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Il coaching scopre l’AI: cresce l’uso, mancano regole condivise


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L’intelligenza artificiale è già entrata nel coaching, soprattutto nella preparazione e nel seguito delle sessioni. Una ricerca di ICF Italia fotografa adozione, benefici e timori dei professionisti, indicando formazione e regole etiche come condizioni per tutelare relazione, professionisti e clienti

Pubblicato il 16 set 2026

Adriana De Pasquale

Executive Coach PCC ICF, Counselor e Senior Trainer | Faculty Member di INSIDE Coaching School

Maria Rita Fiasco

Executive Coach PCC, Membro del Comitato di ricerca Coaching e AI



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Coaching umano, supportato dall’IA




L’Intelligenza Artificiale è ormai entrata a far parte della cassetta degli attrezzi delle professioni più eterogenee ed è destinata a rimanerci, compresi quei settori in cui la componente umana è alla base della professione stessa.

È quanto sta accadendo anche nella professione del coach: la ricerca “AI&Coaching”, condotta nel 2025 su 197 coach da ICF Italia, il Chapter italiano della International Coaching Federation (ICF), la più grande associazione di coach professionisti al mondo, ha evidenziato come oltre tre professionisti su quattro (77,2%) abbiano già sperimentato strumenti di AI, mentre il 44,2% li utilizza già nella propria pratica professionale.

Se l’ingresso dell’AI nella professione sembra ormai una certezza, meno definito è però l’impatto che questa rivoluzione avrà sul lavoro dei coach e sui clienti. Come per altre professioni, il dibattito su potenzialità e rischi dell’ingresso dell’AI nel mondo del lavoro è oggi più aperto che mai. Per trovare risposte a questi interrogativi, ICF Italia ha creato l’Osservatorio Permanente AI & Coaching, un’iniziativa dedicata a monitorare l’evoluzione del rapporto tra Intelligenza Artificiale, coaching e organizzazioni. L’obiettivo è definire come i coach si stiano approcciando all’AI nella loro professione, ma anche delineare rischi e potenzialità dei nuovi strumenti di coaching basati sull’Intelligenza Artificiale.

L’utilizzo dell’AI nel coaching oggi

I dati oggi disponibili sull’utilizzo dell’AI da parte dei coach mostrano un fenomeno già avviato, ma ancora in divenire, con livelli di adozione e modalità di utilizzo ancora piuttosto eterogenei: per alcuni professionisti l’AI è già uno strumento abituale, per altri viene utilizzata solo in determinate attività, mentre una quota consistente è ancora in fase di sperimentazione. Il 19,3% dei coach che ha partecipato alla ricerca “AI&Coaching” la impiega infatti ormai frequentemente, il 24,9% solo occasionalmente, mentre il 33% sta iniziando a esplorarne le possibilità. Questo significa che l’adozione non è ancora uniforme, ma ha già superato la fase pionieristica ed è entrata in una dimensione operativa. Solo il 22,8% ha infatti dichiarato di non utilizzare attualmente l’AI.

Tuttavia, questi dati assumono un significato ancora più interessante se si leggono alla luce delle motivazioni che ostacolano oggi l’approccio dei coach nei confronti dell’AI. A frenare un utilizzo più ampio non sembra essere tanto un rifiuto della tecnologia, quanto la difficoltà di comprenderne concretamente strumenti, limiti e modalità di integrazione: tra chi oggi non usa l’AI, il 43,18% indica come principale ragione la scarsa conoscenza. I dati suggeriscono inoltre che la presenza dell’AI nella professione è destinata ad ampliarsi: tra i coach che attualmente non utilizzano l’AI, ben il 66,7% dichiara di volerla adottare in futuro, mentre solo il 33,3% non ne prevede l’adozione. L’astensione attuale appare quindi spesso transitoria più che dovuta a un’opposizione di principio vera e propria.

L’AI come strumento, non sostituto del coach

A fronte di questi dati, la domanda spontanea riguarda le modalità con cui i coach utilizzano oggi l’AI o prevedono di utilizzarla in futuro. Come accade in altre professioni che hanno come scopo lo sviluppo e la crescita delle persone, anche per il coach professionista la relazione umana rappresenta una parte fondante e irrinunciabile del lavoro: il coach, infatti, non fornisce soluzioni precostituite, ma accompagna la persona (o il team) verso il raggiungimento degli obiettivi prefissati in un processo di consapevolezza che si basa sull’individuazione e la valorizzazione delle risorse individuali. Il sentiment prevalente oggi tra i coach vede infatti nell’AI non un possibile sostituto, ma uno strumento destinato ad affiancare il lavoro del coach professionista. Per il 54,8% dei coach intervistati, nei prossimi tre anni l’AI supporterà il lavoro del professionista in modo complementare, mentre soltanto il 5,1% ritiene che lo sostituirà. La domanda che sembra essere prevalente tra i coach oggi è quindi non “se”, ma quanto e come l’AI inciderà sul processo.

