Sviluppo sostenibile

Perché il Kenya è la “silicon savannah” su cui investono le Big Tech USA

In Kenya, solo Google prevede di investire un miliardo di dollari dal 2021 al 2026: il Paese è uno dei 4 hub tech più importanti del Continente. Ecco le cause di questo successo, la lotta con le imprese locali, le mosse delle istituzioni

21 Ott 2022
Mario Di Giulio

Professore a contratto di Law of Developing Countries, Università Campus Bio-Medico Avvocato, Partner Studio Legale Pavia e Ansaldo

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In questo periodo in Kenya si assiste alla lotta tra le Big Tech statunitensi (in particolare Google, Amazon e Microsoft) e le imprese kenyane per attrarre talenti con competenze digitali.

È una lotta in denaro sonante, impari rispetto alle imprese locali: in un Paese con un reddito pro-capite medio annuo di 1.800 euro, le Big Tech offrono agli sviluppatori da circa 300.000 scellini keniani (circa 2.500 euro) a 1.300.000 scellini keniani (circa 11.100 euro). Importi niente male anche per i nostri standard italiani.

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Nell’ambito delle attività umane, forse l’industria che più ci porta a pensare all’epico scontro è quello delle società tecnologiche, dove immaginiamo le startup entrare nel mercato e sconfiggere le multinazionali grazie a un’idea vincente sostenuta da coraggio, impegno e costanza.

Come però spesso accade, tra la fantasia e la realtà la distanza è assai elevata.

I numeri degli investimenti tech in Kenya

Le Big Tech hanno scelto il Kenya quale hub tecnologico per l’Africa orientale, con investimenti sempre più elevati: il Kenya è uno dei quattro hub tecnologici africani sui quali si concentrano gli investimenti, stimati in un miliardo di dollari per la sola Google dal 2021 al 2026.

La scelta del Kenya non è casuale: è un Paese che si presta particolarmente a questo tipo di attività per la sua stabilità politica. Sebbene infatti le elezioni non siano mai del tutto pacifiche, di fatto il Paese è una democrazia, non agitata da colpi di Stato, ha un’elevata scolarizzazione che assicura personale con una buona conoscenza della lingua inglese e soprattutto è un Paese attento allo sviluppo digitale: non è un caso che di recente la notizia che il coding sia stato introdotto come materia d’insegnamento nelle scuole primarie e secondarie. Del resto il coding in Africa è considerato come una delle competenze rilevanti nei curricula degli studenti.

Com’è nata la Silicon Savannah

Riecheggiando la californiana Silicon Valley, il Kenya è chiamato Silicon Savannah a indicare il suo ruolo leader nell’innovazione tecnologica del panorama africano.

Del resto, tutto questo è frutto, da un lato, da una certa assenza di regolamentazione che certamente non ha frenato la crescita di un’industria altamente innovativa: la disciplina della protezione dei dati personali è stata soltanto di recente adottata e deve essere ancora implementata.

Dall’altro lato, è indubbia la lungimiranza delle istituzioni pubbliche e private keniane, che hanno incentivato la presenza delle Big Tech nelle stesse università: ad esempio, nel campus della Strathmore University esiste un centro di ricerca Google.

L’attenzione al digitale è dimostrata anche dalla capacità di sapere immediatamente rispondere e prevedere le criticità future: già nel 1998 il Kenya Information and Communication Act ha dato mandato alla Communication Authority of Kenya di sviluppare una strategia volta ad assicurare la sicurezza nazionale dai rischi di cybersecurity.

E davanti a questi esempi, ci si chiede come tanti occidentali e italiani in particolare, possano ancora guardare con supponenza i paesi africani proponendosi quali mentori.

Gli investimenti locali e lo “scippo” delle Big Tech

Ovviamente, non sono tutte rose e fiori. La scolarizzazione in Kenya non assicura un sufficiente numero studenti formati, stante l’elevata percentuale di abbandono scolastico, l’esistenza di vaste zone di povertà che non interessano solo le zone rurali. Aree dove la priorità è il vivere prima della formazione.

Spesso, in passato, generalmente in Africa, alla carenza di competenze qualificate si è sopperito con gli espatriati, che tornano nei paesi di origine dopo essersi formati e avere lavorato all’estero, ma ciò non basta.

Il Kenya ha cercato di sopperire alle carenze attraverso programmi di formazione direttamente nelle scuole, normalmente nell’ultimo periodo educativo (ultimo semestre o trimestre). E proprio per questo le tech locali si lamentano: infatti sono le più attive in questi programmi di formazione, immettendo risorse e capitali, e poi si vedono “scippare” i migliori talenti proprio dalle Big Tech, con offerte che difficilmente possono essere raggiunte e superate.

La situazione è tale che le fintech locali si stanno rivolgendo al mercato del lavoro dell’est Europa, che appare meno costoso, come ha affermato poco meno di un anno fa al Financial Times Daniel Yu, (fondatore e CEO di Sokowatch, una piattaforma di aiuta i negozi retali africani a trovare le forniture).

Il futuro della formazione digitale nell’East Africa

Esiste il rischio concreto che le tech locali siano schiacciate dalla concorrenza delle Big Tech, per penuria di personale specializzato, almeno sull’immediato, ma il Kenya è una terra in continuo movimento e la scelta di introdurre il coding nell’insegnamento delle scuole primarie e secondarie lascia pensare che presto le carenze saranno soddisfatte.

L’esistenza di competenze digitali anche negli altri paesi dell’East Africa Community (un’organizzazione che per molti aspetti è simile alla nostra Unione Europea) con il comune utilizzo della lingua inglese, la relativa mobilità dei lavoratori costituiscono fattori sui quali potere fare leva.

Considerando ad esempio il vicino Ruanda, già dal 2021 è partito un programma integrato tra università e imprese per la formazione di competenze digitali e la creazione di infrastrutture digitali. E tale sensibilità è comune un po’ a tutti i paesi africani, tanto che la stima di formazione annua di giovani scienziati digitali passerà presto da 4000 unità annue a 100.000 e a dirlo è senz’altro un esperto: il nigeriano Iyinoluwa Aboyeji, che è stato managing director dell’unicorno Flutterwave.

E l’Italia resta a guardare

Gli ultimi dati in Italia evidenziano una carenza spaventosa di competenze digitali: si parla di circa 400.000 unità, cifra che spaventa se paragonata alle percentuali di disoccupazione.

La carenza è resa ancora più incomprensibile dal fatto che l’Italia è comunque un Paese a forte scolarizzazione, con una scuola dell’obbligo estesa sino ai 16 anni di età.

La scarsità di figure professionali ha scatenato anche in Italia la caccia ai talenti con rilanci tra le varie aziende, che comunque non riescono a sopperire alle necessità.

La domanda che sorge spontanea è come questo sia possibile: tra le cause, la totale assenza di programmazione e l’incapacità di creare programmi di formazione che siano effettivamente attrattivi.

E mentre non vi è giorno in cui la digitalizzazione e l’innovazione tecnologica non siano esaltate nei media e dai politici, il nostro Paese corre il rischio di perdere la sfida che dovrebbe assicurare uno sviluppo adeguato e prosperoso.

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