pedagogia interpersonale

Bambini smartphone-dipendenti: quando lo schermo sostituisce il genitore



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La dipendenza da schermi nei bambini non dipende solo dalla tecnologia. Radici profonde affettive e meccanismi di sostituzione relazionale, spiegati dalla pedagogia interpersonale, mostrano come gli schermi abbiano sostituito la presenza emotiva dei genitori nel tempo

Pubblicato il 3 mar 2026

Emily Mignanelli

maestra, pedagogista



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La dipendenza da schermi nei bambini è ormai al centro del dibattito educativo e scientifico. Ma raramente ci si chiede cosa succede prima: quali esperienze, quali assenze, quali associazioni emotive rendano uno schermo così irresistibile agli occhi di un bambino. Una storia surreale può aiutarci a guardarlo da un’angolazione inattesa.

La generazione degli Alborer: una metafora per leggere il presente

Quell’anno la situazione fu così grave che, dopo aver proclamato lo stato di emergenza, il Primo Ministro fu costretto a emanare l’ordine di abbattere tutti gli alberi dentro e attorno ai centri abitati per un raggio di 5 chilometri.

I boschi furono perimetrati e sorvegliati da corpi armati chiamati per l’occasione. Nessuno poteva entrare nella vegetazione senza permesso e tutti dovevano uscire prima dell’arrivo del tramonto. Era evidente a tutti che la situazione fosse critica, ma d’altronde non era più possibile fare finta di nulla. Un’intera generazione aveva smesso di lavorare e passava tutti i giorni sugli alberi, attorno agli alberi, sotto gli alberi. Li accarezzavano, li abbracciavano e adoravano.

Le persone avevano perso il senso della realtà, li chiamarono la generazione degli Alborer. Erano tutti cresciuti con gli alberi, erano i figli della rivoluzione ecologica e ogni loro ricordo infantile ruotava attorno agli alberi, spesso erano stati più presenti dei loro genitori, che anzi, quando avevano da fare li invitavano a giocare in giardino o nel bosco.

Era l’epoca in cui bisognava piantare un albero per ogni bambino non appena fosse nato, del ritrovato contatto con la natura, delle esperienze telepatiche con gli arbusti. La natura sembrava all’epoca la scelta più indicata, a portata di mano, innocente e divertente. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che si sarebbe arrivati a questo epilogo. Nessuno stava più lavorando, gli ospedali erano privi di personale, così a scuola mancavano gli insegnanti e nelle banche gli impiegati. Quella che venne definita una grande dipendenza psicologica che aveva attanagliato un’intera generazione andava fermata.

Dagli alberi agli schermi: il parallelo che nessuno vuole vedere

Questo è ovviamente un racconto surreale, ma se fosse reale? Ora, immaginate che al posto degli alberi ci sia la parola schermi e immaginate che quello che è successo alle persone del racconto altro non sia che una sostituzione relazionale quando questi adulti, che invece di lavorare scappano nei boschi, erano bambini alla ricerca di attenzioni da parte dei propri genitori che invece li hanno spinti a stare in natura, o ancora, che passavano la maggior parte del tempo in natura con loro.

Quello che sta accadendo ora con gli schermi, non è affatto distante da tutto questo, con la differenza che, nonostante la criticità della situazione, nessuno ha ancora attivato lo stato d’emergenza.

La prospettiva pedagogica: non gli schermi, ma il loro significato emotivo

Se il problema non fossero gli schermi, ma il ruolo che essi hanno ricoperto, il loro significato simbolico e la carica emotiva che si trascinano dietro? Mentre le ricerche neuroscientifiche procedono spedite a mostrarci i danni di una sovraesposizione e di un’esposizione precoce agli schermi, spiegando come queste stimolazioni impattino sui circuiti neurali andando a plasmare il cervello e impattando sul suo funzionamento, quella che vorrei portarvi oggi è una prospettiva pedagogica interpersonale, intendendo con questo una prospettiva che tenga al centro l’interazione che il bambino ha con i suoi genitori e come questa possa impattare e influenzare altri processi, come in questo caso, una possibile dipendenza dagli schermi.

Attaccamento e modelli operativi interni: come il cervello impara a dipendere

Seppur veniamo al mondo dotati di un grande patrimonio genetico nel quale si esprime la ricchezza evolutiva del genere umano, le interazioni che viviamo sin da piccoli son capaci di impattare profondamente sulla nostra biologia e psicologia, andando a mutare processi e darci indicazioni su chi siamo, chi è il mondo e come possiamo relazionarci con esso.

I bambini, sulla base delle risposte che ricevono dall’ambiente circostante, come ci ha ampiamente insegnato Bowlby, costruiscono una tipologia di attaccamento e dei modelli operativi interni (MOI) che li guideranno nel corso della loro vita nella gestione di svariate situazioni emotive, relazionali, cognitive. Il problema è che molti di questi processi saranno inconsci. Questo significa che mentre il bambino assorbe il mondo, lo cerca di catalogare, gestire e incamerare strategie da mettere in campo istintivamente, non ne è consapevole e non sarà capace di rievocare gli episodi che lo avranno influenzato. Altra cosa importante da dire, è che il bambino in questa fase (primi due anni indicativamente) ha bisogno di avere i suoi genitori accanto, in particolare la madre, per costruire pattern di attaccamento sicuri e armonici.

