Il nuovo che torna indietro

Il presente (è) il passato: così la tecnologia ha ridotto la libertà di scelta (illudendoci del contrario)

Dal momento che siamo sempre più incapaci di riflessione e pensiero critico crediamo ciecamente che tutto ciò che la tecnologia e l’economia ci propongono e ci offrono sia davvero assolutamente nuovo. Ma non è così. Alcune letture ci aiutano a capire perché

22 Mar 2022
Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria

Aveva scritto un grande filosofo del ‘900 e tra i principali componenti della Scuola di Francoforte, Theodor W. Adorno (1903-1969): “solo chi capisce che il nuovo è identico all’antico, opera al servizio di ciò che sarebbe diverso”[1]. Ma noi umani ipertecnologici e ormai avviati verso la nostra metaversizzazione e quindi verso la totale alienazione di noi stessi dalla realtà reale (e da noi stessi) – anche se poi quella follia che si chiama guerra ci riporta alla realtà più cinica dell’homo stultus – siamo sempre più incapaci di capire l’oggi guardando anche indietro.

Automazione: sì, no, quale? Le due facce della Fabbrica 4.0

E lo siamo – incapaci di capire il presente grazie al passato, oltre che di immaginare un futuro – perché da tempo siamo stati rinchiusi nella gabbia di un eterno presente e di un fare compulsivo, in sistemi complessi di cui non dobbiamo conoscere forma e scopo, ma solo esserne funzionali e integrati accrescendo sempre di più la nostra produttività e insieme la disruption che generiamo. Il passato è invece conoscenza che si accumula, è “divenire e insieme divenuto” (ancora Adorno[2]), è la base su e con cui interpretare il presente, facendo confronti dialettici e quindi critici e ponendo il soggetto umano nella condizione di capire l’oggetto (la storia e il presente e quindi il futuro), analizzando la genealogia (ieri) dei processi di oggi. Ma la conoscenza è sempre pericolosa, per non dire del pensiero critico e il potere non ama né l’una né l’altro. E infatti nelle scuole si insegnano competenze a fare e non conoscenza per pensare; e se gli studenti protestano contro l’alternanza scuola-lavoro e contro la scuola-azienda – e come docente hanno tutta la mia solidarietà – e chiedono una scuola che invece trasmetta conoscenza e soprattutto insegni pensiero critico, subito arriva la polizia a manganellarli.

Non tutto quello che ci offre la tecnologia è nuovo

E analogamente – perché sempre incapaci di riflessione e di pensiero critico – crediamo (è il nostro feticismo infantile e infantilizzato – come altrimenti chiamarlo? – per i giocattoli tecnologici; un feticismo ben costruito e ingegnerizzato e riprodotto dal marketing e sfruttato dal potere delle multinazionali) e appunto crediamo (nel senso religioso di credere) che tutto ciò che la tecnologia e l’economia ci propongono e ci offrono sia davvero assolutamente nuovo, che sia ogni volta un autentico cambio di paradigma rispetto al passato (altro modo per non pensare al passato), che sia una innovazione che cambierà il mondo portandoci in una nuova era felice e spensierata. Crediamo cioè – siamo incessantemente ingegnerizzati a credere – che tutto ciò che sembra nuovo (oggi digitale e digitalizzazione) sia davvero nuovo e non invece una continua replica e affinamento del vecchio capitalismo e della vecchia rivoluzione industriale anche se con altri mezzi rispetto al passato (mezzi di connessione che sono i nuovi mezzi di produzione con la rete/digitale invece della catena di montaggio meccanica) e con altre forme di management, ma sempre con lo stesso fine/scopo.

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Il nuovo che torna indietro

Perché Amazon non è altro che le vecchie vendite per corrispondenza, con l’unica differenza dell’algoritmo; perché le piattaforme sono la nuova forma delle vecchie fabbriche fisiche otto-novecentesche, con la sola differenza dell’algoritmo; perché la Fabbrica 4.0 è sempre taylorismo (ma forse è persino peggio del vecchio taylorismo), anche se digitale/digitalizzato. Perché la legge ferrea del tecno-capitalismo è sempre la stessa da tre secoli a questa parte e a cambiare – dalla fabbrica di spilli di Adam Smith alla catena di montaggio di Ford al digitale di oggi – è appunto solo il mezzo di connessione, perché questa legge ferrea (è l’essenza immutabile del lavoro e della vita nella forma e secondo la norma positivistica dell’industria) si basa su: prima suddividere il lavoro per poi ricomporlo/totalizzarlo-integrarlo-connetterlo in qualcosa di maggiore della semplice somma aritmetica delle parti (uomini e macchine) prime suddivise. Se ogni volta ci appare come il nuovo che avanza è solo perché il tecno-capitalismo non è solo un sistema economico e tecnico, ma è soprattutto una potentissima macchina di infinite narrazioni di sé come sistema. Narrazioni che essendo prodotte dallo stesso tecno-capitalismo, sono intrinsecamente autoreferenziali. Cambiano cioè i personaggi, ma non lo sfondo psicologico/pedagogico sotteso ad ogni narrazione: adattatevi.

