Fake news, così scienza e informazione interpersonale perdono credibilità | Agenda Digitale

Verità e reti sociali

Fake news, così scienza e informazione interpersonale perdono credibilità

Le fake news causano perdita di credibilità nelle reti sociali di prossimità e nella scienza. Come si diffondono, qual è il ruolo dell’ignoranza attiva, come contrastarle

20 Apr 2021
Fabio Ciracì

Docente di Storia della Filosofia Italiana e Informatica Umanistica - Università degli Studi del Salento , Membro direttivo dell’AIUCD-Associazione di Informatica Umanistica e Cultura Digitale

Uno dei maggiori pericoli contemporanei è la progressiva erosione della credibilità che investe tutto il mondo dell’informazione, a causa di numerosi fattori, tra cui il sovraccarico informativo (information overload) e la mancanza di autorevolezza (lack of authority) delle fonti scientifiche e istituzionali.

Se la lacuna di autorevolezza richiede una capacità di scelta delle fonti informazionali, tecniche di selezione e strumenti di filtering sempre più sofisticati, il sovraccarico informativo invece pone radicali problemi di orientamento nel vasto mare dell’informazione digitale.

La credibilità è la moneta sonante della comunicazione, la condizione di possibilità di qualsiasi impresa o commercio, la base necessaria per poter fondare relazioni sociali basate sulla fiducia, la condizione stessa del “munus” comunitario. Minare la credibilità degli attori sociali vuol dire sempre minare una società nelle sue fondamenta.

Chi lavora con l’informazione sa bene quanto sia complicato conquistare la fiducia dei lettori, siano di un giornale cartaceo o digitale, perché è sulla base della credibilità che si acquisisce autorevolezza ed essa si accresce ogni qualvolta esce vittoriosa dalla prova dei fatti, secondo quella che è abitualmente chiamata digital reputation.

Essere credibili, inoltre, rende visibili, permette alle testate giornalistiche di emergere fra i flutti dello tsunami informativo, di orientare l’opinione pubblica.

Analizzeremo l’erosione della credibilità in due campi, apparentemente lontani: le reti sociali di prossimità prodotte dalle app di messaggistica istantanea, con la conseguente perdita di credibilità dell’informazione interpersonale; la sfiducia nel mondo scientifico.

Come le fake news erodono la credibilità nei rapporti interpersonali

Come funziona la viralità delle fake news nelle nicchie reticolari di social-messaging istantanei come WhatsApp o Telegram?

Non si tratta semplicemente di mappare la circolazione di informazione cattiva (misinformation)[1] o mendace (disinformation), magari attraverso l’azione di bot, che consentirebbe al più di fotografare una situazione di fatto, descrivendo le forze agenti senza però individuarne le cause. Si tratta invece di comprendere quali meccanismi presiedono alla diffusione delle fake news, con particolare attenzione alla questione della credibilità, all’interno delle reti di prossimità che si formano attraverso le app di messaggistica.

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Un’ipotesi del presente contributo è che le fake news, sviluppandosi in senso crossmediale, ovvero tra piattaforme mediali diverse per struttura tecnologica, ibridandosi e agendo con un effetto domino nell’infosfera, erodono in maniera sempre maggiore le relazioni fiduciarie fra i loro appartenenti.

Le fake news circolano velocemente, senza soluzione di continuità, attraverso le diverse piattaforme digitali, passando da social media, come Facebook,  ad app di micro-blogging come Twitter o a app di messaging, come WhatsApp, con grande danno della “credibilità forte”, quella interpersonale e relativa ai rapporti di prossimità con persone della nostra cerchia dunberiana, differenti dai cosiddetti “legami deboli” dei social media su cui si basa la nostra rete digitale, secondo la logica dei gradi di separazione.

I fenomeni di diffusione di fake news su social media e via app di messaggistica sono simili ma diversi, proprio per la fiducia che si ripone nelle nicchie reticolari di queste ultime, per esempio di WhatsApp, che riproducono un network “di prossimità”, di persone che in genere si conoscono e con cui esiste un rapporto personale: si dà il proprio numero di cellulare a persone fidate o accreditate, perché ci si frequenta spesso per lavoro o si condividono situazioni di vita ricorrenti.

