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Perché la sanzione UE a Google è battaglia per la libertà



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La sentenza UE su Google Android, con conferma della Corte di Giustizia Ue alla sanzione da 4 miliardi, chiude un lungo contenzioso, ma apre una fase più ampia nel rapporto tra Europa e Big Tech: al centro ci sono libertà di scelta, pluralismo informativo, accesso alla conoscenza e responsabilità delle piattaforme dominanti

Pubblicato il 3 lug 2026

Oreste Pollicino

professore ordinario di diritto costituzionale, Università Bocconi e founder Oreste Pollicino Advisory



sanzione Google UE
ORESTE POLLICINO – PROFESSORE DI DIRITTO COSTITUZIONALE ALLA BOCCONI
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La decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea di confermare la sanzione da oltre 4 miliardi di euro nei confronti di Google per il caso Android rappresenta uno dei passaggi più importanti dell’antitrust europeo nell’ultimo decennio. La vicenda riguarda le modalità con cui Google ha consolidato la propria posizione dominante attraverso Android, imponendo condizioni contrattuali ai produttori di dispositivi e rafforzando così la diffusione del proprio motore di ricerca e dei propri servizi.

La sentenza chiude definitivamente questo specifico procedimento, ma il suo significato va ben oltre il caso Android. Essa offre infatti indicazioni destinate a incidere sull’evoluzione della regolazione delle grandi piattaforme digitali, in un momento in cui l’intelligenza artificiale, gli ecosistemi integrati e il controllo delle interfacce digitali stanno ridefinendo gli equilibri dei mercati.

Sentenza Google Android e nuova fase dell’antitrust europeo

La Corte di giustizia ha quindi chiuso il contenzioso e conferma che Google ha abusato della propria posizione dominante.

Ma non è la parola definitiva sul rapporto tra Europa e Big Tech. Anzi, direi quasi il contrario: questa decisione conferma che siamo entrati in una fase nuova, in cui l’Europa non guarda più alle grandi piattaforme solo come imprese innovative, ma come poteri privati che organizzano pezzi essenziali della nostra vita digitale.

Il punto, attenzione, non è punire Google perché è stata capace di innovare o perché ha costruito servizi straordinariamente efficienti. Il punto è evitare che quel successo si trasformi in una posizione non contendibile, cioè in un potere che nessun concorrente riesce più realisticamente a sfidare. Nel digitale il monopolio non si presenta sempre come un cancello chiuso. Spesso si presenta come un ecosistema comodo, fluido, gratuito, apparentemente aperto, ma costruito in modo da rendere le alternative sempre più deboli.

Libertà di scelta negli ecosistemi digitali

La sentenza mette quindi al centro un tema che va oltre il tradizionale diritto della concorrenza: la concreta possibilità per utenti e imprese di esercitare una libertà di scelta effettiva all’interno degli ecosistemi digitali.

Significa che nel digitale la libertà di scelta è molto più fragile di quanto sembri. L’utente pensa di scegliere, ma spesso entra in un ambiente già predisposto: il sistema operativo, il motore di ricerca, il browser, l’app store, i servizi collegati. Tutto funziona bene, tutto è semplice, tutto è integrato.

Ma proprio questa integrazione, quando si combina con una posizione dominante, può diventare una forma di orientamento preventivo delle scelte. In concreto la Corte dice che non basta affermare che l’utente può sempre scaricare un altro browser o usare un altro motore di ricerca. Bisogna chiedersi se quella scelta sia davvero effettiva, oppure se l’architettura dell’ecosistema renda le alternative marginali fin dall’inizio.

Ed è qui che la questione antitrust diventa anche costituzionale: perché il problema non riguarda soltanto i concorrenti esclusi, ma la qualità della libertà dell’utente, il pluralismo dell’accesso all’informazione e la possibilità che il mercato resti davvero aperto all’innovazione.

