infrastrutture critiche

Cavi sottomarini, così i permessi diventano leva di potere globale



Indirizzo copiato

Le nuove regole della FCC rafforzano i controlli sui cavi sottomarini e sui fornitori considerati rischiosi. Dalla Cina allo Stretto di Hormuz, autorizzazioni, permessi e gestione delle infrastrutture digitali diventano strumenti di pressione geopolitica sulla connettività globale

Pubblicato il 29 giu 2026

Antonio Deruda

Docente, analista e consulente



geopolitical network namex nam 26; active deterrence
AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti


Nel maggio scorso, mentre il Presidente americano Donald Trump e quello cinese Xi Jinping si stringevano la mano a Pechino e assicuravano una “relazione costruttiva per una stabilità strategica” tra i due Paesi, la Federal Communications Commission (FCC) degli Stati Uniti stava mettendo a punto una proposta regolatoria sulle infrastrutture di telecomunicazione di tutt’altro tenore.

Le nuove norme, approvate dalla Commissione il 25 giugno, prevedono stringenti controlli di sicurezza sui cavi sottomarini che collegano il territorio americano al resto del mondo, introducendo l’esclusione dalle forniture degli operatori considerati non affidabili e un regime accelerato per quelli considerati sicuri. Il documento estende la cosiddetta presunzione di inidoneità (“presumptive disqualification”) alle offerte di apparecchiature e infrastrutture presentate da entità controllate o soggette alla giurisdizione di un “foreign adversary”.

Le disposizioni restringono ancora di più le maglie del mercato dopo che lo scorso anno la FCC aveva già introdotto questa presunzione nei confronti di una “covered list” di apparecchiature riconducibili a soggetti accusati di rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale. In quell’elenco rientrano diverse aziende cinesi quali Huawei, ZTE, China Telecom e China Mobile. Ora il perimetro si allarga ancora di più, includendo un insieme potenzialmente molto più ampio di imprese della Cina o di altri Paesi ritenuti ostili.

Cavi sottomarini e sicurezza nazionale, il nuovo perimetro della FCC

Significativa è anche l’estensione del nuovo regime regolatorio ai Submarine Line Terminal Equipment (SLTE), apparati che possono trovarsi nelle stazioni di approdo oppure più all’interno del territorio, anche in un data center, ampliando di fatto il controllo anche ai nodi di interconnessione tra il sistema sottomarino e le reti terrestri.

Le restrizioni della FCC non si limitano alla fase iniziale di autorizzazione, ma si proiettano sull’intero ciclo di vita del sistema: gli operatori, con obblighi differenziati in base al livello di rischio, saranno soggetti a obblighi continuativi di certificazione, reporting annuale su assetti proprietari e fornitori terzi, piani di gestione del rischio cibernetico e fisico. Il permesso si trasforma quindi da atto una tantum a relazione continuativa con il regolatore, in cui qualsiasi cambiamento della struttura societaria o dei rapporti commerciali può riaprire la valutazione di sicurezza. La sorveglianza amministrativa diventa in questo modo uno strumento di pressione permanente.

Sul versante opposto, la riforma introduce una corsia preferenziale per gli operatori che soddisfano standard elevati di sicurezza nazionale: possibile esenzione dalla revisione da parte delle agenzie federali che si riuniscono nel cosiddetto Team Telecom, processi di approvazione accelerati, maggiore certezza procedurale per gli investitori. Gli hyperscaler americani saranno presumibilmente i principali beneficiari di questo fast track.

I permessi per i cavi sottomarini come leva geopolitica

L’iniziativa legislativa americana mette formalmente nero su bianco una pratica di ostruzionismo autorizzativo sulle infrastrutture digitali che già alcuni governi adottano nella pratica.

