Come selezioniamo le notizie online? La parola alla scienza - Agenda Digitale

bias e giornalismo

Come selezioniamo le notizie online? La parola alla scienza

Qual è il ruolo assunto dalle determinanti cognitive (selezione espositiva, polarizzazione, bias cognitivi) che ci guidano nella selezione dei contenuti informativi online? E come si costruisce una buona notizia? Prospettive e obiettivi del giornalismo costruttivo nell’attuale panorama di consumo delle notizie online

26 Gen 2021
Francesca Michetti

PHD in Business and Behavioral Science - 'G.D'Annunzio' University; Master Degree in Law - LUISS Guido Carli University

News

La letteratura scientifica da tempo indaga le modalità di consumo delle notizie sulle piattaforme online. La possibilità di accesso illimitato – e non mediato – ad una quantità di informazioni senza precedenti si scontra con la nostra limitata capacità di attenzione. È fondamentale, dunque, esaminare il ruolo assunto dalle determinanti cognitive (selezione espositiva, polarizzazione, bias cognitivi) che ci guidano nella selezione dei contenuti informativi online.

Negativity bias

Prima le buone o le cattive notizie? La ricerca (Van der Meer et al., 2020)[1] mostra che gli individui prestano regolarmente più attenzione alle informazioni che suscitano emozioni negative (“negativity bias“). Del resto, “if it bleeds, it leads” (“se sanguina, conduce”) recita un celebre motto giornalistico.

Ma cosa spiega l’apparente negatività dei contenuti mediatici? Evidenze scientifiche (Soroka & McAdams, 2015)[2] suggeriscono una spiegazione psicofisiologica: l’informazione negativa è più eccitante, attira l’attenzione, e suscita una reazione più forte e duratura rispetto alle notizie positive (Rozin & Royzman, 2001)[3].

La preferenza per la negatività può essere interpretata altresì come risultato del processo evolutivo, per cui l’informazione negativa ha valore a scopo “diagnostico” (Skowronski & Carlston, 1989)[4] o di “vigilanza” (Irwin et al., 1967)[5] per identificare e scongiurare potenziali minacce al benessere o all’identità individuale.

È stato altresì evidenziato come gli individui, in quanto “cognitive misers” (“avari cognitivi“), abbiano la tendenza a cercare “soluzioni rapide e adeguate, piuttosto che soluzioni lente e articolate” (Fiske, 1991)[6]. Tra le suddette soluzioni rapide, l’attenzione alla negatività è una possibilità.

Ma non dimentichiamo che la proliferazione di contenuti negativi è – almeno in parte – funzione delle preferenze (per lo più inconsce) degli individui. Soroka & Trussler (2014)[7] evidenziano come, a prescindere dalle preferenze espresse in un sondaggio, il pubblico sia generalmente più propenso a selezionare contenuti negativi.

Questa tendenza trova un’ampia eco anche in ambito economico. In particolare, gli studi sull’avversione alle perdite rivelano come le persone si preoccupano di una perdita di utilità più di quanto non facciano per un guadagno di pari entità (Kahneman & Tversky, 1979[8]; Tversky & Kahneman,1991[9]). Ciò a conferma del fatto che le informazioni negative hanno un’incidenza maggiore nel processo decisionale individuale.

Tuttavia, l’odierno ambiente mediatico – caratterizzato da un’ampia varietà di notizie e da una molteplicità di fonti di informazione – potrebbe costringere il pubblico a ulteriori meccanismi di selezione.

Confirmation bias

In primo luogo, alcuni studi (Knobloch-Westerwick et al., 2020)[10] hanno dimostrato come la tendenza degli individui ad evitare la dissonanza cognitiva possa condurli ad un pregiudizio di conferma (confirmation bias). In altre parole, le persone selezionano le notizie che confermano le proprie opinioni preesistenti per mantenere un’immagine coerente e positiva del sé (Festinger, 1957)[11].

In proposito, lo stile di elaborazione delle informazioni riveste, altresì, un ruolo decisivo nella selezione dei contenuti dal momento che elaborare messaggi che si allineano con le proprie ideologie richiede uno sforzo cognitivo considerevolmente minore (Taber & Lodge, 2006)[12].

Così gli utenti in rete – in particolare sui social network – tendono a formare gruppi fortemente polarizzati attorno a narrazioni condivise. È il fenomeno della echo chamber: una vera e propria ‘cassa di risonanza’ mediatica in cui tendiamo a rafforzare sempre di più la nostra visione del mondo, escludendo quelle avverse (Peruzzi et al., 2019)[13].

Source bias

In secondo luogo, il sovraccarico di informazioni disponibili nell’odierno ambiente mediatico potrebbe condurre ad una distorsione della fonte (source bias) ossia ad una selezione abituale delle notizie basata su euristiche facili da elaborare come, appunto, la fonte dell’informazione (Van der Meer, 2018)[14].

