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Dalla propaganda ai deepfake: l’IA che riscrive la credibilità



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L’intelligenza artificiale non è solo tecnologia, ma infrastruttura che ridefinisce il discorso pubblico e le dinamiche democratiche. Tra controllo automatizzato e polarizzazione, emerge l’urgenza di governance trasparenti e pratiche deliberative per preservare il confronto democratico. Un estratto dal libro “Sfiduciati”

Pubblicato il 20 gen 2026

Giovanni Boccia Artieri

Università di Urbino Carlo Bo



scudo europeo per la democrazia democrazia e intelligenza artificiale

Nel febbraio 2025 Donald Trump condivide sul suo social network Truth un video generato da intelligenza artificiale che trasforma l’assediata e distrutta Striscia di Gaza in un immaginario resort con palme, automobili di lusso, hotel, piscine, il tutto punteggiato da una gigantesca statua dorata che lo ritrae. Il video, promosso come utopia politica, è accompagnato da una colonna sonora festiva e da immagini che si trasformano da devastazione a lusso.

Questo non è un semplice esercizio grafico né unicamente propaganda stereotipata, è una manifestazione perfetta di come l’intelligenza artificiale (IA) agisca come dispositivo discorsivo modellando il reale, ridefinendo la soglia di ciò che può essere immaginato, detto, creduto. L’IA – soprattutto nella sua declinazione generativa, resa di massa dallo spartiacque rappresentato dal rilascio di ChatGPT – è entrata nello spazio pubblico non come semplice prosecuzione delle tecnologie digitali esistenti, ma come soglia di trasformazione discorsiva. Non è però solo una macchina che genera contenuti, ma è un’infrastruttura che ristruttura il senso. In un’epoca già segnata da polarizzazione, sfiducia epistemica e fragilità istituzionale, l’IA non si limita ad accelerare le dinamiche esistenti ma le riscrive dall’interno, agendo come un agente culturale a tutti gli effetti.

La doppia funzione dell’IA nella fringe democracy

Nel contesto della fringe democracy, l’IA svolge una doppia funzione. Da un lato, potenzia la produttività discorsiva delle periferie digitali, poiché fornisce strumenti generativi che amplificano la creatività memetica, l’estetica vernacolare, la viralità dei contenuti. Meme automatizzati, chatbot identitari, deepfake, siti web interamente generati da prompt… tutto questo rende il margine tecnicamente performativo, simbolicamente pervasivo e potenzialmente competitivo. Dall’altro, l’IA contribuisce a ridefinire le ecologie della credibilità alimentando quella cultura della truthiness descritta dal comico Stephen Colbert nel 2005, secondo cui non conta tanto che un’affermazione sia verificabile, quanto che chi la pronuncia si senta nel giusto, convinto che ciò che dice sia vero e che ciò che affermano gli altri non possa esserlo; una cultura in cui la forza della verosimiglianza emotiva finisce per prevalere sulla prova empirica e sulla validazione condivisa. In questo scenario, l’IA diventa un moltiplicatore semantico della post-verità per cui ciò che appare vero è ciò che risuona, non ciò che si dimostra. A essere riscritto, quindi, non è solo il contenuto ma il regime epistemico in cui la sfera pubblica si articola. L’IA agisce come un filtro implicito, un editor automatico delle soglie di credibilità e dei parametri di pertinenza. È una governance discorsiva automatizzata, invisibile ma pervasiva, performativa ma non negoziabile.

Controllo sociale e governance automatizzata

Accanto a questa dimensione espressiva, l’IA consolida un secondo asse, quello del controllo sociale. In molti contesti, i sistemi di IA alimentano pratiche di monitoraggio di massa, sorveglianza predittiva e profilazione automatica dei comportamenti. Dall’analisi dei movimenti ai punteggi reputazionali, dalla moderazione dei contenuti alle raccomandazioni personalizzate, si impone una forma di governo automatizzato che spesso sfugge ai meccanismi tradizionali di responsabilità democratica. Il potere non ha più il volto di un decisore visibile, ma quello di un processo distribuito, opaco, normalizzato nella tecnica.

La questione della legittimità democratica dell’IA

Queste dinamiche sollevano controversie democratiche profonde: chi decide? Chi risponde delle scelte effettuate da sistemi algoritmici che incidono su salute, welfare, diritti individuali? Quando l’accesso a una cura, a un sussidio, a un’opportunità sociale viene filtrato da un modello predittivo, la questione non è solo tecnica ma è politica e normativa.

La legittimità non può essere affidata all’efficienza del calcolo, ma deve essere garantita da istituzioni trasparenti, controllabili, soggette a verifica pubblica. Da qui l’urgenza di pensare una governance dell’IA democratica e pluralistica, che non riproduca l’approccio tecnocratico oggi dominante. Sempre più studi e policy papers sottolineano la necessità di strutture partecipative, inclusive, multilivello, che non si limitino a regolare l’uso dell’IA ma ne definiscano anche le finalità, le logiche di legittimazione, le condizioni di equità. Senza queste garanzie, l’IA rischia di diventare una macchina della depoliticizzazione, un apparato che dissimula scelte normative sotto il velo della neutralità automatica.