Sembrerebbe quindi che le reti di prossimità attivate via numero di cellulare ispirino maggiore fiducia e possibilità di controllo di quelle costituite su piattaforme dei classici SNS-Social Network Sites Networking[2]. Ma non è così. Pare infatti che sia in atto un cambiamento, che anche i grandi social network come Facebook hanno colto, se è vero che si sono molto prodigati per acquistare WhatsApp, nonostante esistesse già Messenger.

Si tratta di un cambiamento messo in atto in particolare con la diffusione sempre maggiore di gruppi creati per app di messaging: è vero che si dà maggior credito (e quindi è più facile cadere in trappola) a informazioni condivise via WhatsApp o Telegram, fondamentalmente perché si attribuisce maggiore credibilità alla propria cerchia sociale, ma nel sistema di diffusione entrano in gioco anche dinamiche di riconoscimento sociale, non solo processi attivati dalla struttura tecnologica del dispositivo (perlopiù smartphone, ma anche web o desktop) o della piattaforma digitale. Si pensi, ad esempio, ai gruppi WhatsApp o Messenger delle scuole, dei gruppi di classe, oppure dei genitori, gruppi relativi a qualche attività condivisa dai figli con i loro compagni; oppure, attivati per team di lavoro.

In questi casi, si riproducono gerarchie sociali e rapporti di forza, logiche di gruppo tipici di un contesto sociale complesso anche se semplificato e ridotto dalla forma digitale. Come nella realtà, non si mette in discussione l’informazione del proprio docente o del capo e del capoclasse, sebbene il velo di Maja della comunicazione digitale asincrona possa talvolta disinibire comportamenti che altrimenti rimarrebbero inespressi. E tuttavia, non si può nemmeno evitare di essere aggiornati su dinamiche di gruppo, dalle quali un tempo si rifuggiva, semplicemente non partecipandovi (si pensi alle assemblee di condominio o ai consigli didattici).

Un esempio è la massiccia diffusione delle notizie no vax in particolare via WhatsApp, rimbalzando poi su Facebook con un effetto virale potente. I messaggi anti-vaccino sui social media sono stati recentemente studiati per contenuto, portata ed efficacia, ma la misurazione della loro viralità è cosa complessa e spesso osservabile solo a distanza di tempo[3]. Per di più, ancora molto poco si sa su chi crea le bufale e su come agisce, da quali interessi è mosso, se si tratta di information war commissionate oppure di forme di panico che attecchiscono attraverso la rete.

Anche il ruolo dei cosiddetti influencer è stato oggetto di numerose (e non sempre convergenti) indagini. Le patina di vicinanza degli influencer al pubblico dei follower e il loro comportamento friendly hanno comunque dei limiti.

Non a caso, in un ecosistema sempre più inquinato da fake e postverità, l’infosfera è messa a dura prova, sicché la rete delle relazioni personali di prossimità, con il proprio doppio digitale dei gruppi social di messaging, come WhatsApp, agisce con maggiore forza persuasiva sulle opinioni individuali di quanto spesso non facciano i guru del web.

Tuttavia, questo meccanismo ha una falla importante, un bug di sistema: se un anello della catena, cosciente o no, immette nella propria rete di prossimità una fake, lo infetta – per tenere ferma la metafora virale. È possibile cioè iniettare dosi di falsità in un sistema di rapporti sociali collaudati e nei quali si ripone mediamente maggiore fiducia di quanta invece non si conferisca ai legami deboli instaurati via social network. Come ha più volte ribadito Floridi, la nostra vita è del tutto permeata dalla dimensione onlife[4]. Ciò vuol dire che non è più possibile una separazione netta fra “realtà naturale” e “realtà digitale”, né tantomeno si dà più una distinzione fra relazioni personali e sfera delle relazioni sociali e di lavoro, fra privato e pubblico, sicché vi è una ibridazione finanche delle relazioni sociali, delle reti di prossimità con il networking attivato dai social media.