Nello specifico, la selezione delle notizie da parte del pubblico si basa sulla piattaforma di provenienza, il che consente di orientarsi nel vasto e variegato ecosistema informativo. In tale contesto, poi, le attitudini e l’ideologia politica degli individui possono, a loro volta, guidare la scelta delle informazioni provenienti da una data fonte.

È evidente, dunque, quanto il source bias e il confirmation bias siano correlati, poiché entrambi derivano dalla tendenza individuale ad esporsi unicamente alle fonti e alle informazioni che confermano le proprie opinioni preesistenti (Van der Meer et al., 2020). La ricerca scientifica (Goldman & Mutz, 2011)[15] lo dimostra: gli individui si rivolgono selettivamente ai canali mediatici che condividono – e che, a loro volta, consolidano – la loro personale visione del mondo (il cosiddetto “friendly media phenomenon“).

Hostile media bias

E non solo. Recenti studi empirici hanno riscontrato la tendenza – per gli individui fortemente coinvolti in una questione controversa – a sviluppare un “pregiudizio mediatico ostile” (“hostile media bias“).

Vale a dire che gli individui più coinvolti hanno maggiori probabilità di percepire i contenuti delle notizie come intrinsecamente di parte, ‘a sfavore’ del proprio punto di vista e a favore di quello contrario (Choi et al., 2009[16]; Eveland & Shah, 2003[17]).

Documentato per la prima volta nel 1985 (Vallone, Ross, & Lepper.)[18], l’effetto mediatico ostile è stato poi descritto ed indagato in vari e controversi contesti tematici, dal conflitto in Medio Oriente (Vallone et al., 1985) alle elezioni presidenziali (Dalton, Beck, & Huckfeldt, 1998)[19] e al suicidio assistito (Gunther & Christen, 2002)[20].

Un’eccezione alla regola della conferma? Non proprio. Si ritiene, invero, che la percezione dell’ostilità dei media sia, almeno in parte, una conseguenza dello stesso principio di conferma. Le stesse notizie, dunque, hanno meno probabilità di essere selezionate qualora provengano da un canale mediatico considerato contrario (‘ostile’) al proprio punto di vista (Van der Meer et al., 2020).

Come osserva Quattrociocchi[21] «il mondo dell’informazione con i social, anziché facilitare la circolazione di informazioni e ampliare gli orizzonti sembra avere un effetto opposto, più segregante».

Siamo ciò che leggiamo

“L’uomo è ciò che mangia” affermava il filosofo tedesco Feuerbach; ma è anche “ciò che legge”, precisa Jodie Jackson. Nel suo libro ‘You Are What You Are What You Read – how changing your media diet can change the world’, l’autrice illustra l’impatto che le notizie hanno sulla nostra salute mentale e suggerisce un approccio più consapevole e costruttivo alla nostra dieta mediatica.

Le ricerche dimostrano che l’eccessiva negatività delle notizie ci rende infelici. Nella migliore delle ipotesi, ci lascia indifferenti, ma più spesso provoca uno stato di ansia e depressione. Al contrario, le notizie orientate alla soluzione ci fanno sentire più potenti, nella misura in cui ci aiutano a credere che le nostre azioni sono in grado di fare la differenza.

“Non è un invito ad essere ingenui e ad ignorare il negativo. Piuttosto, ci si chiede di non ignorare il positivo“, afferma Jackson[22].

Il futuro del giornalismo è “costruttivo”?

Come si costruisce una buona notizia?  Martin Seligman, padre della psicologia positiva, afferma che “non occorre svuotarci di ciò che è negativo, ma riempirci di ciò che è positivo”.

È su questa scia che nasce e si sviluppa il giornalismo costruttivo (constructive journalism) o giornalismo delle soluzioni (solutions journalism).

Basato su un approccio positivo-propositivo – lungi però dal proporre solo belle notizie – il suo obiettivo è offrire prospettive orientate alle soluzioni, mettendo in luce il modo in cui le persone, le comunità e le istituzioni lavorano per rispondere alle crisi e ai problemi, sensibilizzando e coinvolgendo i lettori.

Nasce nel 2012 in Nord Europa, ma è solo nel 2017 che la giornalista Cathrine Gyldensted e la ricercatrice universitaria Karen McIntyre coniano il termine “constructive journalism”. Negli stessi anni in Danimarca Urlik Haagerup fonda il Constructive Institute allo scopo di formare i nuovi giornalisti che vogliono avvicinarsi a questo nuovo tipo di narrazione.

Un nuovo modello, quello del giornalismo costruttivo, che negli ultimi anni ha preso piede in tutto il mondo attraverso le principali testate giornalistiche – dal New York Times e dal Guardian Upside al BBC World Hacks, Positive News e De Correspondent – e che ha ispirato decine di progetti editoriali, anche in Italia.

Alle canoniche cinque 5 W (Who, What, Where, When, Why) del giornalismo anglosassone – spiega Danielle Batist, co-fondatrice del Constructive journalism project (Cjp) si affianca una nuova domanda “What now?” (“e adesso?”). Ed è proprio in questo volgere lo sguardo al futuro, sollecitando risposte e soluzioni, che si sostanzia l’essenza del giornalismo costruttivo.