In Albania, per esempio, è stata recentemente nominata una “ministra virtuale“, Diella, con il compito di gestire gli appalti pubblici e contrastare la corruzione. Il governo l’ha presentata come un agente “incorruttibile al 100 per cento”, privo di interessi personali, capace di decidere le gare con trasparenza e imparzialità. Ma ciò che sembra un’efficienza tecnica nasconde il pericolo del passaggio da decisioni politiche a decisioni algoritmiche, in cui la mediazione politica e il confronto normativo rischiano di sparire. In questo caso l’IA diventa un apparato che dissimula le scelte politiche dietro l’illusione di neutralità tecnica e automatica. Senza adeguate garanzie (trasparenza degli algoritmi, accountability, revisione umana), l’uso di Diella rischia di trasformarsi in uno strumento di delegittimazione del conflitto politico e in un meccanismo che annulla la responsabilità degli attori umani. La fringe democracy si trova così in una posizione ambivalente, più ricca di mezzi espressivi ma meno libera nei percorsi di circolazione, più capace di produrre contenuti ma al tempo stesso più esposta a logiche di contenimento, più visibile ma anche più vulnerabile.

Esprimersi nell’era dell’automazione discorsiva

Parlare, nell’era dell’intelligenza artificiale, significa attraversare un’infrastruttura che valuta, ordina e modula, trasformando la libertà di espressione in una condizione di esposizione permanente a logiche opache di calcolo.

La democrazia che ne risulta non è soltanto digitale ma discorsivamente automatizzata, regolata da metriche che privilegiano ciò che è scalabile ed emozionalmente risonante rispetto a ciò che è deliberativo e pluralista. Il futuro democratico dipenderà allora non dalla sola possibilità di esprimersi, ma dalla capacità collettiva di rendere questi dispositivi intelligibili e contestabili, sottraendo il loro funzionamento alla neutralità presunta e riportandolo dentro cornici di responsabilità pubblica.

Dalla polarizzazione costitutiva a quella distruttiva

Non tutto il conflitto è un problema per la democrazia poiché il dissenso è una sua componente costitutiva, ma vi sono forme di polarizzazione che non arricchiscono il dibattito, bensì lo logorano. È ciò che la letteratura recente definisce come polarizzazione distruttiva: una dinamica in cui le differenze ideologiche non stimolano il confronto ma chiudono all’ascolto reciproco, orientate alla delegittimazione dell’altro. La logica del “noi contro loro” non è di per sé tossica, lo diventa quando trasforma l’arena pubblica in un campo di battaglia simbolica, dove l’obiettivo non è più argomentare ma silenziare, smascherare, espellere, dove si rompono i legami deboli, si dissolve la fiducia sociale, dove l’altro non è più un interlocutore con cui dissentire ma una minaccia da neutralizzare.

Come i social media intensificano la frattura

Sui social media, questa degenerazione assume forme specifiche come il discredito di informazioni per via della loro origine identitaria: per esempio, scartare un contenuto solo perché pubblicato da qualcuno che è percepito come “di parte”, cioè “non della nostra parte”; come l’amplificazione selettiva delle voci più estreme (basti pensare ai post più incendiari che ricevono più visibilità su specifici argomentati); come la riduzione della complessità a slogan partigiani (“o stai con noi o contro di noi” al posto di un dibattito articolato); come l’esclusione emotiva dei membri del gruppo avversario (l’uso di etichette denigratorie che li rendono bersagli piuttosto che interlocutori). Le piattaforme, anziché correggere queste dinamiche, spesso le intensificano, favoriscono la sincronicità tossica, premiano l’interazione affettiva e veloce, creano architetture relazionali che facilitano l’unfollowing, il blocco, l’isolamento delle voci divergenti. In questo scenario, la polarizzazione non è solo un effetto culturale o ideologico, ma è una conseguenza strutturale di ambienti informativi costruiti per semplificare, accelerare, dividere e che finiscono per irrigidire le identità, radicalizzare le emozioni, trasformare il disaccordo in rancore.

La connective democracy e la qualità delle connessioni

È per questo che servono nuove lenti per interpretare la qualità del dissenso e nuove strategie per risanarlo. Il paradigma della connective democracy offre una prospettiva promettente, perché sposta l’attenzione dalla qualità degli atti comunicativi individuali alla qualità delle connessioni comunicative. Ciò che conta non è solo cosa diciamo, ma come ci connettiamo – se con apertura o con esclusione, se con disponibilità alla reciprocità o con diffidenza pregiudiziale. Due pratiche in particolare emergono come possibili antidoti alla polarizzazione distruttiva: la reciprocità deliberativa e l’ascolto inclusivo.

