Il Council of Economic Advisers della Casa Bianca ha pubblicato il documento Artificial Intelligence and the Great Divergence, un documento che colloca l’intelligenza artificiale al centro della teoria della crescita economica e della competizione globale.
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Intelligenza artificiale e divergenza economica: perché conta ora
L’AI viene letta come tecnologia general purpose, paragonabile per impatto sistemico alle grandi infrastrutture del passato, capace di amplificare differenze già esistenti tra economie avanzate.
Partendo da dati su investimenti, produttività e infrastrutture, il rapporto sostiene che la divergenza non sia una minaccia futura ma una dinamica già osservabile. Ne emerge una lettura dell’AI non come promessa automatica di crescita, ma come fattore che rende lo sviluppo economico sempre più dipendente da scelte organizzative, istituzionali e politiche.
Nella parte finale, il documento esplicita anche una scelta strategica, l’AI viene presentata come terreno di competizione geopolitica e la leadership tecnologica americana come obiettivo esplicito di politica economica.
Perché questo documento della Casa Bianca su AI è rilevante
Il titolo del rapporto Usa richiama esplicitamente uno dei concetti più noti della storia economica moderna: la “Grande Divergenza”, ovvero il processo che, a partire dalla Rivoluzione Industriale, ha separato in modo strutturale le economie che hanno industrializzato per prime dal resto del mondo.
Il messaggio di fondo è chiaro fin dalle prime pagine: l’intelligenza artificiale non è più una tecnologia settoriale né un semplice acceleratore di efficienza. Si tratta di una tecnologia potenzialmente paragonabile, per impatto sistemico, alle grandi infrastrutture del passato. Se così fosse, la sua diffusione non potrebbe che produrre effetti asimmetrici, amplificando differenze già esistenti tra Paesi, settori e sistemi economici.
Il documento nasce con un obiettivo preciso: capire se l’AI stia già mostrando segnali empirici di una nuova divergenza economica globale. Non si tratta quindi di una previsione futuristica, ma di un’analisi fondata sui dati oggi disponibili.
Una scelta metodologica netta: guardare solo a ciò che è misurabile
Uno degli aspetti più interessanti del rapporto è ciò che deliberatamente esclude. Il documento non costruisce scenari su intelligenza artificiale generale, superintelligenza o salti improvvisi di capacità. Tutto il ragionamento si concentra sull’AI “stretta”, quella già in uso o in fase avanzata di adozione.
La logica è semplice: anche senza ipotesi estreme, l’AI attuale è già sufficiente per incidere su produttività, investimenti e organizzazione del lavoro. Per questo l’analisi si fonda su tre famiglie di indicatori che vengono lette in modo integrato: gli investimenti in modelli e infrastrutture, le performance tecnologiche misurabili e il grado di adozione economica e organizzativa.
L’assunto implicito è che le grandi trasformazioni economiche non inizino quando la produttività esplode nei dati macro, ma molto prima, quando capitali, infrastrutture e competenze iniziano a concentrarsi.
AI e crescita: la produttività come variabile chiave
Dal punto di vista macroeconomico, il documento colloca l’AI nel cuore della teoria della crescita, richiamando esplicitamente la letteratura economica che stima impatti potenziali sul livello del PIL estremamente ampi. Le analisi citate nel report spaziano da incrementi relativamente contenuti, nell’ordine dell’1–2 per cento nel lungo periodo, fino a scenari molto più espansivi, superiori al 20 o addirittura al 40 per cento, a seconda delle ipotesi sull’adozione, sulla riorganizzazione del lavoro e sul grado di sostituibilità delle mansioni umane.
Nelle economie avanzate, dove l’accumulazione di capitale e lavoro ha rendimenti decrescenti, la crescita dipende soprattutto dall’aumento della produttività totale dei fattori. L’intelligenza artificiale viene quindi trattata come una tecnologia general purpose, in grado di aumentare l’efficienza dei processi, migliorare la qualità delle decisioni, ridurre i costi di coordinamento e rendere scalabili attività prima vincolate al lavoro umano.
Il rapporto insiste però su un punto spesso ignorato nel dibattito pubblico: l’effetto sulla produttività non è immediato. Storicamente, elettricità, informatica e reti di trasporto hanno richiesto anni, talvolta decenni, prima di tradursi in crescita misurabile del PIL. L’AI non fa eccezione.
Investimenti prima dei risultati: il cambio di scala
Il dato che cambia il tono del documento è quantitativo e riguarda il presente, non il futuro. Secondo le stime del Council of Economic Advisers, nella prima metà del 2025 gli investimenti legati all’intelligenza artificiale avrebbero già contribuito ad aumentare il livello del PIL statunitense di circa l’1,3 per cento su base annualizzata.
Il paragone utilizzato è esplicito e volutamente forte: la scala degli investimenti viene accostata a quella delle ferrovie nel XIX secolo. Non per suggerire un’identità storica, ma per chiarire che l’AI ha già assunto una dimensione macroeconomica, non più confinabile alla sfera tecnologica.
Questo passaggio è cruciale perché sposta l’AI dal registro della promessa a quello della dinamica in atto. La divergenza, nella lettura del documento, non è una possibilità remota, ma una traiettoria che inizia a emergere proprio dalla distribuzione diseguale degli investimenti.
La “Grande Divergenza” come chiave interpretativa
Il concetto di Great Divergence non viene usato come metafora retorica, ma come schema analitico rafforzato da dati sulla velocità del cambiamento tecnologico. Il documento sottolinea che la potenza di calcolo utilizzata per l’addestramento dei modelli di frontiera cresce a un ritmo di diversi ordini di grandezza all’anno, con un aumento stimato di circa quattro volte su base annua nell’ultimo decennio.
