Nei primi otto mesi del 2026 il digitale è stato onnipresente nei discorsi del Governo. Intelligenza artificiale, sovranità tecnologica, cloud, innovazione, startup e infrastrutture sono entrati stabilmente nel lessico politico. Ma se dagli annunci si passa ai risultati industriali misurabili, il bilancio cambia. Per un Paese con le potenzialità dell’Italia, la distanza tra ciò che si racconta e ciò che si è realizzato è ancora troppo grande.
Con settembre riprenderà la stagione politica e, inevitabilmente, anche quella degli annunci. Prima di aggiungerne altri, sarebbe utile verificare che cosa sia stato realmente fatto nei primi otto mesi del 2026. Sul digitale si è creata una distanza preoccupante tra la quantità delle parole pronunciate e la consistenza dei risultati ottenuti.
Di intelligenza artificiale si parla praticamente ogni giorno. Si organizzano convegni, si presentano strategie, si annunciano investimenti, si costituiscono tavoli, si approvano norme e decreti. Tutto questo produce una percezione di grande attività. Una politica industriale, però, non si misura dal numero dei comunicati o dei documenti strategici, ma dalle fabbriche trasformate, dalle imprese che adottano l’AI, dai robot installati, dalle startup che diventano grandi aziende, dal capitale mobilitato, dalle infrastrutture completate e dalla produttività generata.
Non sarebbe corretto sostenere che il Governo non abbia fatto nulla. Esistono la Strategia italiana per l’AI 2024-2026, la legge sull’intelligenza artificiale e i relativi provvedimenti attuativi, IT4LIA AI Factory, gli investimenti nel supercalcolo e nel quantum, il PNRR e numerosi programmi di digitalizzazione. Il problema è un altro: le iniziative sono numerose, mentre i risultati industriali sono ancora troppo pochi.
Indice degli argomenti
La pagella digitale del Governo
La roadmap digitale italiana comprende 67 misure per complessivi 62,3 miliardi di euro, pari al 2,84% del PIL. Con risorse di questa dimensione, il metro di giudizio non può essere il numero delle iniziative avviate, ma ciò che stanno concretamente producendo. È su questa distanza tra parole e fatti che va costruita la pagella digitale del Governo.
Intelligenza artificiale: 5
I dati mostrano un’accelerazione importante, ma anche quanto lavoro resti da fare. Secondo ISTAT, nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno dieci addetti utilizzava almeno una tecnologia AI, contro l’8,2% del 2024. Tra le PMI la quota era del 15,7%, mentre nelle grandi imprese raggiungeva il 53,1%. Quasi il 60% delle imprese che aveva valutato investimenti nell’AI senza poi realizzarli indicava tra gli ostacoli la mancanza di competenze.
Il mercato sta accelerando, ma manca ancora una politica industriale che stabilisca obiettivi misurabili: quante imprese vogliamo portare all’AI, quante fabbriche trasformare, quante nuove aziende tecnologiche far crescere e quanta produttività generare? Regolamentare l’intelligenza artificiale è necessario; costruire un’industria dell’intelligenza artificiale è un’altra cosa. Voto: 5.
Supercalcolo, AI Factory e quantum: 7
IT4LIA AI Factory, il Tecnopolo di Bologna, CINECA e l’ecosistema costruito intorno a Leonardo rappresentano asset strategici. Nell’aprile 2026 EuroHPC ha inoltre firmato il contratto per un nuovo supercomputer ottimizzato per l’AI destinato a IT4LIA.
È uno dei settori nei quali il giudizio deve essere positivo. Il vero banco di prova viene però adesso: capacità di calcolo e supercomputer diventano politica industriale soltanto quando generano applicazioni, nuove imprese, ricerca trasferita al mercato e maggiore produttività. Bisognerà quindi misurare quante PMI utilizzeranno realmente queste infrastrutture e quanto valore economico produrranno. Voto: 7.
Robotica e Physical AI: 3
È probabilmente il punto più debole della politica tecnologica italiana. La convergenza tra AI, robotica, sensori e computer vision sta portando l’intelligenza artificiale nel mondo fisico e trasformerà fabbriche, logistica, agricoltura, edilizia, sanità e servizi.
L’ultimo dato consolidato dell’International Federation of Robotics, relativo al 2024, registra in Italia 8.783 nuovi robot industriali, secondo mercato europeo dopo la Germania, ma con una contrazione del 16% rispetto all’anno precedente. Il consuntivo IFR 2025 non è ancora disponibile.