“Per ogni problema, c’è qualcuno, da qualche parte, che cerca di fare qualcosa. […] Solo includendo questa parte della storia, “What Next”, arriveremo a un posto migliore – sia nella nostra mente che nel mondo”[23]. Dunque, “what next?”.

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Bibliografia

  1. Van der Meer T. G. L. A., Hameleers M., Kroon A. C. (2020). Crafting Our Own Biased Media Diets: The Effects of Confirmation, Source, and Negativity Bias on Selective Attendance to Online News. Mass Communication and Society, pp. 1-31.
  2. Soroka S. McAdams S. (2015). News, Politics, and Negativity. Political Communication 32:1, pp. 1-22.
  3. Rozin, P., Royzman, E. B. (2001). Negativity bias, negativity dominance, and contagion. Personality and Social Psychology Review, 5(4), pp. 296–320.
  4. Skowronski, J. J., Carlston, D. E. (1989). Negativity and extremity biases in impression formation: A review of explanations. Psychological Bulletin, 105(1), pp. 131-142.
  5. Irwin, M., Tripodi, T., Bieri, J. (1967). Affective stimulus value and cognitive complexity. Journal of Personality and Social Psychology, 5(4), pp. 444-448.
  6. Fiske, Susan T., and Taylor, Shelley E. (1991). Social Cognition. New York: McGraw Hill. Graber, Doris. 1984. Processing the News. New York: Longman.
  7. Soroka S. Trussler M. (2014). Consumer Demand for Cynical and Negative News Frames. The International Journal of Press/Politics 18(3), pp. 360-379.
  8. Kahneman, D., Tversky, A. (1979). Prospect theory: An analysis of decision under risk. Econometrica, 47(2), pp. 263–292.
  9. Tversky, A., Kahneman, D. (1991). Loss aversion in riskless choice: A reference dependent model. Quarterly Journal of Economics, 41, pp. 1039–1061.
  10. Knobloch-Westerwick, S., Mothes, C., Polavin, N. (2020). Confirmation bias, ingroup bias, and negativity bias in selective exposure to political information. Communication Research, 47(1), pp. 104–124.
  11. Festinger, L. (1957). A theory of cognitive dissonance. Row, Peterson & Company; Galtung, J., & Ruge, M. H. (1965). The structure of foreign news: The presentation of the Congo, Cuba and Cyprus crises in four Norwegian newspapers. Journal of Peace Research, 2(1), pp. 64–90.
  12. Taber, C. S., Lodge, M. (2006). Motivated skepticism in the evaluation of political beliefs. American Journal of Political Science, 50(3), pp. 755–769.
  13. Peruzzi, A, Zollo, F, Schmidt, L.A., Quattrociocchi, W. (2019). From confirmation bias to echo-chambers: a data-driven approach in Sociologia e Politiche Sociali, vol. 3, pp. 47-74.
  14. Van der Meer, T. G. L. A. (2018). Public frame building: The role of source usage in times of crisis. Communication Research, 45(6), pp. 956–981.
  15. Seth K. Goldman & Diana C. Mutz. (2011). The Friendly Media Phenomenon: A Cross-National Analysis of Cross-Cutting Exposure, Political Communication, 28:1, pp. 42-66.
  16. Choi, J., M. Yang, J. Chang. (2009). Elaboration of the hostile media phenomenon: The roles of involvement, media skepticism, congruency of perceived media influence, and perceived opinion climate. Communication Research, 36(1): pp. 54–75.
  17. Eveland, W. P., D. V. Shah. (2003). The impact of individual and interpersonal factors on perceived news media bias. Political Psychology, 24(1), pp. 101–117.
  18. Vallone, R. P., Ross, L., Lepper, M. R. (1985). The hostile media phenomenon: Biased perception and perceptions of media bias in coverage of the Beirut massacre. Journal of Personality and Social Psychology, 49, pp. 577-585. 
  19. Dalton, R. M., Beck, P. A., Huckfeldt, R. (1998). Partisan cues and the media: Information flows in the1992 Presidential election. American Political Science Review, 92, pp. 111–126.
  20. Gunther, A. C., Christen, C.T. (2002). Projection or persuasive press? Contrary effects of personalopinion and perceived news coverage on estimates of public opinion. Journal of Communication,52, pp. 177–195.
  21. Quattrociocchi W. (2017). Una ricerca su 376 milioni di utenti ci dice come leggiamo le notizie online, Agi, available at https://www.agi.it/blog-italia/scienza/come_leggiamo_notizie_online_fact_checking_giornalismo-1555199/news/2017-03-06/
  22. New book urges news consumers to change their media diet (2018). Available at https://www.constructivejournalism.org
  23. New book urges news consumers to change their media diet (2018). Available at https://www.constructivejournalism.org

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