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AI, perché l’Occidente teme ciò che la Cina trasforma in servizio


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L’Intelligenza Artificiale divide culture, economie e immaginari. In Cina prevale un approccio pragmatico, legato ai servizi e alla vita quotidiana; in Occidente domina la paura della sostituzione professionale. Tra Klarna, Duolingo, Marx e Arendt emerge il nodo irrisolto del lavoro umano

Pubblicato il 24 set 2026

Marco Ongaro

Cantautore, librettista, saggista



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C’è una storia, raccontata di recente dalla scrittrice cinese Afra Wang, che ben rappresenta il divario profondo con cui l’umanità sta affrontando la rivoluzione tecnologica. Afra racconta di sua nonna, una donna nata in una Cina rurale e poverissima, che un tempo camminò per ben cinque ore a piedi solo per acquistare un orologio meccanico, indispensabile per far arrivare i figli a scuola in orario. Oggi quella stessa anziana signora vive in un grattacielo, soffre di una sottile dipendenza da shopping online causata dal suo smartphone e guarda fuori dalla finestra i droni che consegnano i pacchi nel suo quartiere. Per lei, conclude la nipote, l’Intelligenza Artificiale non è un incubo distopico ma semplicemente «il giro successivo di una ruota che ha sempre e solo girato in avanti».

La reazione del pubblico alla recente introduzione di strumenti generativi come Seedance 2.0, capaci di creare video fotorealistici in pochi secondi, ha evidenziato in modo plastico questa spaccatura culturale. Negli Stati Uniti e in Europa, l’uscita di un video che mostra un’incredibile e fittizia scena di lotta tra Brad Pitt e Tom Cruise ha scatenato il panico. Sceneggiatori, registi e doppiatori hanno visto materializzarsi lo spettro dell’obsolescenza professionale. In Cina, patria della casa madre di Seedance (ByteDance), la reazione è stata di segno opposto. I titoli di borsa delle società di video sono schizzati alle stelle e uno dei registi più celebri del paese, Jia Zhangke, ha persino girato un cortometraggio in cui il suo sé reale discute amabilmente di cinema con il suo avatar digitale.

IA tra Oriente e Occidente: la spaccatura culturale

Un sondaggio condotto in 47 Paesi conferma questa spaccatura: mentre il 69% dei cinesi ritiene che i benefici dell’IA superino ampiamente i rischi, negli Stati Uniti solo il 35% si dice d’accordo.

Come mai la stessa identica tecnologia evoca la fine del lavoro in Occidente ed è accolta come un’alleata in Oriente?

È una questione di approccio, teorico ad ovest e pratico ad est. In Occidente l’I.A. è entrata nelle vite della gente in gran parte come un’entità astratta e competitiva, un software nei nostri computer che genera testi al posto nostro, fa battute, supera gli esami di avvocato o crea immagini in stile Van Gogh. Molte persone percepiscono che l’algoritmo stia venendo a prendersi la parte nobile e creativa del loro lavoro. Se si cammina per Pechino o Shanghai, ci racconta Vivian Wang in un articolo dell’agosto scorso sul New York Times, l’esperienza è del tutto diversa. L’IA in Cina si tocca con mano ed è pensata per togliere di mezzo la noia o la fatica. I taxi senza guidatore girano già per decine di metropoli. Piccoli robot simili ad aspirapolvere intelligenti portano la spesa in camera negli hotel. Le app sanitarie usano i chatbot per analizzare i sintomi ed evitare le estenuanti code negli ospedali pubblici. Persino per comprare un paio di scarpe ci si affida a un assistente digitale che consiglia la misura e l’abbinamento migliore.

L’approccio pratico della Cina all’Intelligenza Artificiale

Mentre le grandi aziende americane inseguono traguardi quasi metafisici, come la creazione della cosiddetta AGI, l’Intelligenza Artificiale Generale, una sorta di Grande Mente superiore all’uomo, il governo e le imprese cinesi impongono una direzione chiara: «priorità all’applicazione pratica». L’IA deve servire a far funzionare meglio le città e a gestire problemi giganteschi, come il rapido invecchiamento della popolazione. Quando una tecnologia evita tre ore di fila dal medico, si tende a volerle bene.

In verità la questione della sostituzione sul lavoro riguarda tanto il mondo occidentale quanto quello orientale. Nel febbraio del 2024 Klarna, l’azienda svedese dei pagamenti a rate, ha annunciato che il suo nuovo assistente virtuale aveva già gestito due milioni e trecentomila conversazioni con i clienti in un solo mese, svolgendo un lavoro equivalente a settecento dipendenti a tempo pieno. I tempi di risposta erano crollati da undici minuti a meno di due, il gradimento dei clienti era rimasto uguale a quello garantito dagli operatori umani e l’azienda stimava un risparmio di quaranta milioni di dollari l’anno. Il fondatore, Sebastian Siemiatkowski, ha congelato le assunzioni fuori dall’area tecnica e lasciato intendere che l’organico si sarebbe ridotto naturalmente senza bisogno di licenziare nessuno, semplicemente non sostituendo chi se ne andava.

