C’è un modo semplice per capire quanto sia cambiato il mercato editoriale negli ultimi tre anni, chiedere a una giornalista americana di cercare il proprio nome su Amazon. È quello che ha fatto, quasi per caso, Kashmir Hill, cronista tecnologica del New York Times, dopo che alcuni amici le avevano segnalato l’esistenza di un libro intitolato semplicemente con il suo nome e cognome, venduto a 26,99 dollari in copertina rigida. Curiosa, lo ha fatto comprare al suo editore.
Novanta pagine, firmate da un certo John Crane Miller, un nome che non risultava da nessuna parte se non su quella copertina. Hill ha scoperto che lo stesso autore fantasma aveva pubblicato dieci biografie in una sola settimana, tutte dedicate a giornalisti e personaggi pubblici diversi. Un pomeriggio di lavoro, o poco più, per ogni volume, giusto il tempo di dare in pasto a un modello linguistico un nome, qualche articolo di Wikipedia e un prompt ben calibrato.
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Il boom delle biografie IA su Amazon
Il caso di Hill non è isolato. È il sintomo più visibile di una tendenza che gli addetti ai lavori chiamano ormai, senza troppi giri di parole, “AI slop”, sbobba IA, un diluvio di libri a bassissimo costo di produzione, spesso interamente o quasi interamente scritti da un’intelligenza artificiale, che nell’ultimo anno ha assunto proporzioni difficili da ignorare, soprattutto nella categoria delle biografie non autorizzate.
Non esistono cifre ufficiali granitiche, Amazon non pubblica dati dettagliati sulla provenienza dei contenuti caricati su Kindle Direct Publishing, ma le stime raccolte da diverse testate concordano su un ordine di grandezza. Le pubblicazioni di e-book su Amazon sarebbero triplicate dopo il lancio di ChatGPT, superando le 300.000 al mese entro la fine del 2025, contro circa 100.000 nel 2022. Una crescita che di per sé non sarebbe allarmante, l’incremento dell’auto-pubblicazione è costante da anni, il fatto è che una parte crescente di questi titoli nasce da una sequenza di istruzioni date a un’IA anziché da un lavoro di scrittura personale.
Perché la saggistica è il terreno ideale dell’AI slop
La saggistica, e in particolare la biografia, si è rivelata il terreno più fertile per questo tipo di produzione. Un modello linguistico può ricombinare in poche ore informazioni biografiche già pubbliche, voci di Wikipedia, articoli di giornale, interviste, in un testo all’apparenza compiuto, privo però di verifica delle fonti, di prospettiva critica, spesso anche di elementare correttezza fattuale.
Testimonia Kashmir Hill a proposito del testo a lei intitolato: «La mia biografia è lunga 90 pagine e dovrebbe essere più breve. Unisce fatti su di me ampiamente disponibili su internet, come il luogo in cui sono cresciuta, a riflessioni generiche che potrebbero valere per chiunque, come un oroscopo spalmato su decine di pagine. “Non si può comprendere Kashmir Hill senza comprendere le sue contraddizioni”, ha scritto il mio biografo, insieme a una descrizione atrocemente lunga del mio elaborato rituale per preparare il caffè. (Verifica della notizia: lo fa mio marito)».
I casi documentati tra autori fantasma e bestseller rimossi
Il catalogo di casi documentati nell’ultimo anno è lungo. Diane W. Gray, autrice pseudonima citata nell’inchiesta di Hill, ha pubblicato decine di biografie di celebrità in un periodo di tempo compresso al punto da rendere impossibile un lavoro di ricerca reale dietro ciascun volume. Un libro sul defunto attivista Charlie Kirk, scritto in fretta e furia dopo la sua morte, è arrivato per un breve periodo tra i bestseller di Amazon prima di essere rimosso, travolto da recensioni che lo bollavano come un prodotto raffazzonato e ingannevole.
