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Dalla fabbrica al monitor: come cambia la mobilitazione del lavoro



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Una riflessione sulla mobilitazione produttiva della vita: dalla divisione moderna del lavoro al tele-tecnocapitalismo emergono le forme della razionalizzazione dell’attività, la pressione esercitata sull’esistenza e le loro implicazioni antropologiche, sociali e politiche. Un estratto da Venire a capo di sé. Meditazioni sulla libertà: Nietzsche, Tocqueville, Leopardi

Pubblicato il 20 apr 2026

Fabio Merlini

presidente della Fondazione Eranos, direttore regionale della sede della Svizzera Italiana dell’Istituto Universitario Federale per la Formazione Professionale



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Da Adam Smith a Tocqueville, fino al tele-tecnocapitalismo, il lavoro non riguarda più soltanto la produzione della ricchezza. In gioco ci sono il tempo, lo spazio, l’attenzione e, sempre più radicalmente, le forme stesse dell’esistenza.

La mobilitazione della vita tra lavoro moderno e tele-tecnocapitalismo

Può essere interessante osservare in che senso quanto per Adam Smith costituisce una fonte di progresso (la capacità produttiva in una determinata unità di tempo), il vettore di un incremento quantitativo che rivela necessariamente una incidenza positiva anche sulla qualità della vita dei popoli e delle nazioni; per Tocqueville costituisce invece già un problema.

Smith vede e ricostruisce magistralmente lo schema, la logica, il principio organizzativo della divisione del lavoro nell’attività produttiva in relazione ai benefici che essa assicura al godimento «dei mezzi di sussistenza e di comodo» anche per i più svantaggiati e quindi al consolidarsi del benessere complessivo di un paese: l’«universale opulenza» che raggiunge anche le «classi sociali più basse». Tocqueville constata invece il modo in cui nei fatti si concretizza questa modalità di organizzazione del lavoro, questo principio organizzativo per l’incremento delle capacità produttive del lavoro nel momento in cui esso si diffonde all’insieme delle attività imprenditoriali. E ne coglie gli effetti tangibili sulle vite delle persone coinvolte, così come sull’insieme della realtà sociale. Vedendone però poi anche le insidie per lo stesso sistema democratico.

La mobilitazione del lavoro tra progresso e problema democratico

Che cosa appare ora in modo così allarmante? Possiamo dire: il paesaggio umano individuato da uno sguardo animato da una diversa sensibilità sociale che non si concentra più solo sugli effetti produttivi di un lavoro piegato a una implacabile meccanica razionale con conseguenze decisive sulla ricchezza del paese. Ma che considera anche come il processo selettivo di mobilitazione delle abilità, delle energie e delle risorse del lavoratore agisca sulla sua natura e su quella della democrazia in quanto sistema politico votato all’incremento dell’uguaglianza delle condizioni.

“Mobilitazione” è il concetto chiave, da questo punto di vista. Smith ne definisce le coordinate in modo esemplare (destrezza, tempo, tecnica), Tocqueville ne vede invece le conseguenze su almeno tre ordini di realtà: l’operaio, l’uguaglianza e la democrazia. Non è la stessa cosa cogliere la mobilitazione dal punto di vista della “ricchezza delle nazioni”, anziché da quello della vita del singolo lavoratore, della sua “umanità”. Non è la stessa cosa guardare ai processi dal punto di vista del profitto, anziché da quello delle esistenze singole coinvolte in questi processi.

Le parole con le quali Smith descrive il processo di frammentazione e “distribuzione” dei vari segmenti del processo produttivo raccontano di un dressage reso possibile dalla riduzione semplificante dei gesti cui sono chiamati ad applicarsi i singoli lavoratori. Raccontano di un aumento della produttività assicurato tra l’altro dalla diminuzione della complessità dell’operazione singola: cresce la quantità di lavoro, si abbassa la varietà e la complessità dei movimenti richiesti al singolo lavoratore. È una doppia riduzione (attività meno variate e meno strutturate) che favorisce un aumento dell’abilità dei movimenti necessari a compiere il lavoro. Pochi gesti, dice Smith, finiscono con il diventare l’«occupazione esclusiva» di una vita. Ma il guadagno in rapidità e perizia è incomparabile.

