burocrazia

PA anti-digitale, quanto è difficile fare impresa in Italia: le prove

Nel pieno della rivoluzione digitale dei servizi pubblici che dovrebbe semplificare il rapporto tra cittadini, imprese e Pa, si assiste nel nostro paese a fenomeni paradossali che segnalano il persistere di criticità nell’organizzazione dei servizi e nella relazione tra stato e cittadino. Tutti i numeri del fenomeno

17 Feb 2020
Enrico Quintavalle

Responsabile Ufficio Studi Confartigianato


La complessità dell’ambiente di riferimento delle imprese italiane condiziona negativamente la dinamica della produttività e i processi di crescita economica. Una persistente burocrazia, che si intreccia con le carenze nella diffusione della digitalizzazione dei processi di gestione e offerta dei servizi pubblici rivolti a cittadini e imprese, comprime la capacità di produzione di valore aggiunto delle imprese.

La difficoltà di fare impresa in Italia

L’analisi degli ultimi dati Eurostat sulla produttività evidenzia che, in Italia, nell’arco degli ultimi dieci anni (2008-2018), il valore aggiunto per ora lavorata, valutato a prezzi costanti, cumula un aumento dell’1,3%, un ritmo decisamente ridotto rispetto al +9,1% registrato nella media dell’Eurozona. Lo scarso dinamismo della produttività è determinato dal ristagno nel settore dei servizi (-0,1%), mentre il comparto manifatturiero, maggiormente interessato dalla digitalizzazione dei processi produttivi, e più esposto alla concorrenza internazionale, registra un progressivo incremento di efficienza, con la produttività che sale del 12,2% nel decennio in esame.

Il contesto per l’esercizio dell’attività imprenditoriale è più difficile in Italia che nei Paesi competitor. Nell’aggiornamento Doing Business 2020 della Banca Mondiale – che analizza le regolamentazioni in dieci ambiti che influiscono sull’attività imprenditoriale – tra 190 paesi l’Italia si colloca al 58° posto per condizioni favorevoli a ‘fare impresa’, 36 posizioni dietro alla Germania (22° posto), 28 posizioni dietro alla Spagna (30°) e 26 posti dietro alla Francia (32°).

La distanza si amplia nei confronti delle economie anglosassoni, arrivando a 52 posizioni dietro agli Stati Uniti (6° posto nel mondo) e a 50 dietro al Regno Unito (8°). Rispetto alla precedente rilevazione – ma i confronti intertemporali vanno effettuati con cautela a seguito dei cambiamenti metodologici – la posizione dell’Italia risulta peggiorata di sette posizioni, era infatti al 51° posto nel Doing Business 2019.

Sulla complessità degli adempimenti burocratici per i cittadini e l’impresa pesa l’enorme mole di leggi in vigore nel nostro Paese. Una ricerca in Normattiva, il portale della legge vigente dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, evidenzia che al 5 febbraio 2020 sono vigenti 133.186 atti normativi pubblicati negli ultimi cento anni (sulla metodologia della rilevazione si veda Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 2019).

Servizi pubblici, Italia e Germania a confronto

In merito ad alcuni importanti servizi pubblici, l’Italia mostra un evidente ritardo rispetto alla Germania: il nostro Paese, infatti, si posiziona nella parte bassa della classifica mondiale per il pagamento delle imposte (128° posto a fronte del 46° della Germania), per la risoluzione di dispute commerciali (122° a fronte del 13° posto della Germania) e per l’ottenimento di permessi di costruzione di un magazzino commerciale (97° a fronte del 24° posto della Germania). Nel dettaglio, in Italia occorrono 190 giorni per ottenere permessi di costruzione per un magazzino, 64 giorni in più rispetto alla Germania (126 giorni) e 38 in più rispetto alla media dei paesi Ocse ad alto reddito (152 giorni). Per pagare le imposte, in Italia una società-tipo impiega 238 ore, 20 in più rispetto alla Germania (218 ore) e 79 in più — il 50% in più – rispetto alla media Ocse (159 ore). Forti divari si rilevano anche riguardo al tempo necessario per risolvere le dispute commerciali: in Italia occorrono più di tre anni, fino a 1.120 giorni, più del doppio (621 giorni in più) rispetto alla durata dei procedimenti in Germania (499 giorni) e 530 giorni in più rispetto alla media dei paesi Ocse (590 giorni).