Ovviamente, alla struttura logica della piattaforma digitale si sovrappone quella della rete sociale, con dinamiche tipiche dei processi di riconoscimento. Non stupisce, infatti, che anche là dove la credibilità di un’informazione venga meno, o addirittura possa recar danno a qualche elemento del network, la necessità di riconoscimento sociale ponga l’individuo di fronte all’aut-aut: o lasciare la rete (e quindi isolarsi, scelta de facto resa impossibile dalla dimensione onlife) oppure subirne la pressione sociale, finanche l’aggressività, come nel caso del cyberbulling messo in atto con app di messaggistica istantanea, con effetti nel migliore dei casi conformistici[5]. danah boyd ha ampiamente dimostrato come in realtà le piattaforme sociali, e in particolare quelle di messaggistica, rappresentino per gli adolescenti reali luoghi di ritrovo sociale.

Ciò vale vieppiù specialmente in situazioni come quella di attuale distanziamento forzato dovuto alla pandemia. La “generazione K” si riversa nei gruppi WhatsApp come un tempo i ragazzi degli anni Ottanta e Novanta si ritrovavano in oratorio per giocare a calcio balilla. E, come sostiene la boyd, riuscire a trovare forme di comunicazione efficace in un sistema di questo tipo “it’s complicated[6].

Come la scienza sta perdendo di credibilità: il ruolo dell’ignoranza attiva

Sarebbe però un errore immaginare l’erosione della credibilità dell’infosfera come una malattia endemica, circoscritta alle piattaforme digitali, ai social media o alle app di messaging. Si tratta invece di un’infezione sistemica, pandemica, che coinvolge l’intera infosfera e che trova una delle sue cause principali nella perdita di autorevolezza delle fonti istituzionali e scientifiche.

La natura complessa delle informazioni che circolano sulle piattaforme sociali è ambigua ed insidiosa, spesso capziosa. Inoltre, se la conoscenza, come afferma Floridi, racchiude sempre la verità fattuale, la non-conoscenza è invece un fenomeno più complesso e bivalente: da un lato può derivare da una conoscenza distorta o da una fonte mendace, che ha un potere negativo sulle azioni umane, perché la condiziona sulla base di falsi contenuti, credenze o pseudo-verità; dall’altro lato, può essere una questione di semplice ignoranza (non conoscenza della verità), quindi di mancanza di verità[7].

Per esempio: una cosa è dichiarare di non aver visto un ladro nel mentre commette un delitto (omissione colposa); un’altra è mentire affermando che il criminale è Tizio anziché Caio (falsa dichiarazione). Inoltre, ignoranza e credenza non coincidono, ma si sostengono a vicenda, si nutrono reciprocamente. Ad esempio, prima di Copernico non si sapeva che la terra fosse un pianeta in orbita attorno al sole (ignoranza); e si credeva che la terra fosse al centro dell’universo (credenza). Sebbene le due tesi si sostengano a vicenda, non coincidono. In effetti, il geocentrismo è anche compatibile con la teoria del sistema di Tycho Brahe (anch’esso errata).

Pertanto, oltre alle false informazioni, diffuse involontariamente o volontariamente (mis- e dis-information), l’infosfera è condizionata da vere e proprie lacune informative (ignoranza, ignorance as un-information) e da ammassi di credenze o pseudo-verità, che rimangono tali fino a prova della loro inesattezza o insensatezza; oppure, assurgono a rango di post-verità, oggetti sociali inscalfibili[8], anche se sottoposte a confutazione scientifica.

A tutto ciò si aggiunge che le informazioni false o cattive non sono allo stato, per così dire, pure: non si tratta cioè di menzogne ​​chiare e distinte. Ovvero, non si tratta di risolvere un’espressione formale secondo la logica booleana, poiché le singole proposizioni non sono enucleabili e atomiche, dissolte e risolte, ma esistono insieme ad altro, come grumi concettuali, in cui vero e falso convivono, in un sistema granulare tipico dell’informazione in rete[9], nella forma della plausibilità, del verosimile[10]. Infatti, se le informazioni fossero palesemente vere o false, nessun utente cadrebbe nella trappola delle fake-news.

