modello permanente”, ha scritto nel blog che accompagna il lancio, sostenendo che limitare l’accesso priva sviluppatori, imprese, difensori della cybersicurezza e partner internazionali degli strumenti più avanzati.

La decisione si inserisce in un contesto molto più ampio. Pochi giorni prima la Casa Bianca aveva imposto il blocco dell’accesso ai modelli Mythos 5 e Fable 5 di Anthropic, vietandone perfino l’utilizzo da parte di utenti stranieri per motivi di sicurezza nazionale, anche se adesso ha permesso di nuovo l’utilizzo da parte di soggetti limitati (trusted parties).

È il primo intervento così diretto del governo statunitense sul rilascio commerciale di modelli di frontiera e segna un cambio di paradigma: l’intelligenza artificiale non è più considerata soltanto un prodotto tecnologico, ma una capacità strategica il cui impiego viene valutato anche sotto il profilo della sicurezza nazionale, della cybersicurezza e della competizione con la Cina.

Quindi: i tornelli. Il caso del possibile rilascio limitato di GPT-5.6 da parte di OpenAI va letto così, senza cedere alla tentazione di vederci qualcosa di troppo “muscolare”. Non risulta un ordine pubblico e formale, ma ci stiamo muovendo nella zona grigia in cui il potere politico non ferma una tecnologia, ma le chiede di procedere con passo diverso: meno mercato, più laboratorio sorvegliato; meno lancio globale, più accesso selezionato.

È proprio questa sfumatura a rendere la vicenda importante, perché un divieto è un muro, quindi visibile. Un tornello, invece, sembra quasi normale: lo attraversiamo ogni giorno in metropolitana, in ufficio, negli aeroporti e ci irrita soltanto quando il nostro badge non funziona.

Intelligenza artificiale e sicurezza nazionale: il tornello degli accessi

La vera notizia, dunque, non è che Washington abbia paura di un nuovo modello di intelligenza artificiale. Sarebbe persino banale: ogni governo, quando vede uno strumento capace di aumentare la potenza di chi lo usa, prima o poi si domanda chi potrà metterci le mani sopra.

La vera notizia è che gli Stati stanno rientrando nel digitale dopo averlo abitato per anni da inquilini distratti. Hanno costruito amministrazioni, servizi pubblici, propaganda, diplomazia, finanza e perfino pezzi della loro sicurezza sopra infrastrutture che non controllano davvero. Il cloud lo aveva già mostrato con sufficiente chiarezza, ma senza effetti teatrali: sembrava un magazzino molto efficiente dove mettere dati e applicazioni. In realtà era già un territorio, con confini, padroni, regole di accesso e dipendenze.

L’intelligenza artificiale ha soltanto reso visibile ciò che prima si preferiva non guardare. Un modello frontier non sembra un capannone pieno di server, ma una capacità. Scrive codice, analizza vulnerabilità, automatizza compiti, produce testi, simula competenze, accorcia distanze. Per questo lo Stato si sveglia, comprendendo, forse tardi, che nel digitale il potere non abita sempre nei palazzi. A volte sta in un data center, dietro una API, dentro un modello che nessun elettore ha votato e che milioni di persone useranno come se fosse corrente elettrica.

Dalla cybersecurity alla sicurezza nazionale dell’intelligenza artificiale

Il detonatore, come di questi tempi accade con una certa frequenza, è la cybersecurity. Non perché sia l’unico rischio, ma è quello che consente anche ai più prudenti di smettere di sorridere. Finché l’intelligenza artificiale scrive poesie mediocri, riassume riunioni interminabili o produce immagini di gatti vestiti da ammiragli, il problema può essere derubricato a costume, mercato, entusiasmo da conferenza.

Se però lo stesso strumento può aiutare a cercare vulnerabilità, scrivere codice, automatizzare ricognizioni, migliorare campagne di phishing o rendere più rapida l’azione di un gruppo nemico, la musica cambia. Non serve immaginare una macchina cattiva, con gli occhi rossi e una certa inclinazione per la conquista del mondo. Basta immaginare nemici più efficienti.

La storia della sicurezza informatica lo insegna da anni: il pericolo raramente nasce dalla magia, più spesso dall’organizzazione. I nemici studiano, imparano, comprano servizi, affittano strumenti, riutilizzano dati, industrializzano il mestiere. Un modello più potente non inventa il male, ma può abbassare il costo per praticarlo e così il mercato si allarga. Ecco perché un rollout limitato diventa un attrito utile: non una garanzia, non un lucchetto invincibile, ma almeno il tentativo di non distribuire un lanciafiamme come fosse un accendino promozionale.

Big Tech e sicurezza nazionale nella sfida con la Cina

Il paradosso americano comincia a partire dal fatto che nella competizione globale con la Cina, le Big Tech non sono più soltanto imprese molto grandi, con bilanci monumentali e campus dove persino le piante sembrano avere un piano di stock option. Sono diventate asset strategici, cioè pezzi dell’arsenale nazionale senza uniforme, senza mostrine e con ottimi uffici legali.

Cloud, semiconduttori, modelli linguistici, piattaforme, sistemi operativi e capacità di calcolo non sono più semplici prodotti: sono leve di potenza. Per Washington usarle significa proiettare influenza, fissare standard, controllare catene di fornitura, rallentare gli avversari, difendere un vantaggio. Tuttavia, lo stesso strumento che fuori dai confini somiglia a una portaerei, dentro casa può diventare una signoria digitale.

