La proposta di revisione dell’Emission Trading System presentata dalla Commissione europea va difesa nella sua impostazione di fondo. Non perché sia perfetta, ma perché compie un passaggio politico importante, perché se da una parte riconosce che la decarbonizzazione non può essere separata dalla competitività, dagli investimenti e dalla tenuta della base industriale, dall’altra riafferma che la politica industriale UE resta incardinata su decarbonizzazione e Green deal.
L’obiettivo infatti, attraverso l’aumento graduale del costo delle emissioni, è quello di usare l’ETS per sostenere innovazione, occupazione e autonomia strategica, senza arretrare sugli obiettivi climatici.
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Revisione ETS, il nodo delle risorse per l’industria
La Commissione parte da un dato di fatto: dal 2013 l’ETS ha generato oltre 270 miliardi di euro, ma solo circa il 5% delle entrate ha sostenuto direttamente la decarbonizzazione industriale (in Italia il 9% dai calcoli di ECCO). Non si può chiedere alle imprese di finanziare la transizione e restituire loro una parte così limitata delle risorse da investire in innovazione e processi di efficientamento. Da questo punto di vista è quindi comprensibile che si proponga il prolungamento delle compensazioni per i costi indiretti, il mantenimento di quote gratuite, ma bisogna evitare che nel processo che si avvierà con il trilogo le forze contrarie al Green deal vogliano allargare queste “concessioni”: si rischierebbe allora di vanificare l’intero sistema.
Decarbonizzazione e manifattura europea non sono alternative
Proprio perché la direzione è corretta, il testo deve però essere migliorato. La scelta non è tra clima e industria, ma tra una politica industriale che puntando sulla decarbonizzazione rinnova la manifattura europea e due rischi opposti ma altrettanto rovinosi: la rinuncia agli obiettivi green e di innovazione, come vorrebbero le destre politiche e i conservatori fossili, e una politica che riduca solo formalmente le emissioni nell’Unione trasferendo produzioni e lavoro in Paesi con standard inferiori. Nel primo caso lasceremmo campo libero a sistemi industriali più vivaci e innovativi – si pensi a Cina e India -, nel secondo caso l’Europa avrebbe bilanci apparentemente migliori senza però incidere realmente nella sfida alla crisi climatica. In entrambi i casi un clamoroso autogoal.
Il principio da introdurre è semplice: l’ETS deve premiare la riduzione effettiva dell’impronta carbonica. Non sarebbe ammissibile un rallentamento – di cui purtroppo già vediamo le prime avvisaglie – nella traiettoria di riduzione delle emissioni. Certo, si possono senz’altro introdurre correttivi a una politica che finora è apparsa troppo concentrata nel fissare target (anche sfidanti) ma senza prevedere adeguati strumenti per raggiungerli. Per questo è corretto che la proposta estenda fino al 2040 le tutele per i settori esposti al carbon leakage, colleghi le quote gratuite a piani verificabili di decarbonizzazione e ne rallenti l’eliminazione per i comparti coperti dal CBAM.
Ceramica hard to abate e benchmark ETS
Il caso della ceramica è emblematico. È un’industria energivora e “hard to abate”, nella quale la cottura ad alte temperature non può essere sostituita da un giorno all’altro con elettricità o idrogeno da fonti rinnovabili disponibili a prezzi competitivi e in quantità adeguate. I benchmark per il 2026-2030 rischiano di ridurre fortemente le assegnazioni gratuite sulla base di valori lontani dalle possibilità tecnologiche reali. Secondo Confindustria Ceramica e i sindacati, per i produttori italiani di piastrelle i costi diretti dell’ETS potrebbero salire da circa 70 a 120 milioni di euro l’anno, senza un beneficio ambientale equivalente.