Dal grembo materno al telecomando: le tappe di un’associazione emotiva

Immaginate ora una donna incinta, sta vivendo la sua gravidanza ed è felice, sta sul divano a riposare e il suo telefono riceve una notifica, lei è felice, le ha scritto suo marito per dirle che l’ama (scarica di ossitocina e stimolo uditivo della notifica). Questa scena e altre simili si ripeteranno lungo tutto il corso della gravidanza, andando a cementare nel bambino la sensazione di piacere e benessere ormonale ogni qual volta le notifiche arrivano, nella più semplice rievocazione del cane di Pavlov, suona il campanello e sbava perché sa che sta per arrivare del cibo.

Poi il bambino nasce, la mamma lo allatta, ma spesso si annoia o si sente sola e mentre il bambino è attaccato al suo seno, lei scrolla Instagram o ne approfitta per guardarsi una serie, tanto il bambino è piccolo (associazione profonda tra nutrimento, contatto e schermi). Poi il bambino cresce, ha 1 anno, la coppia di neogenitori vuole riprendere in mano la vita di prima e iniziano ad andare al ristorante e si portano dietro il piccolo, ma si annoia, non vuole stare a tavola. Così tirano fuori il telefono e gli fanno vedere le foto. Hanno sempre condannato quelli che facevano vedere i cartoni al ristorante, ma delle foto saranno innocue, no? Anche qui associazione tra relazione e schermi e inizio delle sostituzioni.

Poi il bambino inizia a camminare, poi correre, poi saltare, ma a casa c’è molto da fare, la cena da preparare e il pavimento da lavare. Così il bambino inizia a trovarsi seduto sul divano a bersi dei cartoni, dapprima pochi poi sempre di più. E qui siamo in piena sostituzione. Il bambino cresce, vede sempre più i genitori al loro telefono, ha ormai dimestichezza con il telecomando, è a casa e sente la noia arrivare. Per fortuna il telecomando permette un accesso rapido ad una dose e i genitori non lo ostacolano, d’altronde ci siamo cresciuti tutti. Il bambino diventa un ragazzino, i suoi amici hanno il telefono e anche lui finalmente riesce ad averlo. Sa che ci sono delle regole di utilizzo ma è più forte di lui. Perché quando lo tiene tra le mani, quando lo guarda, quando scrolla, a livello intimo profondo, non si sente più solo e qualcosa dentro di lui si fa tiepido e dolce. È il ricordo di qualcosa di antico, ma lui non lo sa e pensa che sia merito di quello strumento che gli fa compagnia.

Sostituti relazionali e oggetti transizionali: cosa sono davvero gli schermi

Ecco come si muove la sostituzione relazionale e l’associazione profonda tra stimoli. Nel primo caso, quando parlo di sostituto relazionale, intendo un elemento, o una persona, che sostituisce e ricopre il ruolo di un’altra che in quel momento non può essere presente o decide di non esserlo.

Per rendere il tutto più chiaro, il ciuccio, l’orsetto, una pezza, sono tutti sostituti relazionali. Sostengono il bambino e la sua emotività al posto di, solitamente, un genitore. Possono essere chiamati oggetti transizionali, se prendiamo la visione di Winnicott e lo consideriamo come un oggetto che svolge la funzione di accompagnare il bambino in un passaggio, in una situazione che attiva una certa intensità emotiva e in questa sostenerlo sostituendosi alla presenza di una figura genitoriale (ad esempio entrare a scuola con un gioco che rappresenta il mondo familiare). Mentre invece l’associazione profonda è un ponte che il bambino crea tra due stimoli e quando ne affiora uno, senza volerlo, e spesso inconsciamente, ne compare un altro.

Orfani digitali: quando lo schermo insegna a non sentirsi soli

Ecco che i bambini, i ragazzi stanno sempre più diventando attratti dagli schermi e non solo per il loro “potere neurologico” ma per il loro offrire amore a buon mercato, per il promemoria che rappresentano: che in assenza di un genitore uno schermo può andare bene. I genitori hanno fornito le prime dosi di droga e i loro figli sono diventati dipendenti.

Una cosa importante rispetto a questa trasmissione di dosi e che poco viene detta, è che i primi tossici siamo stati noi, la generazione che dagli anni ’70 circa è cresciuta con la televisione. Sempre accesa, imperante, potente. Sostituta di dialoghi durante i pasti, perché c’era il telegiornale, dei momenti di svago la sera, perché c’era un film o una trasmissione da vedere, dei pomeriggi di giochi, perché i cartoni erano più veloci. Non sapevano cosa stavano facendo i nostri genitori e i nostri cervelli hanno raccolto l’insegnamento: quando nessuno può o vuole stare con te, accendi uno schermo e non sarai più solo.

Non nativi digitali: il messaggio collettivo che dobbiamo raccogliere

In quest’ottica forse la definizione più corretta non è quella di nativi digitali, ma orfani digitali. Bambini cresciuti nella mancanza relazionale e relativa sostituzione. Qui non siamo alla ricerca di colpevoli o capri espiatori sia chiaro, ma solo alla ricerca di reali possibili strategie risolutive per non dover arrivare allo stato di emergenza, partendo dalla domanda più scomoda: cosa trovano i nostri figli, ma anche noi, dentro gli schermi? Probabilmente amore e relazione, comunicazione e piacere. Forse non abbiamo un problema sociale, ma un messaggio collettivo da raccogliere.

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