Per questo gli Stati Uniti devono compiere due movimenti opposti con la stessa mano: spingere le loro aziende nella sfida geopolitica e, nello stesso tempo, impedirgli di trasformarsi in poteri troppo autonomi. È qui che antitrust e sicurezza nazionale iniziano a pestarsi i piedi. Smembrare un gigante può fare bene al mercato, ma indebolire un campione nella gara con Pechino. Proteggerlo può servire all’America, al prezzo di lasciare crescere un potere privato che nessuna costituzione aveva previsto.

Regole e potere nell’intelligenza artificiale tra Europa e Stati Uniti

Il diritto diventa allora lo strumento meno innocente della partita. L’Europa, che non possiede i grandi motori tecnologici, lo usa come una muraglia: GDPR, Digital Services Act, Digital Markets Act, AI Act. Sono norme pensate per difendere spazio politico, cittadini, mercato e sovranità dentro un ecosistema costruito quasi interamente altrove. Non avendo i grandi cloud, i grandi modelli, i grandi sistemi operativi e le grandi piattaforme, Bruxelles prova a fissare le regole del campo.

Gli Stati Uniti, invece, partono dalla posizione opposta. Hanno quasi tutte le tecnologie decisive, ma proprio per questo usano le norme non solo per proteggersi, ma per orientare la forza che possiedono. Un conto è regolare perché non si hanno i missili; un altro è regolare perché se ne hanno anche troppi e bisogna decidere dove puntarli, quando usarli e a chi impedirne l’accesso.

In entrambi i casi il risultato è simile: il diritto smette di essere soltanto un recinto civile e diventa uno strumento strategico. L’Europa militarizza le norme perché non ha abbastanza tecnologia. Gli Stati Uniti fanno lo stesso perché ne hanno troppa. Esigenze opposte, stessa conseguenza: il codice giuridico inizia ad assomigliare a un manuale operativo.

I modelli frontier entrano nella sicurezza nazionale digitale

Il caso OpenAI, quindi, non va trattato come un incidente curioso lungo la strada dell’innovazione, ma come un cartello segnaletico. Indica una direzione. I modelli frontier stanno entrando nella stessa categoria mentale delle infrastrutture critiche: non basta più chiedersi quanto siano potenti, quanto costino, quanti utenti conquisteranno o quale benchmark riusciranno a umiliare durante la prossima presentazione.

Bisogna domandarsi chi li vede prima, chi li può usare, chi ne resta escluso, chi decide il perimetro degli accessi e chi risponde se qualcosa va storto. In fondo, è lo stesso passaggio che abbiamo già vissuto con altri pezzi del digitale, solo con maggiore lentezza e minore spettacolo.

Prima una tecnologia appare come comodità, poi diventa dipendenza, infine viene riconosciuta come infrastruttura. A quel punto smette di essere soltanto affare di ingegneri, investitori e uffici marketing ed entra nelle stanze dove si parla di sicurezza nazionale, controllo delle esportazioni, alleanze, nemici, filiere e potere. GPT-5.6, se la ricostruzione fosse confermata, non rappresenta dunque un’eccezione: è il sintomo di una fase nuova. Il lancio di un modello non è più solo una data sul calendario industriale, ma facilmente può diventare una decisione politica travestita da aggiornamento software.

OpenAI, Anthropic e i custodi dell’intelligenza artificiale

Il precedente Anthropic, che nei giorni scorsi ha visto lo sblocco del divieto su Mythos e Fable, è stato un colpo di avvertimento. Anche lì il tema non era più soltanto la qualità di un modello, ma il suo perimetro di circolazione: chi può accedere, da quale Paese, con quale cittadinanza, con quali rischi per la sicurezza nazionale.

OpenAI arriva dopo, con caratteristiche diverse e una forma meno netta, ma dentro la stessa traiettoria. Non siamo ancora davanti a un sistema ordinato, stabile, comprensibile. Siamo piuttosto nella fase in cui tutti capiscono che la stanza contiene materiale infiammabile, ma nessuno ha ancora deciso dove mettere gli estintori, chi deve controllarli e se sia opportuno lasciare entrare gente con il sigaro acceso.

Tra governi, aziende e utenti

Le aziende non vogliono farsi trasformare in succursali dei governi; gli Stati non vogliono scoprire troppo tardi che un’impresa privata ha distribuito una capacità strategica come se fosse l’ennesima funzione premium. Nel mezzo, naturalmente, ci sono gli utenti, i clienti, gli alleati, i concorrenti e quella vasta popolazione di soggetti ostili che non partecipa ai convegni sull’etica dell’intelligenza artificiale, ma legge con grande attenzione le note di rilascio.

È in questo spazio intermedio che si giocherà la partita: non tra libertà assoluta e divieto assoluto, ma tra velocità e controllo, mercato e sicurezza, innovazione e responsabilità. Il futuro non viene fermato, ma incanalato e, come sempre, chi controlla le chiuse decide quanta acqua arriva a valle.

Dalla piazza digitale alla frontiera

Forse per anni abbiamo sbagliato immagine. La richiesta a OpenAI, se confermata nei termini emersi, dice questo: l’intelligenza artificiale non è più un giocattolo evoluto, né solo una promessa industriale, piuttosto è una tecnologia di potenza e in quanto tale deve avere dei custodi.

Il problema, naturalmente, è scegliergli senza renderli onnipotenti. Per anni abbiamo pensato che il digitale fosse una piazza; adesso stiamo scoprendo che è una frontiera. Ora gli Stati stanno arrivando con dogane, passaporti e anche qualche soldato.

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