Il fenomeno tocca anche autori consolidati, non solo personaggi pubblici generici. La scrittrice Stephanie Land ha raccontato di aver trovato una biografia di 180 pagine su di sé, scritta in prima persona e attribuita a una firma mai sentita prima, che di fatto riformulava frase per frase il suo memoir Maid. Quando l’Authors Guild, l’associazione statunitense che tutela gli scrittori, ha segnalato il caso a Amazon, la piattaforma ha rimosso rapidamente il titolo. Una sorte simile era toccata poco prima a Kara Swisher, giornalista tecnologica la cui uscita in libreria con il memoir Burn Book era stata anticipata da una finta biografia con una copertina che riprendeva, in versione generata artificialmente, l’immagine scelta per l’edizione originale.
Non è un fenomeno confinato al giornalismo o alla cronaca. Nel mondo della spiritualità e dell’occultismo, l’autore Mat Auryn combatte da tempo contro decine di titoli che a suo dire riprendono in modo poco dissimulato i contenuti dei suoi libri, attribuendoli a autori dai nomi generici e privi di qualsiasi presenza pubblica verificabile. E a Pittsburgh, lo scrittore John Miller ha scoperto che la sua biografia di un allenatore di baseball, accolta con recensioni critiche favorevoli, aveva già una concorrente pubblicata pochi giorni dopo da un autore inafferrabile, con centinaia di titoli al proprio attivo su argomenti che spaziano dallo sport al bourbon fino ai piccoli reattori nucleari modulari.
Come nasce una piccola fabbrica di biografie fasulle
Cosa serve per mettere in piedi una piccola fabbrica di biografie fasulle? Sorprendentemente poco. Un nome, quello di una persona già nota, meglio se in procinto di pubblicare un libro o di tornare sotto i riflettori, un modello linguistico capace di generare un testo lungo, qualche fonte pubblica da cui attingere dati biografici essenziali e una copertina prodotta con uno strumento di generazione di immagini. Il tutto confezionato in poche ore, caricato su Kindle Direct Publishing, il servizio di auto-pubblicazione di Amazon, e messo in vendita nel giro di un giorno o due, il tempo tecnico della revisione automatica della piattaforma.
Il modello di business, quando esiste, si basa su volumi enormi e margini minimi per singolo titolo: pochi euro di ricavo per copia venduta, moltiplicati per centinaia di titoli pubblicati sotto pseudonimi diversi, spesso capitalizzando sul traffico di ricerca generato nelle ore o nei giorni immediatamente successivi a un evento specifico, un lancio editoriale, una scomparsa, una controversia mediatica. È una logica affine a quella dello spam pubblicitario, ma che compaia nei risultati di ricerca prima o accanto a quello vero.
La linea permissiva di Amazon sui libri generati con IA
Amazon ha finora mantenuto una linea permissiva. La posizione ufficiale dell’azienda è che i contenuti generati con intelligenza artificiale sono ammessi purché non producano quella che l’azienda stessa definisce una “scarsa esperienza per il cliente”, una soglia volutamente vaga che lascia ampio margine di manovra prima che un titolo venga rimosso. La piattaforma non impone alcun obbligo di etichettare i libri come generati con IA, nonostante le pressioni in tal senso da parte di organizzazioni come l’Authors Guild.
Quest’ultima ha iniziato a segnalare direttamente ad Amazon i casi più eclatanti, ottenendo talvolta rimozioni rapide, come nel caso di Stephanie Land, ma il meccanismo è farraginoso. Si interviene titolo per titolo, dopo la segnalazione di un autore o di un lettore, senza un filtro strutturale a monte capace di intercettare il fenomeno nel suo complesso. Nel frattempo, secondo quanto raccontato da diversi scrittori a testate come Rolling Stone e alla radio pubblica statunitense, il problema principale non è tanto la spesso contenuta perdita diretta di vendite quanto il logoramento della fiducia dei lettori nel sistema di ricerca e recensione della piattaforma.
La questione giuridica delle biografie non autorizzate
C’è poi una questione giuridica che resta largamente irrisolta. Molti di questi titoli non si limitano a raccontare fatti pubblici già noti, ma riformulano in modo sistematico opere altrui, memoir, biografie autorizzate, persino singoli articoli, cambiando la struttura delle frasi quel tanto che basta per eludere un controllo antiplagio superficiale, senza però aggiungere alcuna analisi originale. L’Authors Guild ha osservato che questo tipo di operazione difficilmente può rientrare nella nozione di uso legittimo, dal momento che manca quasi sempre un contributo critico o interpretativo proprio. Si tratta in sostanza di un riassunto o di una parafrasi estesa dell’opera originale, confezionata per intercettare le vendite di chi cerca il libro vero. Se il kitsch è definibile come una o più immagini abusate, arte da paccottiglia, e voglia di compiacere il pubblico con qualcosa che il pubblico già conosce e possiede, siamo nel pieno di una nuova invasione del kitsch.