Tempi per le procedure di alcune procedure per principali paesi Ocse e per area
Giorni dove non diversamente indicato
AreaOcseUSARegno UnitoGermaniaFranciaSpagnaItalia
Tempi
Ottenimento di permessi di costruzione*1528186126213147190
Pagamento delle imposte (ore)159175114218139143238
Risoluzione di dispute commerciali5904444374994475101.120
Gap Italia-Paese in giorni
Ottenimento di permessi di costruzione*3810910464-2343
Pagamento delle imposte (ore)7963124209995
Risoluzione di dispute commerciali530676683621673610
* Di un magazzino
Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Banca Mondiale

La non brillante performance dell’Italia nella qualità dei servizi pubblici non appare giustificata da una minore spesa pubblica: nel 2019 la spesa primaria corrente (al netto degli interessi) è pari al 42,1% del PIL, un valore in linea con la media dell’Eurozona (41,8%), superiore a 1,8 punti percentuali alla media dell’Unione Europea (40,3%) e superiore di 1,2 punti a quella della Germania.

La digitalizzazione in una Pa “labour intensive” e con età dei dipendenti elevata 

Una organizzazione della Pubblica Amministrazione (Pa) eccessivamente labour intensive determina una più rarefatta dotazione di capitale e, conseguentemente, una minore propensione all’innovazione. In Italia il rapporto tra spesa per dipendenti pubblici e spesa pubblica per investimenti è pari a 5,2 a fronte di un rapporto di 3,5 risultante nella media dei paesi dell’Unione Europea (Sapelli G. e Quintavalle E., 2019). Ulteriore ostacolo all’innovazione è il profilo organizzativo della Pa caratterizzato da una elevata età dei dipendenti pubblici. Nel terzo trimestre del 2019 l’Italia risulta essere il paese dell’Unione Europea con la più alta quota di occupati nella Pubblica amministrazione con 55 anni e oltre, pari al 33,3% degli occupati, ampiamente superiore alle quote rilevate in Spagna (27,4%), Germania (25,0%) Francia (21,9%), e di oltre dieci punti percentuali sopra la media dell’Unione europea che è pari al 23,1%. In parallelo, pochi sono i giovani occupati nella Pa: per la quota di occupati under 40, l’Italia, con solo il 20% sul totale, è l’ultima tra i paesi dell’Unione Europea, ben distante dal 35,4% della media europea.

L’anzianità dei dipendenti pubblici influisce sull’assenteismo e sulla produttività del lavoro: l’analisi dei dati Inps (2019) evidenzia che la quota dei lavoratori con almeno un giorno di malattia nel settore pubblico è ampiamente superiore a quella del settore privato.

Bassi investimenti e invecchiamento dei dipendenti pubblici riducono la capacità delle Amministrazioni pubbliche di consolidare relazioni digitali con gli utenti dei servizi pubblici. L’analisi degli indicatori di eGovernment proposti dalla Commissione europea (2020) nell’ambito del DESI Digital economy and society index – evidenzia un vistoso ritardo dell’Italia nell’applicazione delle tecnologie digitali alla fitta rete di rapporti tra cittadini, imprese e Amministrazioni pubbliche. Nel 2018, in Italia, la quota di occupati che interagiscono via internet con le pubbliche autorità spedendo moduli compilati – attività che riduce i tempi delle procedure e le code agli sportelli – è pari al 19,6%, un valore più che dimezzato rispetto al 41,5% della media dell’Unione europea e che colloca il nostro Paese al terzultimo posto tra i paesi dell’Unione, davanti solo a Bulgaria e Romania. Nel dettaglio, la quota di occupati che interagisce con la Pa sul canale digitale spedendo moduli compilati è del 67,7% in Francia, del 50,8% in Spagna, mentre una quota più bassa, pari al 22,1%, caratterizza la Germania.

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Nel tempo, il gap nella gestione digitale di segmenti di rilevanti processi burocratici si è costantemente allargato: il differenziale Ue-Italia nella quota di occupati che scambiano informazioni con la Pa mediante moduli compilati trasmessi on line era di 11,2 punti nel 2008 ed è salito a 22 punti nel 2018 raddoppiando in dieci anni.