In tale contesto, un ruolo significativo è svolto dalla comunità scientifica e dalla credibilità che le si conferisce, come fonte autorevole di verità. La divergenza tra diversi punti di vista, che nella storia è stata ed è il sale della scienza, può però essere manipolata a favore di false costruzioni di realtà, dovute a verità convenienti, condizionate cioè da interessi economici o scientifici o politici o più semplicemente di parte. Con ciò si genera un fenomeno di discredito, di perdita della credibilità, che investe l’intera comunità scientifica, che può essere definito “lacuna di autorità”.

I punti dogmatici di divergenza o disaccordo tra presunti scienziati (o individui che, in virtù di una più o meno flebile fama mediatica si accreditano presso l’opinione comune come luminari) e la comunità scientifica internazionale generano un fenomeno di perdita di credibilità e demolizione dell’autorità in senso ampio (istituzionale, sociale e scientifico).

Di ignoranza non solo come vuoto informativo ma soprattutto come “costruzione sociale”, quindi in senso attivo, si è discusso di recente in un corposo volume collettaneo a cura di Kourany e Carrier[11]. I curatori usano il termine agnotologia (lemma coniato invero da Robert Proctor) per riferirsi allo studio di ignoranza intenzionalmente prodotta, “creata, mantenuta e manipolata” da una scienza sempre più condizionata dalla politica e dagli affari, come costruzione sociale giustapposta.

L’agnotologia riguarda la costruzione attiva dell’ignoranza attraverso la progettazione faziosa e l’interpretazione distorta di esperimenti e studi empirici; ad esempio, le ricerche mendaci dei negazionisti del cambiamento climatico. Oppure, è possibile una costruzione ‘virtuosa’ dell’ignoranza, ad esempio limitando la ricerca sulle differenze cognitive legate alla razza e al genere; oppure, l’ignoranza come sottoprodotto non intenzionale delle scelte fatte nel processo di ricerca, quando regole, incentivi e metodi incoraggiano un’enfasi sugli effetti benefici (o nocivi) e commerciali dei prodotti chimici industriali e quando certi concetti e persino gli interessi di certi gruppi non possono essere sfruttati in un data struttura concettuale. Non si tratta di errori protocollari, ovvero di errori contemplati e controllati dalla rilevanza statistica, ma distorsioni vere e proprie del sistema.

Stando a questo nuovo approccio, insomma, l’ignoranza è molto più complessa di quanto si sia sinora pensato. L’ignoranza non è cioè solo il vuoto che precede la conoscenza o la privazione che risulta da un’attenzione parziale. È anche – anzi e soprattutto – qualcosa che può essere costruito, realizzato socialmente costruito e attivo: ne sono un esempio la confusione prodotta quando interessi particolari bloccano l’accesso alle informazioni o addirittura creano disinformazione su di un tema di rilievo pubblico o globale[12]. Nel 1854, il filosofo scozzese James Frederick Ferrier aveva si era già interessato alle forme di ignoranza attiva[13]. L’autore non solo usa per primo il termine “epistemologia” in senso moderno, ma anche il termine “Agnoiologia” (con la “i”; il libro è diviso in tre sezioni: dopo una lunga Introduzione, seguono le sezioni su Epistemologia, Agnoiologia e Ontologia). In un certo senso, l’agnologia di Proctor sembra essere influenzata dalla agnoiologia di Ferrier, che scrive come l’ignoranza sia un difetto intellettuale, imperfezione, privazione o mancanza[14]. Tuttavia, pur avendo una natura difettosa, costituisce una barriera contro la conoscenza, che svolge un ruolo attivo[15].