Come riconoscere i libri generati con IA su Amazon
Chi frequenta le classifiche di Amazon con un minimo di attenzione ha imparato a individuare alcuni indizi ricorrenti. Il primo è la produttività dell’autore. Un profilo con centinaia di titoli pubblicati nell’arco di pochi mesi, spesso su argomenti tra loro scollegati, dallo sport alla finanza, dalla spiritualità alla storia militare, è quasi sempre un segnale d’allarme, perché nessun autore umano regge un simile ritmo di ricerca e scrittura. Il secondo è la fotografia dell’autore in copertina o nella scheda biografica, spesso leggermente innaturale, con quella simmetria eccessiva del volto tipica delle immagini generate artificialmente. Il terzo è la tempistica. Quando una biografia non autorizzata compare online a distanza di pochi giorni, se non ore, da un evento, un lancio editoriale, una scomparsa, una notizia che porta un nome improvvisamente in cima alle ricerche, la probabilità che sia un prodotto costruito artificialmente per intercettare quel picco di interesse è altissima. Il quarto, forse il più affidabile, sono le recensioni. I lettori più attenti tendono a segnalare rapidamente ripetizioni, errori fattuali grossolani e uno stile piatto e privo di voce narrativa, spesso usando espressioni esplicite come “prodotto generato con IA” o “una truffa”.
Anche autori in carne e ossa possono essere prolifici, usare strumenti di intelligenza artificiale come supporto alla scrittura, o pubblicare rapidamente in risposta a un evento di attualità, il confine tra un uso legittimo della tecnologia come strumento di scrittura e un prodotto interamente automatizzato pensato per ingannare non è sempre netto. Ma la combinazione di più segnali, profilo autore inconsistente, produttività abnorme, tempistica sospetta, recensioni allarmate, resta oggi lo strumento più affidabile a disposizione del lettore, in assenza di un intervento più sistemico da parte delle piattaforme.
Il paradosso dell’auto-pubblicazione
Il paradosso di questa vicenda è che colpisce la presunta democratizzazione editoriale promossa dall’auto-pubblicazione. La possibilità per un autore senza il sostegno di un editore tradizionale di raggiungere un pubblico attraverso i propri mezzi finisce in una sentina di kitsch generato elettronicamente. Oggi quel canale aperto, veloce, privo di filtri redazionali è diventato il terreno ideale anche per chi all’intenzione e capacità di scrivere sostituisce la voglia di occupare uno spazio nei risultati di ricerca nel momento in cui un nome diventa per qualche giorno ricercato.
Al di là dei risultati miseri di cui si parla, il fenomeno presenta prospettive future non prive d’interesse. Se per ora il conto sembra lo paghino soprattutto gli autori che un libro lo scrivono davvero e che si ritrovano a fare concorrenza a una versione di sé stessi che non hanno mai autorizzato, la categoria veramente danneggiata è quella degli editor. Queste figure diventate indispensabili negli ultimi decenni alla pubblicazione di un libro presso una casa editrice importante, questi professionisti della prosa che ritoccano e decidono cosa debba o non debba essere presentato a un lettore, sono oggi facilmente rimpiazzabili al fianco di un autore abile abbastanza da revisionare con cura in una settimana il lavoro fatto per lui da un’IA nell’arco di un pomeriggio.
La sbobba IA, insomma, apre le porte a un uso esperto del modello linguistico adatto a confezionare rapidamente dei contenuti suggeriti con arguzia e corretti con decoro, soprattutto in ambito saggistico, lasciando disoccupate le schiere di correttori e confezionatori umani di modelli prestabiliti per il pubblico che ormai avevano preso il sopravvento nel sistema editoriale mondiale.
Oppure gli editor diplomati potrebbero, una volta disoccupati, scoprirsi degli autori veri grazie all’aiuto del loro simile elettronico.













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