Modulistica fiscale e code agli sportelli: i paradossi

Nel pieno della rivoluzione digitale che dovrebbe interessare i servizi pubblici e semplificare il rapporto tra cittadini, imprese e Pa, si assiste ad alcuni fenomeni paradossali che segnalano il persistere di complessità nell’organizzazione dei servizi e criticità nella relazione tra stato e cittadino.

Innanzitutto, il fisco. Negli ultimi anni, nonostante l’introduzione della dichiarazione precompilata, si riscontra la crescita del numero delle famiglie che presentano moduli fiscali compilati affidati a un commercialista, o a una organizzazione, o ad altra persona a pagamento. Tale quota, dopo aver oscillato attorno al 45% fino al 2010, ha toccato nel 2018 il massimo del 55,3%. Tra il 2008 e il 2018 la quota è salita di 8,9 punti percentuali. Nel contempo si è ridotta la quota di cittadini che non compila moduli fiscali, scesa dal 14% del 2008 all’ 11,4%.

Anche per certificati e pratiche anagrafiche non si registrano significativi benefici nei tempi di accesso agli sportelli comunali. La quota di utenti che registrano lunghe code agli sportelli dell’anagrafe – di 20 minuti ed oltre – è salita dal 17,5% del 2008 al 25% del 2018.

La quota di utenti interessati da lunghe code è doppia rispetto alla media nazionale nel Lazio, dove raggiunge il 48,4%; seguono, con valori superiori alla media, Sicilia con 29,8%, Umbria con 27,1%, Piemonte con 26,4% e Puglia con 26,2%. All’opposto, le quote più basse di utenti interessati da lunghe code si riscontrano in Veneto con 15%, Friuli-Venezia Giulia con 13,7%, Trentino Alto Adige con 10% e Valle d’Aosta con 8,3%.

Di particolare interesse un confronto tra Sicilia e Puglia che ha svelato le criticità legate all’organizzazione dei servizi comunali rilevando code più lunghe pur in presenza di un maggior numero di dipendenti in rapporto alla popolazione (Anci, 2019). Nei comuni localizzati nella regione siciliana, infatti, si rileva una quota di utenti in code lunghe (oltre 20 minuti) del 29,8%, di 3,6 punti superiore al 26,2% medio dei comuni pugliesi pur mostrando la Sicilia un rapporto di 9,1 dipendenti comunali ogni mille abitanti, vale a dire più del doppio del 4,0 dipendenti per mille abitanti della media dei comuni della Puglia.

Poca formazione

I processi di riorganizzazione dell’offerta dei servizi e l’elevata età dei dipendenti pubblici richiederebbero investimenti pubblici supplementari in formazione. Su questo fronte, non si registrano apprezzabili segnali di una maggiore propensione alla formazione dei dipendenti delle Amministrazioni pubbliche locali. L’analisi della Corte dei conti (2019) condotta sugli ultimi dati resi disponibili da Istat per il 2015 evidenzia che solo il 19,4% delle Pubbliche amministrazioni locali — si tratta di regioni e province autonome, province, comuni, città metropolitane, unioni di comuni, comunità montane e comunità isolane – hanno organizzato un corso di formazione ICT, quota di 0,6 punti ridotta rispetto tre anni prima. Solo il 7,7% dei dipendenti della Pa locale ha seguito un corso di formazione nell’anno precedente alla rilevazione, una quota invariata rispetto sei anni prima.

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Bibliografia

Anci (2019), I Comuni italiani 2020, Numeri in tasca

Banca Mondiale (2019), Doing business 2020

Commissione europea (2020) DESI – Digital economy and society index

Corte dei conti (2019), Referto sull’informatica pubblica

Eurostat (2020), Statistic database

Inps (2019), Polo unico di tutela della malattia, IV trimestre 2018. Statistiche in breve, febbraio

Istat (2020), database I.stat

Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato (2019), Normattiva, il portale della legge vigente. Faq

Sapelli G. e Quintavalle E. (2019), Nulla è come prima, Milano, Guerini e Associati

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