Proprio questa posizione di partenza rende più grave il ritardo. Una delle principali economie manifatturiere europee dovrebbe essere protagonista del passaggio dalla robotica tradizionale alla Physical AI. Non esiste invece una grande missione nazionale, manca un programma sufficientemente ambizioso per portare la robotica intelligente nelle PMI e non è stata definita una strategia sui robot umanoidi e sulla relativa filiera industriale.
Mentre la competizione mondiale accelera sull’embodied intelligence e sull’industrializzazione dei robot intelligenti, l’Italia rischia di arrivare ancora una volta in ritardo. Voto: 3.
Telecomunicazioni: 4
Le telecomunicazioni sono l’infrastruttura sulla quale poggia l’economia digitale, ma il settore continua a essere affrontato attraverso dossier separati, dalle frequenze alla copertura, dal consolidamento al PNRR, senza una visione industriale complessiva.
La domanda dovrebbe essere quale industria italiana ed europea delle telecomunicazioni vogliamo avere nel 2030. Gli operatori non possono rimanere semplici fornitori di connettività mentre il valore si sposta verso cloud, edge computing, cybersecurity, API, AI, satelliti e nuovi servizi. La Physical AI renderà inoltre le reti ancora più strategiche.
Manca una politica capace di accompagnare questa trasformazione. Voto: 4.
Banda ultralarga e PNRR: 4
Qui bisogna riconoscere i progressi. Nel 2025 la copertura FTTP ha raggiunto il 77,56% delle famiglie italiane, sopra la media europea del 74,13%. Rimangono tuttavia debolezze nelle aree rurali e soprattutto il problema di trasformare la disponibilità della fibra in utilizzo effettivo.
Dopo anni nei quali il dibattito si è concentrato sul numero delle unità immobiliari raggiunte, bisogna spostare l’attenzione sul take-up e sull’impatto economico delle reti. Una fibra produce pienamente valore quando viene utilizzata da famiglie e imprese, non quando passa semplicemente davanti a un edificio.
I progressi infrastrutturali sono reali, ma il risultato rimane incompleto. Voto: 4.
Open Fiber: 2
È il dossier sul quale il giudizio sulla regia pubblica deve essere più severo. Nel 2025 Open Fiber ha registrato ricavi per 798,1 milioni di euro e un EBITDA di 409,5 milioni, in crescita rispettivamente del 18% e del 53%, ma ha chiuso l’esercizio con una perdita netta di 336,7 milioni e una posizione finanziaria netta di 6,84 miliardi. Gli investimenti cumulati dichiarati dalla società hanno raggiunto 11,8 miliardi.
Ancora più delicata è la vicenda del Piano Italia a 1 Giga. Open Fiber ha dichiarato 707.092 civici non collegabili entro il 30 giugno 2026, un dato riportato ufficialmente da Infratel. Dalla successiva verifica sono emersi 437.951 civici che, sulla base delle dichiarazioni degli operatori, non risultavano coperti entro il 2030 oppure risultavano coperti con tecnologie incapaci di garantire velocità di picco superiori a 300 Mbit/s.
Nel frattempo il Piano Italia a 1 Giga è stato rimodulato, riducendo significativamente il numero dei civici da raggiungere entro la scadenza PNRR.
Il Governo non può considerare Open Fiber un dossier altrui. Attraverso CDP lo Stato è indirettamente presente nell’azionariato; attraverso Infratel svolge funzioni nell’attuazione e nel controllo dei programmi pubblici; attraverso il PNRR e altri strumenti sostiene lo sviluppo delle reti. Sono ruoli diversi, ma proprio per questo richiedono una regia pubblica trasparente.
La domanda è semplice: quando è diventato evidente che gli obiettivi originari non sarebbero stati raggiunti, quali interventi sono stati adottati, quali responsabilità sono state individuate e perché si è arrivati alla rimodulazione senza riuscire a prevenire il problema?
Non si può misurare una politica digitale soltanto dalla capacità di annunciare nuovi investimenti. Bisogna anche saper governare quelli già effettuati. Su Open Fiber questa capacità di regia è stata gravemente insufficiente. Voto: 2.
Pubblica amministrazione digitale: 7
È uno degli ambiti nei quali i risultati sono migliori. Nel 2025 l’Italia ha raggiunto 86,11 punti nei servizi pubblici digitali per i cittadini, sopra la media europea di 84,64, e nell’eHealth 89,93 punti, contro 86,51 nell’UE.
Il prossimo salto deve però essere dall’amministrazione digitalizzata all’amministrazione intelligente. La nuova frontiera non consiste più nel trasformare un modulo cartaceo in un modulo online, ma nell’utilizzare l’AI per semplificare procedimenti, ridurre tempi e aumentare la produttività della macchina pubblica. Voto: 7.
