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AI brain rot: come i chatbot influenzano memoria, attenzione e studio



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“Brain rot” non è più solo uno scherzo da social: oggi descrive un disagio cognitivo percepito, legato a contenuti brevi e ripetitivi. Tra overload informativo, perdita di concentrazione e “amnesia digitale”, l’attenzione diventa la risorsa più contesa, con ricadute su memoria e funzioni esecutive

Pubblicato il 5 gen 2026

Chiara Cilardo

Psicologa psicoterapeuta, esperta in psicologia digitale



Brain rot

L’espressione “brain rot” è uscita dal registro ironico dei social per entrare nel dibattito pubblico. Il termine nasce come slang online per indicare una sensazione di “mente fusa” dopo un consumo eccessivo di contenuti banali, ripetitivi o cognitivamente poco impegnativi.

Perché il brain rot è diventato un tema pubblico

Oggi, però, viene adottato anche da quotidiani e riviste scientifiche per descrivere alterazioni nella memoria, nell’attenzione, nelle funzioni esecutive e nella regolazione emotiva associate a un uso intensivo dei social media e, più recentemente, dei chatbot basati su intelligenza artificiale (Ünsal & Korkmaz, 2025; Chen, 2025).

Nel 2024 “brain rot” è stata selezionata come parola dell’anno da Oxford University Press, a conferma di quanto la percezione di un deterioramento cognitivo collegato alla vita online sia ormai riconosciuta culturalmente. Il fenomeno ha attirato l’attenzione anche della cultura pop: un articolo di WIRED racconta l’iniziativa del cosiddetto “Great Meme Reset”, un movimento che invita a recuperare creatività e spontaneità nella produzione di meme, dopo anni di saturazione dei contenuti e standardizzazione algoritmica che avrebbero svuotato l’umorismo online della sua funzione satirica e comunitaria (Watercutter, 2025). Anche qui emerge la sensazione che la qualità della comunicazione digitale si stia progressivamente appiattendo.

Brain rot e overload digitale: cosa cambia nella mente

Il ricorso sistematico alle tecnologie digitali sta alterando l’architettura della nostra attenzione. L’abbondanza di stimoli e la possibilità di passare rapidamente da un contenuto all’altro riducono la capacità di concentrazione sostenuta e ostacolano la memoria di lavoro. La ricerca mostra come l’overload digitale sia associato a un calo dell’efficienza dell’apprendimento profondo e a una maggiore difficoltà nel mantenere il filo logico dei contenuti (Ünsal & Korkmaz, 2025; Deckker & Sumanasekara, 2025).

Attenzione frammentata e memoria di lavoro

In un ambiente informativo dominato da stimoli brevi, ricchi di gratificazione immediata ma poveri di contesto, la mente è spinta a restare in superficie. La conseguenza è una “dieta cognitiva” che, a lungo andare, indebolisce la profondità dell’elaborazione mentale e rende più faticoso costruire connessioni, seguire argomentazioni complesse e consolidare ciò che si apprende (Deckker & Sumanasekara, 2025).

Amnesia digitale e delega cognitiva

Il continuo affidarsi a fonti esterne incentiva una forma di “amnesia digitale”: se tutto è recuperabile in ogni momento, non vale la pena trattenerlo nella mente. Questa delega cognitiva, ripetuta nel tempo, può influenzare le aree cerebrali responsabili della memoria e del controllo esecutivo, come ippocampo e corteccia prefrontale, con effetti negativi sul consolidamento delle conoscenze e sulla capacità di organizzarle (Ünsal & Korkmaz, 2025).

Social media, algoritmi e brain rot: l’attenzione come bersaglio

I social network non si limitano a ospitare i contenuti: plasmano l’attenzione di chi li utilizza. Gli algoritmi selezionano e premiano ciò che massimizza l’engagement, spingendo verso contenuti rapidi, emotivamente saturi e, a volte, polarizzati. L’uso intensivo dei social è associato a prestazioni inferiori in test di memoria, linguaggio e comprensione del testo già in adolescenza, con effetti che possono estendersi fino all’età adulta (Deckker & Sumanasekara, 2025).

Dall’analisi alla reazione: il prezzo dell’infinite scroll

Il prezzo invisibile dell’infinite scroll è una progressiva erosione del pensiero deliberativo: all’analisi si sostituisce la reazione, al ragionamento il riflesso impulsivo (Ünsal & Korkmaz, 2025). In parallelo cresce la dipendenza da sistemi esterni per orientare le scelte e ricordare le informazioni, come se parte delle nostre funzioni cognitive fosse trasferita in outsourcing (Ünsal & Korkmaz, 2025).

Quando il linguaggio si restringe, si restringe il pensiero

La logica comunicativa dei social contribuisce a un ulteriore impoverimento: risposte brevi e semplici ricevono più attenzione rispetto a un linguaggio complesso che richiede tempo e impegno. Questa riduzione di complessità non è solo un effetto collaterale, ma un cambiamento strutturale del pensiero. Quando il linguaggio si restringe, si restringono anche le categorie cognitive con cui interpretiamo la realtà: si perdono sfumature concettuali e connessioni mentali essenziali per formulare giudizi critici (Ünsal & Korkmaz, 2025).