Reciprocità deliberativa come micro-terapia del discorso

La reciprocità deliberativa sta nel riconoscere che anche chi dissente ha diritto di essere ascoltato con rispetto, e che l’argomentazione non è una tecnica per “vincere” il dibattito, ma uno strumento per costruire significato condiviso. La reciprocità non si limita al contenuto, ma è una pratica situata, che può emergere anche in contesti digitali fortemente polarizzati, quando vi sono condizioni minime di sicurezza relazionale, moderazione costruttiva, visibilità di modelli positivi. Anche gli spettatori silenziosi, osservando scambi rispettosi, possono ridurre i propri livelli di animosità e chiusura. La reciprocità deliberativa agisce come micro-terapia del discorso pubblico perché apre spiragli nella frattura, ripara il tessuto logorato della fiducia.

Italy Talks: un esperimento di dialogo strutturato

Un esempio emblematico in questa direzione è rappresentato dal progetto My Country Talks, nato in Germania e replicato in vari Paesi europei, e in particolare dalla sua declinazione italiana, Italy Talks, promosso nel 2022 da testate giornalistiche e ONG con l’obiettivo di creare un incontro tra cittadine e cittadini italiani con opinioni divergenti su temi politici, sociali e culturali. Attraverso un algoritmo di matching, le persone venivano abbinate in base alle loro risposte divergenti a una serie di domande chiave, e invitate a un dialogo faccia a faccia, spesso mediato da facilitatori. La forza del progetto non risiede solo nel dialogo stesso, ma nell’ambiente che lo rende possibile: un contesto strutturato ma non costrittivo, paritario ma non neutro, che valorizza l’ascolto autentico e la disponibilità a sospendere il giudizio.

L’ambiente deliberativo come condizione del confronto

L’iniziativa ha creato un deliberative thinking environment, capace di sospendere temporaneamente le gerarchie sociali e incentivare l’emergere di forme di empatia deliberativa. In un’epoca in cui il dissenso si trasforma facilmente in discredito e il confronto in disconnessione, iniziative come queste rappresentano esperimenti civici preziosi, perché dimostrano che la qualità del dibattito non dipende solo dalla competenza degli interlocutori, ma dalla qualità delle condizioni comunicative: l’accessibilità del contesto, la simmetria delle relazioni, la possibilità di esprimere emozioni senza timore di squalifica.

L’ascolto inclusivo oltre la tolleranza passiva

L’ascolto inclusivo, invece, si configura come una pratica relazionale che supera l’ascolto passivo o la semplice tolleranza, e si fonda su empatia, curiosità e disponibilità a comprendere l’altro, anche senza condividerne la posizione. È un ascolto che “fa spazio”, che sospende il bisogno di rispondere subito, per coltivare il tempo dell’elaborazione e del riconoscimento. Questa qualità dell’ascolto può essere incoraggiata anche tecnicamente: attraverso il design di piattaforme che valorizzano il racconto personale, l’uso del tempo lungo, la narrazione esperienziale. L’ascolto inclusivo, in questo senso, è una pratica abilitata dalle condizioni materiali e simboliche della comunicazione e non solo un atteggiamento soggettivo.

Decidim: infrastrutturare tecnicamente la fiducia

Un esempio significativo in questa direzione è rappresentato da Decidim, piattaforma digitale open source utilizzata in numerose città europee (tra cui Barcellona, Helsinki e Bologna) per sostenere processi partecipativi trasparenti, deliberativi e inclusivi. Come sottolineato dal portale italiano di Open government, Decidim è progettata per “rispondere alle sfide democratiche della nostra epoca” attraverso l’infrastrutturazione tecnica della fiducia.

Il design dell’ascolto nelle piattaforme digitali

La qualità dell’ascolto è qui favorita non solo da valori dichiarati, ma da scelte di design molto precise che vedono ogni proposta accompagnata da un tracciamento pubblico delle sue fasi, i commenti ordinati per posizione (favorevole, contraria, neutra), e la discussione articolata in thread strutturati che permettono agli utenti di motivare con calma la propria posizione. Non si privilegia l’immediatezza ma il tempo lungo dell’argomentazione e del racconto personale. Inoltre, Decidim consente agli utenti di seguire l’evoluzione delle decisioni nel tempo, creando una memoria pubblica del confronto e rendendo visibile l’impatto delle voci minoritarie o divergenti. Non è solo uno spazio per esprimersi, ma un ambiente relazionale progettato per far emergere connessioni non nella forma di like o polarizzazioni binarie, ma nella possibilità di scrivere, leggere, rispondere, riflettere. In questo senso, Decidim non è solo una tecnologia partecipativa, ma un esperimento di tecnologia democratica che mostra come anche le architetture digitali possano facilitare pratiche di ascolto inclusivo, rallentando la comunicazione, disinnescando la reattività e valorizzando la narrazione situata. È un modello che non si limita a contrastare la polarizzazione ma la previene agendo sulle precondizioni dell’ascolto.

Trasformare il conflitto in risorsa democratica

Queste due pratiche – reciprocità e ascolto – non eliminano il conflitto, ma lo trasformano in risorsa democratica. Rappresentano una modalità di esposizione non distruttiva, modi di stare nel dissenso senza dissolvere la possibilità del dialogo. La qualità della democrazia si gioca così, ancora una volta, nella qualità delle relazioni comunicative, nei modi in cui dissentiamo, ci rispondiamo, ci ascoltiamo. Parlare bene, in tempi difficili, è già un atto politico.

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