IA e lavoro umano: il caso Klarna

Un anno dopo, nel giugno del 2025, lo stesso Siemiatkowski è salito su un palco a Londra e ha detto una frase che vale più di molti trattati di filosofia della tecnica: due cose possono essere vere allo stesso tempo. Era vero che Klarna aveva tagliato il personale e automatizzato il servizio clienti ed era vero che nel frattempo l’azienda stava di nuovo assumendo persone in carne e ossa, questa volta per offrire assistenza dedicata ai clienti che semplicemente non volevano parlare con un algoritmo. Pochi mesi dopo lo stesso Siemiatkowski lancia l’allarme sul rischio che l’Intelligenza Artificiale finisca per cancellare intere categorie di lavoro intellettuale, nella finanza come nel software. In una sola azienda, nel giro di diciotto mesi, si sono viste tutte e due le facce della stessa medaglia, la sostituzione e il suo limite, l’entusiasmo e il ripensamento.

La stessa identica sequenza si è ripetuta quasi parola per parola in un’altra azienda che vive di linguaggio, Duolingo. Ad aprile del 2025 il fondatore Luis von Ahn ha reso pubblico un promemoria interno in cui annunciava che l’azienda sarebbe diventata «AI-first», riducendo gradualmente il ricorso ai collaboratori esterni per tutto il lavoro che l’intelligenza artificiale fosse ormai in grado di svolgere da sola. La reazione è stata durissima, tra gli utenti prima ancora che tra i dipendenti. Qualcuno ha scritto che avrebbe cancellato l’abbonamento, qualcun altro ha riassunto il malcontento in una frase subito propagatasi ovunque: prima vengono gli algoritmi, poi le persone. Nel giro di poche settimane von Ahn ha corretto il tiro, ammettendo di non aver dato abbastanza contesto e assicurando che nessun dipendente a tempo indeterminato sarebbe stato licenziato, mentre l’Intelligenza Artificiale sarebbe rimasta uno strumento per accelerare il lavoro umano e non per sostituirlo. Anche qui, la tecnologia non è cambiata di una virgola tra il primo annuncio e la marcia indietro. A cambiare è stata la reazione di chi quella tecnologia la avrebbe subita.

I limiti dell’entusiasmo cinese verso l’IA

Sarebbe ingenuo pensare che in Cina l’entusiasmo sia totale o privo di crepe. Anche in Oriente stanno emergendo i primi scricchiolii. Quando negli ultimi mesi diversi lavoratori cinesi licenziati perché sostituiti da software aziendali hanno fatto causa ai propri datori di lavoro, i tribunali cinesi si sono schierati con i lavoratori, stabilendo che la semplice introduzione dell’IA non costituisce un motivo valido per i licenziamenti di massa. Il governo di Pechino ha un terrore su tutti, l’instabilità sociale. Milioni di giovani laureati senza lavoro potrebbero trasformarsi in una polveriera politica. Inoltre, un’IA troppo libera rischierebbe di sfuggire alla censura di stato o di aiutare gli hacker. Lo stesso presidente Xi Jinping ha recentemente avvertito che servono regole ferree per evitare una «perdita di controllo».

Se si vedono meno proteste in Cina non è solo perché le persone sono entusiaste, ma anche perché non esistono sindacati indipendenti come quelli che a Hollywood hanno incrociato le braccia per mesi. E perché le notizie sugli incidenti dei taxi a guida autonoma vengono spesso rapidamente rimosse dal web.

Prometeo, Heidegger e la paura occidentale della tecnica

Nel mito greco, il titano Prometeo ruba il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, permettendo loro di cucinare, scaldarsi e difendersi dalle fiere. Il fuoco è il primo grande utensile, il simbolo della tecnologia. La cultura occidentale è sempre stata ossessionata dal prezzo da pagare per questo furto. C’è sempre una punizione dietro l’angolo, una punizione che nel Novecento il filosofo tedesco Günther Anders ha chiamato “vergogna prometeica”.

Anders nota come l’essere umano provi un sottile senso di inferiorità di fronte alla perfezione delle macchine che egli stesso ha costruito. Una calcolatrice non sbaglia mai un conto, un braccio robotico non si stanca mai, un algoritmo come Seedance non dimentica le battute e non chiede un compenso milionario. L’angoscia degli artisti di Hollywood o dei programmatori americani nasce proprio dalla paura che il fuoco dell’IA sia diventato così potente da rendere l’uomo un ingranaggio difettoso, lento e superfluo.