Brain rot algoritmico: come la povertà dei social entra nell’IA

Superficialità, ridondanza e bassa densità semantica stanno emergendo anche nei modelli di IA addestrati su enormi quantità di contenuti provenienti dai social media. È ciò che alcuni studiosi definiscono “brain rot algoritmico”, un deterioramento informativo che si autoalimenta nella relazione tra produzione umana e riproduzione artificiale. I modelli linguistici generativi apprendono dai contenuti online e, poiché gran parte della rete coincide con i social media, incorporano testi brevi, polarizzati e poveri di contesto.

Dati frammentati, risposte frammentate

La predominanza di questi materiali riduce la capacità dei sistemi di elaborare risposte coerenti e fondate sul significato, aumentando la presenza di rumore informativo e impoverendo la profondità analitica (Deckker & Sumanasekara, 2025). Se il dato di partenza è frammentato, il risultato lo è altrettanto: l’IA replica le modalità comunicative che osserva e le reintroduce amplificate nel circuito informativo.

Un circuito che si autoalimenta

Il rischio è una spirale: l’IA assorbe stili compressi e contenuti ripetitivi, li redistribuisce in forme plausibili e veloci, e questi rientrano nel flusso digitale come materiale “pronto” da imitare. In questo modo, ciò che nasce come semplificazione umana può diventare una semplificazione strutturale dell’ecosistema informativo (Deckker & Sumanasekara, 2025).

Chatbot e AI brain rot: cosa succede quando si delega la scrittura

Questo impoverimento cognitivo coinvolge anche il nostro apprendimento. Un esperimento condotto in ambito universitario ha mostrato che gli studenti che utilizzano un chatbot per scrivere ottengono risultati peggiori rispetto a chi svolge il compito in autonomia. A distanza di un minuto dalla consegna, oltre l’80% non ricordava quasi nulla del proprio elaborato, perché la costruzione del testo non aveva coinvolto una reale elaborazione mentale (Chen, 2025).

Memoria dell’elaborato e profondità di elaborazione

Quando il testo viene “prodotto” senza passare da un lavoro di pianificazione e rielaborazione, la traccia mnestica tende a essere debole. Non si consolida ciò che non è stato realmente costruito: l’output può essere corretto, ma l’apprendimento resta superficiale e facilmente recuperabile solo tramite nuove richieste al sistema (Chen, 2025).

Dai suggerimenti alla conoscenza: i passaggi che saltano

Quando il pensiero si riduce alla selezione di una risposta preconfezionata, vengono meno i passaggi fondamentali della conoscenza: collegare, valutare, interpretare (Chen, 2025). Il rischio dell’“AI brain rot” è proprio questo: scambiare fluidità e velocità per comprensione, sostituendo il ragionamento con la sola gestione dell’interfaccia.

Preservare la complessità cognitiva contro il brain rot

L’espressione “AI brain rot” descrive un fenomeno duplice: da un lato il peggioramento delle capacità cognitive umane dovuto all’overload digitale, dall’altro il deterioramento dei sistemi artificiali che apprendono da quella stessa povertà cognitiva. L’IA assimila il nostro modo di comunicare e lo riproduce, riflettendo un “cervello collettivo” che sta disimparando ad approfondire. Quando l’intelligenza artificiale diventa uno dei canali primari per accedere alle informazioni, ciò che si degrada non è solo la performance del singolo, ma il pensiero come pratica sociale (Ünsal & Korkmaz, 2025).

Contrastare questa tendenza non significa rifiutare la tecnologia, ma ripensarne il ruolo: servono strumenti che favoriscano competenze critiche, trasparenza e un uso più consapevole dei contenuti digitali (Deckker & Sumanasekara, 2025). Prima di chiedere ai chatbot di pensare per noi, dobbiamo tornare a esercitare il pensiero attivo (Chen, 2025). Non si tratta di nostalgia per un passato analogico, ma della possibilità di mantenere un pensiero capace di complessità, interpretazione e profondità, invece di limitarsi a reagire agli stimoli.

La tecnologia non corrompe i pensieri: amplifica ciò che trova. Se vogliamo proteggere la qualità dell’intelligenza artificiale, dobbiamo prima prenderci cura di quella naturale.

Bibliografia

Chen, B. (2025, November 6). How A.I. and social media contribute to “brain rot”. The New York Times.

Deckker, D., & Sumanasekara, S. (2025). A systematic review of the impact of artificial intelligence, digital technology, and social media on cognitive functions. International Journal of Research and Innovation in Social Science (IJRISS), 9(3), 134–154. https://doi.org/10.47772/IJRISS

Ünsal, F., & Korkmaz, Z. (2025). Excessive digital content consumption and cognitive decline: Current review of the “brain rot” phenomenon. Psikiyatride Güncel Yaklaşımlar, 18(2), 498–509.

Watercutter, A. (2025, November 19). The “Great Meme Reset” is coming. WIRED.

Yilmaz, E., & Aktürk, A. (2025). Brain rot: A scale development study. Research on Education and Psychology, 9(1), 5–28.

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