Un altro fenomeno rilevante, a tal proposito, è generato da una forma di ignoranza attiva derivata dalla proiezione di autorità, che avviene quando uno scienziato viene chiamato a discutere di questioni che esulano dalle proprie specifiche competenze scientifiche e dall’ambito dei propri studi. In tal caso, l’autorevolezza conquistata nel proprio ambito viene proiettata sulle opinioni dello scienziato che è legittimato a disquisire di temi e argomenti non pertinenti al suo campo di indagine, senza cioè adottare alcun metodo scientifico. È un po’ come se si chiedesse a Cacciari che cosa pensa della trasmissibilità del virus, oppure a Burioni qual è il ruolo dell’immaginazione riproduttiva nello schematismo kantiano. In entrambi i casi, l’uditorio attribuisce al relatore un credito di autorevolezza senza che però essa derivi in alcun caso dalla materia di ricerca per il quale il relatore è riconosciuto. Nell’ambito delle piattaforme sociali questo fenomeno moltiplica il potere virale di un messaggio, polarizzando la discussione, generando cioè un’oggettivazione di opinioni frequenti e un ricorso all’argumentum ab auctoritate che abbassa il livello critico della discussione.

In tal senso, la cornice di delegittimazione scientifica in atto, tanto sulle piattaforme sociali quanto nel paese reale, si riflette anche sui comportamenti degli stessi scienziati, con conseguenze catastrofiche per il credito e l’autorevolezza della comunità scientifica: venendo meno a un aplomb istituzionale e professionale improntato al rigore scientifico, lo scienziato ricerca il plauso e il consenso, si piega cioè a una polarizzazione delle opinioni e, per dirlo con Freud, ha luogo una “alleanza del sintomo”, sicché egli si allinea a una fazione polarizzata dell’opinione comune. In parte, la proiezione dell’autorità è effetto del condizionamento performante dei new-media che tendono a spettacolarizzare il messaggio, con effetti di semplificazione e polarizzazione delle opinioni. Gli strumenti di comunicazione digitale non sono però solo performanti, bensì anche trasformativi[16], attivano pratiche e forme sociali impensabili senza la loro esistenza.

Un’ultima forma di ignoranza attiva è quella prodotta dall’attività iper-specialistica che genera conoscenza in senso sapienziale. A fianco a quella capziosa e orientata politicamente (le ricerche prezzolate di Trump sull’inquinamento ambientale, oppure di alcune case farmaceutiche sul fumo negli anni Settanta, per esempio), vi è cioè una forma di ignoranza del punto di vista “generale” prodotta dall’iper-specializzazione, nel senso di conoscenza preclusa ai più, secondo un modello aristocratico di cultura, che vorrei definire “sapere sacerdotale”, consegnato a élite culturali chiuse, con potere esclusivo, orientativo e decisionale; si tratta di un iper-sapere specialistico che rifiuta di spiegarsi trincerandosi dietro la ‘difficoltà della materia’.

Di grande interesse risulta infatti il discorso sulle grandi sacche di “conoscenza pubblica nascosta”[17]. Si pensi alla conoscenza “brevettata”, privatizzata, ovvero – per dirlo con l’etimo – la conoscenza di cui è privata la comunità scientifica. Ne può essere un esempio efficace e cogente quello del brevetto dei vaccini, che hanno un interesse preponderante per la salute pubblica mondiale. Di recente, una critica al sapere specialistico è stata lanciata sulla nota piattaforma TED da David Epstein, con una conferenza intitolata “Why specializing early doesn’t always mean career success”, reperibile anche su YouTube. Epstein ha discusso la sua teoria in un volume, “Range”[18] di cui la LUISS ha pubblicato la traduzione italiana[19]: l’autore cerca di dimostrare come in realtà la specializzazione precluda molto spesso a un atteggiamento flessibile e come invece sia garantita da contesti di apprendimento “gentile”, come li aveva definiti lo psicologo Robin Hogarth, ovvero da campi di azione controllati, ben definiti, che però sono ben estranei alla ricerca universitaria, la quale (si presuppone) si muove su sentieri inesplorati e in maniera spesso interdisciplinare.