Per la ceramica occorre dunque mantenere quote gratuite adeguate, calcolate su benchmark realistici. Possono essere condizionate a investimenti verificabili in efficienza, recupero del calore, elettrificazione, ma non eliminate. Altrimenti la produzione europea sarà sostituita da importazioni provenienti da Paesi con intensità emissive superiori: l’opposto dell’obiettivo dell’ETS.
Acciaio, forno elettrico e carbon leakage
Lo stesso vale per l’acciaio. L’Italia è la seconda siderurgia dell’Unione e oltre l’85% della produzione nazionale deriva dal riciclo del rottame nei forni elettrici. Questo modello circolare ha consentito al settore di ridurre di oltre il 60% le emissioni di CO₂ rispetto al 1990 e di raggiungere un’intensità emissiva per tonnellata tra le più basse d’Europa.
Una revisione ben costruita deve valorizzare questi risultati. Una stretta uniforme penalizzerebbe chi ha già investito proprio nel tratto più costoso della transizione. Servono benchmark coerenti con le diverse vie produttive, il riconoscimento del valore climatico del rottame e del forno elettrico, compensazioni per il costo della CO₂ incorporato nell’elettricità e finanziamenti per rinnovabili, reti, accumuli, idrogeno e trasformazione del ciclo integrale. Anche il CBAM dovrà misurare l’impronta reale dell’acciaio importato, impedire elusioni e affrontare il problema delle esportazioni europee, che sostengono il costo dell’ETS senza una tutela equivalente sui mercati mondiali.
ETS e circolarità, oltre la contabilità al camino
Esistono poi paradossi che mostrano quanto sia necessario superare una contabilità soltanto “al camino”. L’attuale disciplina include nell’ETS ovviamente la raffinazione di petrolio ma senza riconoscere automaticamente il beneficio di filiera della materia trattata. Così una raffineria di greggio vergine e un impianto che rigenera oli lubrificanti usati sono considerate equivalenti, sebbene il secondo trasformi un rifiuto pericoloso in una base lubrificante che sostituisce materia prima vergine.
La differenza ambientale è concreta. Uno studio del Joint Research Centre conclude che la rigenerazione degli oli usati ha prestazioni climatiche migliori delle alternative di recupero energetico, con risparmi tra 344 e 537 chilogrammi di CO₂ equivalente per tonnellata rigenerata. In Italia, si reimmette nel ciclo produttivo oltre il 98% dell’olio raccolto e si stimano 90 mila tonnellate di CO₂ evitate.
Non si tratta di esentare gli impianti circolari dall’obbligo di migliorare la propria efficienza, ma di riconoscere, con quote gratuite mirate o fattori correttivi, le emissioni evitate lungo il ciclo di vita e la sostituzione di materie prime fossili vergini. Un ETS che tratta allo stesso modo processi con effetti climatici complessivi diversi rischia di disincentivare proprio l’economia circolare. La proposta riconosce che i materiali riciclati possono sostituire produzioni a maggiore intensità carbonica: questo principio deve diventare una regola operativa.
Quote gratuite e proventi ETS per un patto industriale
Le correzioni necessarie sono chiare: quote gratuite per i settori hard to abate finché non esistano alternative realmente praticabili; benchmark settoriali fondati sulle migliori prestazioni raggiungibili; riconoscimento della circolarità e delle emissioni evitate; una quota molto più consistente dei proventi ETS restituita ai comparti che li generano; protezioni efficaci contro il carbon leakage; maggiore stabilità del prezzo della CO₂, perché volatilità e speculazione non rendano impossibile programmare gli investimenti.
Difendere la proposta della Commissione significa difenderne l’ambizione e correggerne i limiti. L’Europa non deve rinunciare all’ETS, ma trasformarlo in un patto industriale per la decarbonizzazione: chi produce con minori emissioni, ricicla materia, investe e mantiene impianti e lavoro nell’Unione deve ricevere protezione e risorse. Il successo si misurerà sulle emissioni reali evitate e dalla capacità di continuare a produrre in Europa acciaio, ceramica e materiali strategici sempre più puliti.









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