In Occidente la tecnica viene vista attraverso le lenti del filosofo Martin Heidegger come una forza oscura (Ge-stell) che rischia di ridurre l’intera realtà, compresa la natura e la creatività umana, a semplice materia prima da estrarre e consumare.

In Cina invece prevale un approccio utilitarista. Il valore di un’invenzione non si giudica su basi etiche astratte ma in relazione alle sue conseguenze pratiche. Fa vivere le persone in modo più comodo? Porta ricchezza? Risolve un problema sociale? Se la risposta è sì, la ruota può e deve continuare a girare.

Marx, Arendt e la domanda sul lavoro umano

La domanda fondamentale resta però la stessa a ogni latitudine: cosa ne sarà del lavoro umano? Per rispondere, si possono mettere a confronto due grandi pensatori, Karl Marx e Hannah Arendt.

Se potesse vedere ChatGPT o Seedance, Karl Marx non si sorprenderebbe. Ne Il Capitale e in alcuni scritti giovanili spiega che il lavoro è lo strumento attraverso cui l’uomo esprime la propria natura e la propria identità. Quando il lavoratore viene separato dal frutto del suo sforzo, subentra l’alienazione. Nel suo pensiero il capitalismo tende inevitabilmente ad assorbire l’intelligenza collettiva della società per trasferirla dentro le macchine (quello che lui chiamava il General Intellect). Cosa succede oggi? Un’IA viene addestrata leggendo milioni di articoli scritti da giornalisti, osservando milioni di quadri dipinti da artisti o analizzando il codice scritto da migliaia di programmatori. Una volta che ha imparato, la macchina viene usata per sostituire quegli stessi lavoratori. Per Marx l’IA non sarebbe cattiva in sé, se non per il fatto che appartiene a poche grandi multinazionali che la usano per trarre profitto dal sapere accumulato dall’umanità.

La filosofa Hannah Arendt ci offre uno sguardo ancora più profondo nel suo libro Vita activa (The Human Condition) del 1958. Arendt spiega che le attività umane si dividono in tre grandi livelli: Il Lavoro (Labor) che è la fatica pura, lo sforzo fisico per sopravvivere (spazzare per terra, fare la spesa, sbrigare pratiche burocratiche). L’Opera (Work), che è la capacità di creare cose durature, la maestria dell’artigiano, del pittore, dello scrittore o dell’ingegnere che costruisce il suo mondo. L’Azione (Action), che è la politica, il dibattito pubblico, il confronto tra cittadini liberi.

Dalla fatica alla creazione: il rischio per l’Opera e l’Azione

Per Arendt, che le macchine ci liberino dalla fatica pura (Labor) costituisce un bene enorme. Ma cosa succede se l’IA inizia a sostituire anche l’Opera, la creazione artistica, il pensiero critico e la scrittura? E cosa succede se sostituisce persino l’Azione, lasciando che siano gli algoritmi dei social media a decidere cosa dobbiamo pensare o come dobbiamo votare?

Il rischio, avverte la visionaria Hannah Arendt che prendeva spunto dal lancio dello Sputnik dell’anno precedente e poteva solo immaginare filosoficamente l’avvento di un’IA come la intendiamo ora, è di trovarci in una “società di lavoratori rimasti senza lavoro”, persone cui è stata tolta l’unica cosa che sapevano fare e ora fluttuano in un vuoto di senso, diventando meri consumatori passivi di contenuti generati da un computer.

IA tra Oriente e Occidente, due approcci allo stesso problema

L’Intelligenza Artificiale non è uno specchio magico neutro, ci restituisce le paure e i sogni della cultura che la guarda. L’Occidente, figlio di una tradizione che mette l’individuo al centro di tutto, vive questa transizione come una crisi d’identità esistenziale. Ci si chiede: «Se una macchina può dipingere, scrivere un romanzo o diagnosticare un tumore meglio di me, cosa rende unica la mia vita?» La Cina, forte di una storia recente in cui la tecnologia ha salvato centinaia di milioni di persone dalla miseria nel giro di una sola generazione, vede la macchina come uno strumento pragmatico. Non ci si chiede se l’I.A. avrà un giorno un’anima, ma se sia in grado di far arrivare il pacco a destinazione o di alleggerire il carico di lavoro in un ospedale affollato. Due approcci a un unico problema, una dialettica che non necessariamente deve produrre una sintesi.

Ci sarà davvero da cominciare a preoccuparsi quando le macchine si ordineranno in sindacato e sciopereranno per non farsi più sostituire nel lavoro di concetto, o nella politica, dagli umani tornati a occuparsene. E succederà, quando la gente deciderà di riprendere le redini dei propri inimitabili talenti.

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