Il vantaggio produttivo e il costo umano

Smith mostra come un processo produttivo così organizzato garantisca un incremento della quantità che corrisponde anche a una migliore qualità del prodotto. Ragazzi sotto i vent’anni addestrati a fare solo chiodi, mostrano una rapidità e una qualità di esecuzione incomparabilmente più elevate di quando non sia possibile a un fabbro rodato, che tra le sue attività abbia anche quella di fare chiodi. Ma allora, quando le diverse mansioni necessarie a svolgere il compito vengono a loro volta suddivise e disarticolate attraverso azioni specifiche distribuite su singole persone, a maggior ragione aumenta la quantità e la qualità del prodotto. È una considerazione che mostra il grande vantaggio di poter disporre di esistenze che dedichino tutta la loro vita esclusivamente a un micro-segmento lavorativo. Ma di chi si sta parlando, di quali vissuti e con quali effetti sull’esistenza, questo per ora non è il tema. E anche quando lo sarà, moltissime pagine più avanti, la preoccupazione è quella di capire come compensare, con una robusta azione formativa di governo, l’annientamento delle facoltà intellettuali, morali, empatiche e marziali di chi è soggetto alla divisione del lavoro, ossia della «gran parte della popolazione» che vive «per mezzo del lavoro». Il nesso tra organizzazione razionalizzata e meccanizzata del lavoro, e mutilazione del «carattere della natura umana» – l’espressione usata da Smith per indicare l’alienazione – è chiarissimo. Ma il problema, qui, è come evitare, attraverso l’istruzione pubblica, che il decadimento delle facoltà intellettuali generi comportamenti volubili facilmente soggetti al disordine, alla disubbidienza e alla sedizione.

Che cosa tutto ciò significhi concretamente per l’individuo coinvolto, ora non interessa; mentre sarà esattamente questo aspetto a preoccupare Tocqueville.

Rapidità, attenzione e disciplina dei gesti

Nelle analisi smithiane cui si è fatto riferimento, è il tema della rapidità ad assumere una posizione centrale. Il guadagno di tempo e di destrezza non sono solo conseguenze della semplificazione e della ripetitività dei gesti. La mobilitazione delle forze produttive opera su più versanti, e in questo interroga noi ancora oggi, in modo sorprendente.

Le riflessioni di Smith colgono un aspetto di ordine psicologico-comportamentale che riguarda la relazione tra varietà delle occupazioni e attenzione cognitiva. Se vi è una tecnica per favorirla, poiché è di questo che ha bisogno la produttività del lavoro, ebbene essa concerne proprio i dispositivi di eliminazione di quella inevitabile distrazione che è dovuta non solo al passaggio da una occupazione lavorativa all’altra (diversi scopi e strumenti, per una diversa gestualità), ma anche da uno spazio lavorativo all’altro (quando questo era ancora la norma).

Il transito tra azioni occupazionali diverse, in società lavorativamente non ancora specializzate, comporta un riorientamento dell’attenzione che ne disgiunge (distrahere) la continuità, tirandola di qua e di là: un riorientamento puntuale che equivale oggettivamente, se il parametro è l’efficienza produttiva, a una perdita di tempo. Dove si vede bene come, in base a questa logica, lo spazio diventi un fattore decisivo della qualità del tempo produttivo. Quando passi da una attività all’altra, anche all’interno dello stesso lavoro, devi riorganizzare la tua attenzione, ricalibrare i tuoi gesti, riadattarli ad un altro ordine di finalità, per quanto essa sia elementare. Sono correzioni che richiedono il loro tempo. Ma è un tempo eccedente che ha un costo. E per questo va soppresso, eliminandone la dispersività, cioè attraverso una reductio ad unum.

Generalmente, scrive Smith, «uno divaga un poco passando da una occupazione all’altra» e da un luogo all’altro. Deve continuamente riadattarsi. Perciò si rendono appunto necessari due correttivi. Ogni volta che si cambia attività e contesto subentra un “frattempo” inconcludente in cui la mente divaga, «non si applica» continuativamente, viene distratta. Indugio, negligenza, indolenza, disattenzione e calo dell’attenzione: sono le stimmate di un’organizzazione del lavoro prerazionale, incapace di piegare la vita a un impegno lavorativo senza scarti, senza margini residui, senza sprechi (di tempo). La mobilitazione produttiva è perciò una tecnica riorganizzativa che corregge (proprio nel senso etimologico del “ridurre a un ben fare”) e educa (dressage) la trasandatezza connaturata alla plurioccupazione (dispersiva, perché discontinua), in cui giocoforza viene meno persino la capacità «di impegnarsi vigorosamente anche nelle circostanze più pressanti». E lo stesso vale anche per il passaggio da un luogo fisico all’altro (officina, campo agricolo, abitazione, negozio, ecc.): un transito che prende tempo, illegittimamente, ossia che lo spreca e quindi lo perde. Anche in questo caso, si tratta di un tempo esuberante che ha un suo prezzo: per questo deve essere eliminato.