La moneta della credibilità è, quindi, inflazionata anche nel mondo scientifico. Si pensi alle riviste peer review, inondate da continue richieste di valutazione, alla loro ricerca spasmodica di revisori affidabili, il cui lavoro – immane e ingrato –, fra l’altro, non è nemmeno titolo di valutazione, con il paradosso che c’è chi è riconosciuto come revisore, ma non può esibire questo credito come titolo valutabile.

Un caso a sé è invece quello del pre-print e delle repository che ospitano articoli pubblicati (questo è il punto) con beneficio di inventario perché comunque non passati al vaglio della revisione fra pari. Può quindi darsi il caso di scienziati specializzati che, in attesa che il loro paper sia accettato, rivisto o rigettato, lo mettano a disposizione della comunità scientifica, per un confronto aperto; ma si può dare anche il caso di numerosi sedicenti scienziati che fanno ‘massa acritica’, una sorta di mucillagine informativa inerte che inquina l’infosfera con informazione – non originale, falsa o mendace – e rende vischiosa l’infosfera, generando una vera pania informazionale. Le conseguenze possono essere catastrofiche.

Si pensi, a mo’ di esempio, al noto fisico e informatico ungherese, Albert-László Barabási, della Northeastern University di Boston, Massachusetts, il quale, a febbraio, ha presentato un documento al server di pre-print di bioRxiv, vedendosi il paper rigettato in automatico. Difatti, il repository biomedico non accetterebbe più manoscritti che fanno previsioni sui trattamenti per COVID-19 sulla base esclusiva del lavoro computazionale. Il team di bioRxiv ha suggerito a Barabási di inviare lo studio a una rivista per una rapida revisione tra pari, invece di pubblicarlo come pre-print[20].

Qui si tace infine della laida suburra del cosiddetto predatory publishing[21], ovvero di tutti quei Journal o riviste che millantano riconoscimenti scientifici, talvolta emulando il titolo di qualche celebre testata con cui vorrebbero confondersi: un modello di sfruttamento della logica concorsuale accademica, a danno soprattutto dei giovani ricercatori, che imita l’editoria scientifica, con lo scopo di addebitare costi di pubblicazione agli autori, senza controllare la qualità scientifica dei loro paper.

Vengono detti predatori perché gli studiosi sono indotti a pubblicare con loro (sebbene alcuni possano talora essere consapevoli che la rivista è di scarsa qualità o addirittura fraudolenta). Sono, questi, i frutti della logica della quantità dei “prodotti di ricerca” da presentare in fase di selezione concorsuale. Il frutto perverso di un sistema di selezione della ricerca che ha cortocircuitato. Possiamo forse giudicare in maniera positiva un sistema che valuta “il contenuto dal contenitore”, ovvero l’articolo dalla rivista che lo ospita – solitamente una rivista di “fascia A”, il cui apriori determina spesso ab divino la bontà del contributo ospitato? Oppure, possiamo giudicare ottimale il più rigido rispetto della modalità double blind, che presume l’anonimato del candidato e del suo revisore (salvo i soliti espedienti), ma che invece mette in atto la più palese forma di abdicazione di responsabilità individuale: non sarebbe forse più corretto esprimere un giudizio, negativo o positivo, di un contributo, accollandosene l’onere del giudizio? E come giudicare la politica di premialità per le riviste assunte agli onori della prima fascia? Si glissa qui sui diversi criteri, ma sarebbe forse già interessante se qualche giornalista indagasse, per esempio, sulle compagnie di giro che compongono i board delle riviste di prima fascia, e quali e quante ristrette lobby siano presenti oramai all’interno del sistema universitario italiano, che vede una certa concentrazione, anche geografica, del potere di selezione delle leve.