Allo stesso tempo, i costi di utilizzo dei modelli si riducono drasticamente, mentre la complessità e la durata dei compiti gestibili dall’AI raddoppiano in pochi mesi. Il ragionamento è lineare: se una tecnologia aumenta la produttività e se la sua adozione è asimmetrica, allora i sistemi più avanzati accelerano più rapidamente degli altri.
Questa conclusione si sposa con quanto emerso nell’ultimo Economic Index di Anthropic. Il documento della Casa Bianca mostra come gli Stati Uniti siano oggi in posizione di vantaggio su più dimensioni che si rafforzano a vicenda.
Investimenti e capacità di calcolo: dove si concentra il vantaggio
Tra il 2013 e il 2024 gli investimenti privati cumulati in intelligenza artificiale negli Stati Uniti superano i 470 miliardi di dollari, a fronte di un ordine di grandezza nettamente inferiore nell’insieme dei Paesi europei.
A questo si aggiunge una forte concentrazione della capacità di calcolo, con una quota stimata intorno al 70–75 per cento delle infrastrutture globali di training avanzato localizzata negli Stati Uniti. Cina ed Europa seguono con traiettorie diverse, ma con un punto comune: il ritardo non è solo tecnologico, è organizzativo e istituzionale.
La divergenza, in questa lettura, non nasce dall’AI in sé, ma dalla capacità dei sistemi economici di trasformare la tecnologia in produttività diffusa.
L’AI come infrastruttura, non come semplice tecnologia
Un altro elemento centrale del documento è il modo in cui viene concettualizzata l’intelligenza artificiale. L’AI non è trattata come software, ma come infrastruttura nazionale.
Ampio spazio viene dedicato a data center, energia elettrica, chip e supply chain, minerali critici e politiche industriali e commerciali. In questa prospettiva, l’AI è assimilata alle grandi infrastrutture del passato: senza energia, reti e capacità produttiva, la tecnologia resta sterile.
Questo spiega perché il documento intrecci costantemente analisi economica e scelte di politica industriale.
Il confronto implicito con le previsioni del FMI
Questo passaggio può essere messo in parallelo con quanto il Fondo Monetario Internazionale ha scritto nel World Economic Outlook 2026.
Anche il FMI, per la prima volta, inserisce esplicitamente l’intelligenza artificiale nei modelli di previsione macroeconomica, riconoscendone il potenziale impatto su produttività, investimenti e crescita di lungo periodo.
Prudenza contro anticipazione: due letture dello stesso scarto
La differenza non sta tanto nei dati di partenza, quanto nella lettura dei segnali attuali. Il Fondo descrive un’economia globale che cresce a un ritmo stabile ma modesto, intorno al 3,3 per cento, e sottolinea che una parte dell’ottimismo incorporato nelle previsioni è legata alle aspettative di un futuro dividendo di produttività dell’AI che, però, non è ancora visibile in modo sistematico nei dati macro.
Nello scenario negativo delineato dal FMI, una correzione delle aspettative e delle valutazioni legate all’AI potrebbe arrivare a sottrarre fino a 0,4 punti percentuali alla crescita globale nel breve periodo. In questa cornice, l’AI viene trattata come una variabile potenzialmente positiva, ma anche come un fattore di rischio, capace di amplificare squilibri finanziari se gli investimenti crescono più rapidamente dei risultati reali.
Il documento del Council of Economic Advisers parte dagli stessi numeri, ma li interpreta in modo diverso. Dove il FMI vede uno scarto da monitorare con cautela tra aspettative e produttività misurata, la Casa Bianca legge soprattutto un segnale di anticipo: gli investimenti stanno arrivando prima dei risultati, come accaduto in tutte le grandi trasformazioni tecnologiche del passato.
La divergenza, in questa prospettiva, non è solo un rischio, ma una dinamica già in formazione, che favorisce i Paesi in grado di sostenere investimenti massicci e continui nel tempo. Questo passaggio è importante perché chiarisce che il nodo non è se l’AI entrerà o meno nei dati macro, ma quando e a quali condizioni.
Un documento economico, con implicazioni politiche
Solo nella parte finale il rapporto esplicita il suo orientamento politico: l’AI viene presentata come terreno di competizione globale e la leadership tecnologica come obiettivo strategico degli Stati Uniti.
Ma è importante notare che questa conclusione arriva dopo un lungo percorso analitico. Il messaggio centrale non è ideologico, ma strutturale: la divergenza non è una minaccia futura, è una dinamica che può essere osservata nei dati di investimento, nelle infrastrutture e nella capacità di adozione.
Perché questo documento va letto con attenzione
Artificial Intelligence and the Great Divergence non dice che l’AI garantirà crescita automatica, né che la tecnologia risolverà problemi strutturali.
Dice qualcosa di più sottile e, per certi versi, più scomodo: l’AI rende il sistema economico più sensibile alle scelte organizzative, istituzionali e politiche. In questo senso, il documento non parla solo di tecnologia, ma di modelli di sviluppo.
Per questo merita di essere letto con attenzione, prima ancora di essere confrontato con altre letture internazionali. Nei prossimi passaggi, sarà possibile mettere questo approccio a confronto con quello di altre istituzioni globali. Ma per farlo in modo serio, era necessario prima capire cosa dice davvero il documento della Casa Bianca e perché conta.