La mobilitazione del lavoro come riduzione di spazio e varietà

Occorre dunque realizzare una doppia riduzione. Quella dello spazio e quella della varietà operativa, così che anche il lavoratore possa trasformarsi in uno strumento reso efficiente e messo a punto dai gesti che è chiamato a compiere nel luogo in cui è chiamato a compierli.

In questo senso, l’unità di luogo e l’omogeneità delle azioni lavorative istituiscono una razionalizzazione dell’uso del tempo e dello spazio (di fatto: un’ottimizzazione del loro “consumo”), che deve poter agire in termini concentrazionari. Ecco allora l’imperativo: rimanere agganciati a un solo spazio nella continuità del tempo, in modo da por essere sempre be on point.

Così, almeno per i due terzi, è assicurato l’aumento della quantità di lavoro erogato e del suo prodotto, allo stesso modo di come lo è l’incremento delle abilità, indipendentemente dalla predisposizione dei singoli prestatori d’opera. E per l’altro terzo? Per il resto, una funzione decisiva la svolgono le macchine, ossia i processi artificiali di automazione, quando il loro esito è di accelerare e facilitare la produzione.

Tecnica, compensazione e automazione

La riflessione di Smith si inscrive all’interno di una lunga tradizione sul ruolo della tecnica nello sviluppo prestazionale. Più precisamente, Smith innesta qui una preoccupazione di stampo economico (come assicurare l’incremento produttivo) su una tradizione di stampo antropologico (come ovviare alla nostra fragilità costitutiva) interessata a mostrare il ruolo della tecnica nel processo di ominizzazione. Quello che per questa tradizione sono le manchevolezze e le insufficienze strutturali dell’essere umano, rispetto a cui l’artificio tecnico vale come compensazione della sua natura incompleta e difettiva se paragonata a quella degli altri animali; per Smith è una insufficienza operazionale con effetti dispersivi antieconomici. Una fragilità che l’automazione corregge aumentando la resa lavorativa e la sua semplificazione. Vale dunque per l’operaio quello che vale per l’uomo in generale: è da un meno che nasce un più, è da una fragilità che si genera una forza. Senonché in questo caso tutto ciò ha un obiettivo preciso. Mobilitare risorse affinché vi sia un sempre maggior incremento del valore economico, inserendo nello stesso programma macchina e uomo, in modo tale da rendere le due realtà funzionalmente simili. “Facilitazione” (più semplicemente) e “accelerazione” (in meno tempo) hanno certamente attinenza con i tre principi antropotecnici dell’integrazione, dell’intensificazione e dell’agevolazione (per forme di vita più prestanti rispetto alla dotazione originaria, più efficaci quanto ai risultati e più alleggeriti nei compiti). Solo che qui a beneficiarne è il risultato complessivo del lavoro, non il lavoratore. Se non a determinate condizioni.

Dal paradigma spaziale moderno alla pressione della rete

Va detto che si tratta di una mobilitazione dove spazio e tempo funzionano secondo una immagine molto diversa rispetto all’esperienza spazio-temporale propria della mobilitazione alla quale siamo confrontati oggi. L’immagine è infatti quella di una forza che opera per emendare una situazione temporalmente unilineare e spazialmente estensionale concepita secondo l’ordine diacronico della successione. Da un momento all’altro e da un luogo all’altro. Quando si tratta di produrre, in questo contesto, occorrere allora agire in modo da poter rendere continuo, nella ripetizione, il tempo e uniforme, nella produzione, lo spazio. Al primo, togliere la possibilità di aprirsi un varco di inconcludenza distratta (vacuum temporale) e al secondo sbarrare l’accesso a qualsiasi eterogeneità contestuale inerente ai luoghi che lo animano (differenza spaziale). La pressione (ogni mobilitazione equivale a una messa sotto pressione della vita), in questo contesto, va a buon fine nella misura in cui è in uno spazio esclusivo che si dà il tempo della ripetizione semplificata.

Oggi le cose stanno in modo diverso, quando si guardi alla mobilitazione teletecnica. Perché se è vero che vale ancora l’idea di ancorare il lavoro a una spazialità il più possibile univoca, tale da inibire gli effetti di dispersione dovuti alla mobilità attraverso contesti differenti; d’altra parte, sono ora proprio questi differenti contesti a irrompere continuamente nello spazio reso omogeneo dalla richiesta di efficienza. Ma di che tipo di spazio si tratta, esattamente?