In tutto questo, un ruolo fondamentale è svolto certamente dai media, i quali rappresentano il mondo scientifico come un’arena di contraddizioni, riducendolo spesso la discussione a mera canea televisiva. La neutralizzazione delle differenze, l’impossibilità di una prospettiva scientifica ancorata alla forza statistica dei numeri (la “pandemia dei dati”[22]), di una argomentazione complessa (spesso cassata perché noiosa), la costante presenza di opinionisti di ogni risma, hanno tutti generato l’idea di una scienza inaffidabile o perlomeno opinabile. Oppure, viceversa e paradossalmente, l’immagine di una scienza dogmatica, alla quale è necessario credere per decreto divino – là dove invece la conoscenza scientifica è tale se può dimostrare con prove e metodo scientifico, e non per articolo di fede. Un ruolo altrettanto importante è anche quello assegnato a ciò che danah boyd ha chiamato silenzio strategico[23], il palinsesto informativo che determina l’agenda setting del discorso pubblico.

Siamo al bivio: logoramento sociale o rafforzamento degli “anticorpi” alle bufale?

Per concludere, c’è ancora molto da studiare. E molto dipende anche dalla geografia ad arcipelago delle numerose piattaforme digitali, ciascuna con delle funzioni e logiche specifiche, dalla loro mutazione interna (con le diverse ibridazioni e segmentazioni fra piattaforme, come quella fra Facebook, WhatsApp e Instagram) che si ripercuotono sull’infosfera con una potenza virale, in senso crossmediale, davvero difficile da analizzare e controllare. Un ruolo centrale, imprescindibile è quello svolto dalla scienza, alla quale in un mare così vasto e periglioso sarebbe necessario affidarsi come ad una buona bussola. Ma di certo, occorre che la freccia dell’autonomia della ricerca segni il nord dell’interesse pubblico, sia libera da compromessi con l’interesse privatistico e individuale, riconquisti l’autorevolezza che in parte ha perduto per propria colpa, per seduzione di sirene mediatiche e cortocircuiti interni, e si dimostri autorevole anziché autoritaria.

Di questo passo, l’analisi dell’erosione della credibilità nell’infosfera potrebbe portare a due risultati differenti: uno nefasto, ovvero il logoramento, lento e irreversibile, del patrimonio di credibilità, lo sperpero di capitale di fiducia sociale che è alla base del concetto di comunità, come dono reciproco e credito fiduciario fra pari; oppure, viceversa, potrebbe rafforzare le ‘difese immunitarie’ del nostro sistema di comunicazione e informazione, educandoci alla falsità, secondo un processo di addomesticamento[24], riuscendo a limitare l’inquinamento dell’infosfera. L’esito dipende in buona sostanza dagli attori politici e sociali, da un lato, ma anche da una formazione maggiore agli strumenti digitali. Nessuno è dispensato, ciascuno faccia la propria parte.