Da qui – e appunto facendo nostra la riflessione di Adorno – ecco allora il nostro caldo invito a tutti coloro che parlano e discettano di quarta rivoluzione industriale (che è in realtà appunto solo una finzione retorica e propagandistica/narrativa del tecno-capitalismo per illudere di qualcosa di nuovo che non è né deve essere diverso da ciò che era prima e per farsi accettare da ciascuno come un dato di fatto senza alternative, in un nuovo determinismo/fideismo pari alle peggiori ideologie politiche novecentesche) – un caldo invito a coloro che insegnano di un nuovo che avanza e che non si può e non si dovrebbe fermare ma solo accettare con gioia ed entusiasmo, a coloro che, come visionari, ci promettono (un’altra volta!) una transizione verso una nuova era dell’umanità – a tutti costoro consigliamo di rileggere alcuni testi del recente passato, per prima confrontare, riflettere e capire, e poi, ma solo poi, parlare e dire.

E quindi consigliamo di leggere Günther Anders[3], Jacques Ellul[4], Friedrich Georg Jünger[5]; e poi i molti testi di Emanuele Severino sulla tecnica; e “Psiche e techne” di Umberto Galimberti[6]; e “Anime elettriche” e “Tecnologie del dominio”, del Gruppo Ippolita[7]; e i testi di Antonio Martone[8] – e se avanza tempo anche i nostri saggi sulla religione tecno-capitalista, del 2015 e sull’alienazione, del 2018[9].

Senza ovviamente dimenticare di rileggere “L’uomo a una dimensione”, di Herbert Marcuse (un autore da far riscoprire urgentemente alle nuove generazioni) con la sua definizione di società tecnologica avanzata come totalitarismo; la “Società di transizione” di Max Horkheimer e “Minima moralia” di Adorno – tutti pubblicati da Einaudi. Perché appunto – ne siamo sempre più convinti – “solo chi capisce che il nuovo è identico all’antico, opera al servizio di ciò che sarebbe diverso”; solo chi confronta il presente con il passato è poi capace di immaginare un nuovo davvero nuovo senza cadere ogni volta nella trappola psichica data dalla illusione di un nuovo che non è nuovo, tutti già aspettando con ansia la quinta rivoluzione industriale.

Un esempio ulteriore della nostra ignoranza e della nostra incapacità di capire il mondo? Se andiamo a rileggere lo scrittore Luciano Bianciardi (1922-1971) e il suo romanzo sociale “La vita agra” del 1962 – come noi abbiamo fatto recentemente e a cui rinviamo[10] – leggeremmo una frase come questa, detta dal protagonista: “Come qualcuno forse ricorderà, in quegli anni si parlava moltissimo di automazione, di produttività, di seconda rivoluzione industriale e di relazioni umane. Pareva che tutti i rapporti, produttivi e umani, dovessero cambiare, mentre poi hanno ricominciato – e forse non avevano mai smesso – a prendere gli operai, senza tante inutili storie, a calci nel culo”.

E oggi non basta forse sostituire quarta a seconda rivoluzione industriale per avere la perfetta descrizione del mondo anche di oggi, tra sfruttamento del lavoro nel capitalismo delle piattaforme e nella Fabbrica 4.0 e illusorie promesse di cambi di paradigma nei rapporti produttivi, con la scomparsa delle relazioni umane dal management (diventato anch’esso algoritmico), se non nelle retoriche che lo mascherano? Aggiungeva Bianciardi, per descrivere il mondo di quegli anni da miracolo economico: “[…]. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico […] il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi [oggi si chiama flessibilità, si chiama valorizzazione di sé come capitale umano, si chiama non-vita nella savana tecno-capitalista dove non importa essere leone o gazzella, importante è correre – cioè produrre, consumare, generare dati per il Big Data – sempre più velocemente e cioè], a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera”. Oggi, come allora: anche se oggi è tutto digitale – anche tafanarci l’un con l’altro – e sembra (ma non è) tutta un’altra cosa.

A tutto questo, scriveva allora Bianciardi, “Io mi oppongo”. E dovremmo opporci anche oggi. Oggi ancora di più, perché davanti a noi abbiamo non solo un mondo che dopo l’Ucraina non sarà più come prima, ma una crisi ambientale e climatica senza la cui soluzione oggi, nulla sarà davvero come prima.

Fatta questa lunga premessa veniamo a uno degli ultimi libri critici su tecnologia, intelligenza artificiale/algoritmi e dintorni, che sta facendo discutere (un po’) in America.