Dalla sanzione Android ai nuovi dossier sulle piattaforme

È un passaggio destinato ad avere riflessi anche su numerosi altri procedimenti oggi aperti nei confronti delle grandi piattaforme digitali. Non tanto perché la decisione produca effetti automatici, quanto perché consolida alcuni principi destinati a orientare l’azione futura delle autorità europee.

Non bisogna immaginare un effetto automatico. Ogni contenzioso contro Google o contro altre piattaforme dovrà essere valutato sui suoi fatti, sui mercati coinvolti, sulle condotte specifiche. Però questa sentenza rafforza una linea molto chiara: quando una piattaforma dominante usa un punto di forza del proprio ecosistema per rafforzarne un altro, l’ordinamento europeo può intervenire.

Dal motore di ricerca alla risposta dell’AI

È un principio che può avere conseguenze su molti dossier: ricerca online, pubblicità digitale, app store, auto-preferenziazione, servizi integrati e oggi anche intelligenza artificiale generativa incorporata nei motori di ricerca.

Pensiamo al passaggio dalla ricerca come lista di link alla ricerca come risposta prodotta o sintetizzata dall’intelligenza artificiale. A quel punto chi controlla l’interfaccia non controlla soltanto un mercato pubblicitario o un servizio digitale: controlla la porta d’ingresso alla conoscenza. Per questo la decisione Android può diventare un precedente culturale e regolatorio molto importante, anche oltre il perimetro tecnico del caso.

Intelligenza artificiale e accesso alla conoscenza

Il riferimento all’intelligenza artificiale rende evidente come il valore della pronuncia non riguardi soltanto il passato, ma anche il futuro dell’economia digitale. Se fino a oggi il nodo centrale era il controllo del motore di ricerca, con l’affermarsi delle AI generative integrate nei servizi di ricerca il tema si sposta progressivamente sul controllo dell’accesso alla conoscenza e delle modalità con cui gli utenti ricevono informazioni.

Europa, Stati Uniti e responsabilità delle Big Tech

In questo quadro la sentenza si inserisce anche nel più ampio confronto geopolitico tra Europa e Stati Uniti sulla regolazione delle piattaforme digitali.

L’impatto sarà significativo, perché questa decisione arriva in un contesto geopolitico già molto teso. Le grandi piattaforme americane percepiscono l’Europa come il regolatore più severo al mondo, mentre negli Stati Uniti cresce la tentazione di presentare ogni intervento europeo come un attacco ai campioni tecnologici nazionali. Ma questa lettura è riduttiva e anche pericolosa.

L’Europa non deve diventare antiamericana e non deve trasformare la regolazione in ostilità verso l’innovazione. Allo stesso tempo, però, non può rinunciare alla propria funzione costituzionale: dire che anche il potere tecnologico privato, quando diventa infrastruttura sociale, economica e informativa, deve essere sottoposto a limiti, controlli e responsabilità.

Il punto non è Europa contro America. Il punto è democrazia contro potere non responsabile. Qui antitrust e costituzionalismo digitale si incontrano: il primo serve a impedire la chiusura dei mercati, il secondo a impedire che la chiusura dei mercati diventi anche chiusura degli spazi di libertà, pluralismo e autodeterminazione degli utenti.

Concorrenza digitale e diritti fondamentali

La conferma definitiva della sanzione Android assume così un valore che va oltre il suo rilevante impatto economico. Più che rappresentare la conclusione di una lunga controversia giudiziaria, segna l’affermazione di una nuova concezione del diritto della concorrenza europeo, sempre più intrecciato con la tutela dei diritti fondamentali nell’ambiente digitale.

In questa prospettiva, la questione non riguarda soltanto l’equilibrio dei mercati, ma anche le regole che dovranno governare le infrastrutture attraverso cui cittadini, imprese e istituzioni accederanno all’informazione e ai servizi nell’era dell’intelligenza artificiale.

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