Puoi inanellare una decina di riunioni al giorno senza spostarti da casa o dall’ufficio o da qualsiasi altro luogo in cui ti trovi, con persone che a loro volta non sono costrette a spostarsi da casa, dall’ufficio o da qualsiasi altro luogo in cui si trovino. Lo puoi fare perché questi diversi luoghi sono resi indifferenti dallo strumento di lavoro.

Ce lo ha insegnato il Covid e le piattaforme che, prontamente, hanno predisposto nuovi e più efficaci sistemi di tele-interazione sincrona. Con ciò è stata confermata e radicalizzata una potente logica stream, dove un flusso continuo di comunicazioni e informazioni, di parole e di immagini, tiene agganciati i fruitori a quel luogo indifferente a tutte le differenze che è il monitor del computer (lo strumento universale), in cui tutto può appunto convergere e in cui tutto si concentra. Facendo dell’apparecchio che hai dinnanzi lo spazio stesso che ti comprende: lo spazio di una trans-contestualità senza pareti e appunto indifferente ai diversi luoghi in cui si svolge la vita. “Indifferente” proprio perché oggi l’“unità di luogo” non ha più il compito di favorire la contestualità normativa dello spazio di lavoro che accoglie i compiti elementari resi efficienti da ripetizione, continuità e automazione, ma piuttosto di far saltare la normatività peculiare ai diversi contesti. In modo che nessuno di essi riesca più a proteggere la normatività del suo interno da ciò che irrompe dall’esterno, e viceversa. Dato che è il confine stesso tra interno ed esterno ad essere collassato.

La mobilitazione del lavoro nell’epoca del multitask

Quindi, la questione non è più quella di privilegiare l’unicità del qui concentrato (la postazione di lavoro unica) rispetto al là distraente. Al contrario, senza dover attraversare fisicamente nessuno spazio, e dover ricominciare ogni volta da capo, è proprio in ragione di questa modalità particolare di essere-qui che risulta ora possibile trovarsi indifferentemente sempre anche altrove: così si mobilitano oggi le nostre vite nella loro capacità di produrre valore indipendentemente dal tipo di attività di volta in volta in gioco (lavorativa, evasiva, ricreativa).

A sua volta, il tempo non è più tempo-della-non-diversione, poiché per quanto l’immediatezza sopprima i tempi morti, la concentrazione da essa veicolata ha il carattere di una diffusa iperattività che funziona per distrazioni continue. Ed è in questo modo che si genera valore, stando al numero altissimo di azioni che è possibile trasformare algoritmicamente prima in informazioni, poi in pacchetti di conoscenza sui naviganti in rete e quindi in merce da vendere al miglior offerente.

La continuità operativa richiesta dalla divisione del lavoro, come la descriveva Smith, oggi si frantuma in modo tale che alla diacronia del tempo continuo della ripetizione, puntualizzata su singole operazioni semplici, possa sostituirsi la sincronicità dispersiva e discontinua del multi task. Pratichiamo forme di concentrazione che tendenzialmente funzionano attraverso distrazioni incessanti e sovrapposte. Siamo, cioè, in una mobilitazione di ordine schizotopico: sia dal punto di vista spaziale (qui, ma sempre anche altrove), sia dal punto di vista temporale (anziché ogni cosa a suo tempo, il più grande numero di cose nello stesso tempo).

La mobilitazione ricostruita da Smith mostrava i vantaggi economici, quando una nazione fosse ben governata, derivanti da una considerazione dello spazio e del tempo non dispersiva (poche operazioni in un unico luogo e diacronicamente continue). La mobilitazione teletecnica che concerne le nostre vite genera valore riarticolando il tempo e lo spazio produttivi attraverso lo strumento stesso della produzione con cui opera. Uno strumento, il computer, capace di generare immediatezza e di eliminare così la normatività propria dei diversi mondi che interagiscono tra di loro irrompendo gli uni negli altri. Non solo non si passa più da uno spazio all’altro, per lavori discontinui ed eterogenei, come auspicava Smith – e come in seguito è stato sancito dalla logica della catena di montaggio. Non si danno neppure più spazi che non siano piegati alla più pervasiva trans-contestualità. Vi è sempre una normatività più cogente (il suo nome è: urgenza) che ti attiva al di là di ciò che stai facendo. Come esiste oggi un ozio produttivo (produrre valore fuori dell’alveo del lavoro), esiste anche una distrazione produttiva (produrre valore grazie alla sincronica discontinuità multistrato delle nostre azioni). È il capovolgimento della mobilitazione di Smith, non però il capovolgimento del suo scopo.

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