The loop

Il libro è “The Loop. How Technology Is Creating a World Without Choices and How to Fight Back”, di Jacob Ward, esperto di tecnologia della NBC, edito da Hachette (320 pagg. $29) e costruito intervistando docenti, tecnologi ma anche coloro che giornalmente usano la tecnologia, to understand how different AI products have become inextricably woven into people’s lives. Di più: il sistema capitalista “prey on our psychological frailties” and threaten to create “a world in which our choices are narrowed, human agency is limited, and our worst unconscious impulses dominate society”. E così, “In a generation or two we’ll be an entirely different species — distracted, obedient, helpless to resist the technologies we use to make our choices for us, even when they’re the wrong choices.”

Chiarissimo, ma nulla di nuovo in verità. Ma è bene ricordarlo: cioè la preoccupazione (o la certezza, ormai) di Ward per cui la tecnologia – la cosiddetta intelligenza artificiale in particolare – sta creando un mondo senza possibilità di scelta (without choices, appunto), perché tutto è automatizzato, amministrato, gestito da macchine e dal calcolo. Cui noi umani sempre meno umani e sempre più macchinici trasferiamo/deleghiamo appunto la scelta e prima ancora la valutazione su ciò che deve essere fatto, facendolo poi solo perché ce lo dice una macchina/algoritmo, confidando nella esattezza del suo calcolo, ma dimenticando che esatto non significa necessariamente vero; e soprattutto che esatto (in senso matematico, e la matematica è una scienza in sé e per sé assolutamente avalutativa, quindi intrinsecamente e finalisticamente disumanizzante se applicata al governo della vita e del mondo) non necessariamente è sinonimo di giusto.

In realtà, questa della eliminazione della possibilità umana di scelta è implicita nel sistema industriale e tecnico e (neo)liberale fin dalla sua nascita. Nel lavoro come nel consumo, dove l’apparente sovranità del consumatore e l’apparente molteplicità dei beni e dei servizi acquistabili – lo scriveva già Jean Baudrillard (1929-2007) – è limitata in realtà dall’offerta industriale di tali beni e servizi mediante un meccanismo di standardizzazione, omologazione anche delle differenze e della loro produzione industriale – e quindi di riduzione della capacità e libertà di scelta dell’uomo a ciò che il sistema produce non per soddisfare i bisogni umani ma per soddisfare il profitto del capitale (perché vi è una logica nella apparente differenziazione, massima oggi via rete, “che produce gli individui come personalizzati, cioè come differenti gli uni dagli altri, ma secondo dei modelli generali e secondo un codice a cui, nell’atto tesso di individualizzarsi, essi si conformano[11]). Ovvero, è (quasi) sempre l’offerta a produrre la domanda e il marketing è l’organizzazione scientifica-tayloristica del nostro lavoro di soggetti consumativi. Qualcosa che è nell’essenza e nella necessità di pianificazione del tecno-capitalismo – e che oggi si produce via algoritmi predittivi e di accompagnamento, eccetera eccetera.

Conclusioni

Che è un altro modo per realizzare infine oggi quella società perfettamente automatizzata e amministrata temuta allora dal francofortese Max Horkheimer – e quindi e ancora la necessità (l’urgenza) di rileggere il passato per capire il presente, da cui abbiamo iniziato questa nostra riflessione. Facendo pensiero critico, che non è pensiero tecnofobico, ma appunto critico, cioè dialettico, capace di togliere il velo ideologico che ricopre ogni innovazione tecnologica e industriale. Per restare umani, pur in un mondo di macchine, senza le quali gli uomini non sopravviverebbero.

Riferimenti bibliografici

  1. T. W. Adorno (1976), “Scritti sociologici”, Einaudi, Torino, pag.334
  2. T. W. Adorno (2004), “Dialettica negativa”, Einaudi, Torino, pag. 181
  3. I due volumi de “L’uomo è antiquato”, Bollati Boringhieri, Torino, del 2003
  4. “Il sistema tecnico”, edito da Jaca Book, Milano
  5. “La perfezione della tecnica”, Edizioni Settimo sigillo, Roma
  6. U. Galimberti (1999), “Psiche e techne”, Feltrinelli, Milano
  7. Ippolita (2017), “Tecnologie del dominio”, Meltemi, Milano; Id. (2016), “Anime elettriche”, Jaca Book, Milano
  8. A. Martone (2021), “NOCity”, Castelvecchi; Id. (2018), “ECity”, Rubbettino, Soveria Mannelli
  9. L. Demichelis (2015), “La religione tecno-capitalista. Dalla teologia politica alla teologia tecnica”, Mimesis, Milano; Id., “La grande alienazione. Narciso, Pigmalione, Prometeo e il tecno-capitalismo”, Jaca Book, Milano.
  10. L. Demichelis, “La vita agra 4.0” – https://centroriformastato.it/la-vita-agra-4-0/
  11. J. Baudrillard (2008), “La società dei consumi”, il Mulino, Bologna, pag. 91 e 96
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