Nel Mar Cinese Meridionale, per esempio, l’approccio di Pechino sui permessi per i cavi non prende la forma di una legge nazionale, ma di una pressione continua, esercitata attraverso la combinazione di rivendicazioni marittime, presenza militare assertiva e stringente controllo amministrativo sulle attività marine. Il caso più documentato è quello del cavo Southeast Asia–Japan 2, comunemente noto come SJC2, un sistema che collega Vietnam, Singapore, Thailandia, Giappone e Corea del Sud. Il progetto ha subito ritardi di almeno un anno e mezzo a causa di obiezioni e lentezze procedurali cinesi nel rilascio dei permessi di transito nelle acque rivendicate da Pechino. Un meccanismo analogo ha colpito altri progetti: i cavi Apricot ed Echo – gestiti da consorzi che includono Google e Meta – sono stati riconfigurati per circumnavigare il Mar Cinese Meridionale, con rilevanti costi aggiuntivi.

Dallo Stretto di Hormuz alla pressione sui grandi operatori digitali

Spostandosi in altre latitudini marittime, la vicenda dello Stretto di Hormuz è il caso più attuale della pressione geopolitica sui permessi per i cavi sottomarini. Dopo gli attacchi di Israele e Stati Uniti, che avevano portato a una quasi paralisi del traffico mercantile, media affiliati ai Pasdaran hanno pubblicato proposte per trasformare il controllo iraniano sui cavi sottomarini in una leva di potere strategico ed economico. Il piano, articolato in tre punti, prevedeva: l’introduzione di permessi di transito e tasse annuali di rinnovo a carico dei consorzi proprietari dei cavi; l’obbligo per le grandi aziende tecnologiche, comprese Meta, Amazon, Microsoft e Google, di operare sotto la legislazione iraniana; l’affidamento esclusivo alle aziende iraniane della gestione, manutenzione e riparazione dei cavi. Il caso di Hormuz illustra con particolare nettezza la volontà di uno Stato di utilizzare l’iter amministrativo come leva di coercizione, tramite la minaccia di rendere più costosa o complessa la gestione di infrastrutture sulle quali si fondano le economie dell’area e non solo.

Sicurezza dei cavi sottomarini e frammentazione del regime globale

In un contesto internazionale di forte tensione, le ragioni a favore della progressiva securitizzazione dei permessi per i cavi trovano consenso in varie capitali e poggiano sulla consapevolezza che le infrastrutture critiche sono vulnerabili e richiedono protezione, anche tramite un regime di autorizzazioni che escluda operatori e tecnologie di Paesi considerati avversari. Gli argomenti contrari sono altrettanto solidi. La frammentazione del regime globale dei permessi aumenta i costi di costruzione, complica la governance della rete, rallenta le riparazioni e crea incentivi ad aggirare le vie del diritto. Se ogni Stato usasse i permessi come leva geopolitica, il risultato non sarebbe una rete più sicura, ma più costosa e sottoposta a continue pressioni politiche.

L’incertezza giuridica di un quadro normativo internazionale basato sulla Convenzione di Montego Bay adottata nel 1982, in un quadro tecnologico e geopolitico completamente diverso rispetto a quello attuale, non aiuta. Spesso ci troviamo di fronte non tanto a una palese violazione del diritto internazionale, bensì all’uso combinato di diritto amministrativo, sicurezza nazionale, tutela ambientale, controlli societari e interpretazioni espansive della giurisdizione costiera per rallentare o bloccare i progetti di infrastrutture digitali sgraditi. La zona grigia tra la libertà di posa garantita dal diritto del mare e il potere degli Stati di usare il diritto interno per condizionare i progetti è lo spazio in cui si gioca la partita più importante per il futuro della connettività globale. La riforma legislativa di Washington, l’approccio di Pechino nel Mar Cinese Meridionale e le mire di controllo di Teheran sullo Stretto di Hormuz sono casi diversi, ma mostrano una convergenza: il potere sui cavi sottomarini non deriva soltanto dalla capacità di costruirli e controllarli, ma anche dalla facoltà di autorizzare, condizionare o rendere più costosa ciascuna fase del loro ciclo di vita.

Partecipa alla community

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x