Gli ambiti di applicazione dell’AI

L’uso attuale dell’AI tra i coach, sebbene con differenze individuali ancora significative, sembra suggerire che i coach la utilizzino non solo nelle attività amministrative e organizzative, ovvero le attività meno identitarie della professione, ma anche nella costruzione e preparazione delle sessioni, sempre però in modo ausiliario alle proprie competenze. Gli ambiti d’uso più frequenti dell’AI nel coaching sono infatti quelli legati a efficienza e creatività. C’è chi utilizza l’AI nella ricerca e generazione di domande o stimoli per il cliente (14,61%), chi lo fa nell’accompagnare il cliente da una sessione all’altra come supporto alla riflessione personale (11,75%), mentre circa il 10% se ne avvale per sintetizzare sessioni o produrre note. Al contrario, si registra un uso più cauto nelle attività che riguardano più da vicino il rapporto con i clienti.

È proprio nella maggiore efficienza nella preparazione o nel follow-up delle sessioni (32,68%) e nella ricerca di nuovi stimoli e punti di vista (28,02%) che i coach riscontrano infatti i maggiori vantaggi nell’applicazione dell’AI. Allo stato attuale, quindi, i dati diffusi da ICF Italia mostrano la fotografia di una categoria professionale che guarda con interesse all’AI come leva di creatività e produttività, ma resta prudente se l’utilizzo riguarda le attività percepite come “più a rischio”, come quelle che implicano l’interpretazione di informazioni personali, l’analisi di comportamenti o comunque il focus del proprio lavoro. In queste attività è diffuso infatti il timore che un errore, un bias o una gestione poco trasparente dei dati potrebbero avere conseguenze rilevanti per i clienti.

Vantaggi percepiti nell’utilizzo dell’IA nel coaching

L’urgenza di regole più definite

In questo periodo di transizione e cambiamento, a fronte di un diffuso atteggiamento di curiosità e interesse nei confronti dell’AI, tra i coach persistono però dubbi e timori sui possibili effetti negativi sulla professione. Le due preoccupazioni più citate sono i bias e le possibili distorsioni degli output, indicati dal 19,64% del campione, e i problemi etici e legali legati a privacy, confidenzialità e accountability, riferiti tra i timori principali dal 19,64% dei coach intervistati.

Anche se solo una minima parte dei coach ritiene che l’AI possa sostituire oggi la figura del coach (6,25%), c’è chi teme che l’utilizzo dell’AI possa penalizzare la qualità del lavoro: dopo il rischio di un’eccessiva dipendenza dall’AI (13,10%), tra i timori registrati più di frequente ci sono la perdita di autenticità nella pratica (12,2%) e il rischio che possa ridursi la qualità della relazione coach-cliente (11,31%).

Come mostrano i dati, l’AI sembra destinata a diventare parte del lavoro del coach, ma il percorso non è lineare: le implicazioni di questo nuovo attore nella professione interessano il lato etico, professionale e identitario del lavoro. Lo dimostra la domanda di regole più chiare da parte dei coach stessi. Il 30% indica infatti tra le priorità la disponibilità di linee guida etiche e deontologiche, mentre il 33,2% chiede una maggiore formazione tecnica. Questo significa non solo strumenti, ma una vera e propria infrastruttura professionale fondata su policy, procedure e criteri comuni, a tutela dei coach e degli stessi assistiti.

Opporsi a un cambiamento già in atto, oltre che inutile, potrebbe rivelarsi perfino controproducente. In questo scenario, il coaching è chiamato a ridefinire il proprio ruolo, le competenze richieste ai professionisti e il valore offerto a persone e organizzazioni. Il rischio, in assenza di un’analisi strutturata, è che il settore si limiti a inseguire l’evoluzione tecnologica o, al contrario, la subisca senza riuscire a governarne gli effetti. È da questa esigenza che è stato creato l’Osservatorio Permanente AI & Coaching di ICF Italia, con l’obiettivo di fornire un presidio stabile di ricerca, osservazione e confronto sull’impatto dell’Intelligenza Artificiale nella professione.

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