Competenze digitali: 4
La quota degli italiani tra 16 e 74 anni con almeno competenze digitali di base è salita al 54,27%, ma rimane sotto la media europea del 60,4% e lontana dall’obiettivo dell’80% fissato per il 2030.
Con l’AI il problema diventa ancora più urgente. Possiamo costruire data center, supercomputer e reti, ma senza capitale umano sarà difficile trasformare gli investimenti in produttività. Non dobbiamo soltanto formare più specialisti: dobbiamo mettere milioni di lavoratori nelle condizioni di utilizzare efficacemente l’intelligenza artificiale. Voto: 4.
Startup, scaleup e capitale: 4
Nel 2025 il venture capital italiano ha raggiunto circa 1,49 miliardi di euro, con una crescita del 32% rispetto al 2024. È un miglioramento, ma il confronto europeo rimane severo: gli investimenti rappresentano appena lo 0,07% del PIL italiano, contro lo 0,15% della Germania, lo 0,16% della Spagna e lo 0,22% della Francia.
Il problema non è soltanto far nascere startup, ma permettere alle migliori di diventare grandi imprese tecnologiche. Nell’AI, dove velocità e disponibilità di capitale determinano rapidamente chi controlla i mercati, questa debolezza è particolarmente grave. Voto: 4.
Sovranità tecnologica: 4
La sovranità tecnologica è una delle espressioni più utilizzate nel dibattito politico, ma troppo spesso manca una definizione operativa. Non significa produrre tutto in Italia, ma decidere quali tecnologie dobbiamo controllare, quali sviluppare insieme all’Europa e in quali costruire partnership internazionali.
Semiconduttori, cloud, AI, cybersecurity, telecomunicazioni, robotica, satelliti, data center, quantum ed energia sono parti della stessa infrastruttura strategica. L’Italia possiede eccellenze, ma non ha ancora stabilito con sufficiente chiarezza dove intenda conquistare una leadership e dove accetti una dipendenza dall’esterno. Senza questa gerarchia di priorità, la sovranità tecnologica rischia di rimanere una formula da convegno. Voto: 4.
La pagella finale: 4,4
Una pagella politica non può essere ridotta a una media matematica, ma i voti aiutano a mettere a fuoco il problema. L’Italia non è ferma: possiede infrastrutture importanti, una grande base manifatturiera, università e centri di ricerca di qualità e competenze nelle telecomunicazioni, nell’automazione e nella microelettronica. Proprio per questo il risultato dei primi otto mesi del 2026 appare deludente. Con le carte che avevamo in mano, avremmo dovuto fare molto di più.
Il limite principale dell’azione del Governo non consiste nell’assenza di iniziative, ma nell’incapacità, almeno fino a oggi, di trasformarle in una vera politica industriale tecnologica. Amministrare programmi europei non significa avere una strategia nazionale; adeguare l’ordinamento all’AI Act non significa avere una politica industriale sull’intelligenza artificiale; costruire capacità di supercalcolo non significa avere un’industria dell’AI; posare fibra non significa avere trasformato digitalmente l’economia; finanziare startup non significa creare campioni tecnologici; parlare di sovranità tecnologica non significa averla conquistata.
Da settembre il Governo può ancora cambiare passo. Servono una missione nazionale sulla Physical AI e sulla robotica, un grande programma per portare l’AI nelle PMI, una politica industriale per le telecomunicazioni, un piano straordinario sulle competenze e una strategia per trasformare la capacità computazionale italiana in nuove imprese e produttività.
Soprattutto serve una regia capace di comprendere che AI, robotica, telecomunicazioni, cloud, semiconduttori, cybersecurity, quantum e capacità computazionale non sono politiche separate, ma componenti della stessa politica industriale.
Nel prossimo decennio la forza economica di un Paese si misurerà sempre più attraverso capacità computazionale, intelligenza artificiale, robotica, reti, semiconduttori, dati ed energia. Le grandi potenze tecnologiche lo hanno compreso e la competizione sta accelerando.
Quando a settembre riprenderà la stagione politica, sarebbe quindi utile partire da una domanda molto concreta: alla fine del 2026, quali nuove capacità tecnologiche e industriali possiederà realmente l’Italia che non possedeva all’inizio dell’anno?
È questa la domanda alla quale il Governo dovrebbe rispondere, con numeri, investimenti realizzati, imprese trasformate e risultati misurabili. Perché dopo tante strategie, tanti convegni e tanti annunci, il Paese ha bisogno soprattutto di risultati.
Da settembre servono meno parole e più fatti. Nella tecnologia, il tempo perso non si recupera con un comunicato stampa.


















Partecipa alla community