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  1. Si vedano Floridi Luciano, “La rivoluzione dell’informazione”. Torino: Codice, 2012; Quattrociocchi, Walter, e Antonella Vicini. “Misinformation. Guida alla società dell’informazione e della credulità”, Milano: Franco Angeli, 2016.
  2. Intendo qui avvalermi della definizione offerta da Iannelli, Laura, “Facebook & Co“., Guerini, 2010, p. 13: «I Social Network Sites sono dunque ambienti informativi che abilitano un networking individualizzato in reti di relazioni friend-driven attraverso un profilo, una lista di contatti e una gestione negoziata di molteplici pratiche comunicative». La definizione di “reti di prossimità” è di chi scrive.
  3. Cfr. Leader, Amy E., et al. “Understanding the messages and motivation of vaccine hesitant or refusing social media influencers.”, Vaccine 39.2 (2021): 350-356.
  4. Floridi, Luciano, ed. “The Cambridge handbook of information and computer ethics”, Cambridge University Press, 2010. Id., “The ethics of information”. Oxford University Press, 2013.
  5. Cfr. Bleize, Daniëlle NM, et al. “The effects of group centrality and accountability on conformity to cyber aggressive norms: Two messaging app experiments”. Computers in Human Behavior (2021): 106754.
  6. boyd, danah. ”It’s complicated: The social lives of networked teens”, Yale University Press, 2014. Su desiderio dell’intellettuale americana, teniamo in minuscolo la scrittura del suo nome. Per uno studio sull’impatto delle nuove tecnologie sul nostro modo di vivere, con particolare attenzione alle giovani generazioni, si veda Russo, Federica, et al. “Internet addiction disorder: nuova emergenza nel mondo dell’infanzia e dell’adolescenza”, Quaderni di Psicoterapia Cognitiva-Open Access 47 (2021).
  7. Vengono riprese e sviluppate le ricerche presentate nel paper “Lacuna di autorità e costruzione dell’ignoranza attiva”, in “AIUCD 2021 – DHs for society: e-quality, participation, rights and values in the Digital Age. Book of extended abstracts of the 10th national conference”, Copyright ©2021 AIUCD, Associazione per l’Informatica Umanistica e la Cultura Digitale, ISBN: 9788894253559, pp. 343-347.
  8. Si veda la definizione di “oggetto sociale” di Ferraris, Maurizio, “Postverità e altri enigmi”, Il Mulino, 2017. Kindle, pos. 959: «Oggetto sociale = atto registrato. Un oggetto sociale è il risultato di un atto sociale (tale da coinvolgere almeno due persone) che ha la caratteristica di essere registrato su un supporto qualsiasi, dalla mente delle persone al web, passando per gli archivi cartacei. In base a questa legge, la documentalità si presenta come il fondamento della realtà sociale: è all’opera prima del capitale, ne costituisce il fondamento, e continua a valere anche dopo che il capitale ha ceduto il posto alla medialità e alla documedialità». Sul rapporto esistente fra digitale e mondo degli oggetti sociali, si veda anche Ferraris, Maurizio, “Metafisica del web”. Laterza, Roma-Bari, 2021 (in corso di stampa).
  9. Roncaglia, Gino. «Tra granularità e complessità: contenuti digitali e storia della rete». Nuovi annali della Scuola speciale per archivisti e bibliotecari 31 (2017): 349-361.
  10. Cfr. Ciracì, Fabio, “Per una teoria critica del digitale: fake-news e postverità alla luce della logica della verosimiglianza”, in “Filosofia e digitale”, Quaderni di «Filosofia», a cura di Fabio Ciracì, Riccardo Fedriga, Cristina Marras, Mimesis 2021, pp. 87-112 (in corso di stampa).
  11. Kourany, Janet, e Martin Carrier. “Science and the Production of Ignorance: When the Quest for Knowledge Is Thwarted”. Cambridge: MIT Press, 2020.
  12. Id., p. 3.
  13. Ferrier, James Frederick. “Institutes of Metaphysic: The Theory of Knowing the Mind”. London: Blackwood and Sons, 1854.
  14. Id., p. 397
  15. Su questo argomento si vedano anche Arfini, Selene, Selene Arfini, e Di Cecco. “Ignorant cognition”. Berlin: Springer International Publishing, 2019.
  16. Sul tema, si veda il fondamentale Dator, James A., John A. Sweeney, and Aubrey M. Yee. “Mutative media.” Springer International Pu, 2016. Uno studio interessante dal punto di vista epistemologico è quello di Enrico Terrone, “Filosofia dell’Ingegneria”, Il Mulino 2019.
  17. Id., p. 163.
  18. Epstein, David. “Range. Why generalist Triumph in a Specialized World”, Macmillan Publishers 2019.
  19. Id., “Generalisti: Perché una conoscenza allargata, flessibile e trasversale è la chiave”, Luiss University Press, 2020.
  20. Kwon D. “How swamped preprint servers are blocking bad coronavirus research”, Nature. 2020 May; 581(7807):130-131. doi: 10.1038/d41586-020-01394-6. PMID: 32382120.
  21. Si veda la lista, in continuo aggiornamento, pubblicata su https://predatoryjournals.com/publishers/
  22. Sul tema del covid si veda per esempio il bel volume di Massarenti, Armando e Antonietta Mira. “La pandemia dei dati. Ecco il vaccino”, Mondadori, 2021.
  23. Donovan, Joan, and danah boyd. “Stop the presses? Moving from strategic silence to strategic amplification in a networked media ecosystem.” American Behavioral Scientist 65.2 (2021): 333-350.
  24. Iannelli, Laura,” Facebook & Co.”, cit., p. 11.

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