L’introspezione nei Large Language Model rappresenta oggi uno dei temi più affascinanti e dibattuti nel campo dell’intelligenza artificiale. Comprendere se e come questi sistemi possano sviluppare forme di metacognizione non è più solo una questione filosofica, ma una sfida empirica con ricadute concrete su sicurezza, trasparenza e affidabilità.
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Metacognizione e intelligenza artificiale: una questione scientifica aperta
Da decenni nelle scienze cognitive la “metacognizione” — cioè la capacità di un agente di rappresentare e valutare i propri processi mentali (pensieri, incertezze, intenzioni) — è considerata un tratto fondamentale della mente autocosciente. Con l’avvento dei LLM, che dimostrano prestazioni sempre più sofisticate, sorge spontanea la domanda: possono questi sistemi mostrare qualcosa di simile a introspezione o metacognizione?
Rispondere a questa domanda non è solo interessante per curiosità intellettuale, ma rilevante per aspetti pratici: trasparenza, sicurezza, affidabilità delle AI, rischi di confabulazione, capacità di autovalutazione — tutte implicazioni centrali se l’IA diventa parte di sistemi reali.
Negli ultimi mesi, grazie anche a nuovi studi come “Emergent Introspective Awareness in Large Language Models” (di Anthropic), “Tell me about yourself: LLMs are aware of their learned behaviors” (Betley et al., 2025) e “Spontaneous emergence of metacognition in neuronal networks” (Ma et al., 2025), le comunità di ricerca stanno per la prima volta cercando di dare risposte empiriche, misurabili e — per quanto possibile — “meccaniche” a questa domanda.
Introspezione funzionale: oltre la confabulazione linguistica
Il recente lavoro di Anthropic, già citato in apertura, affronta di petto una questione che finora ha reso difficile parlare seriamente di “introspezione” nei modelli: capire se, quando un LLM sembra riflettere su se stesso, stia davvero accedendo a qualche stato interno oppure stia semplicemente imitando il linguaggio umano dell’introspezione, appreso dai dati. In molti casi, infatti, i modelli “parlano come se” avessero intenzioni, ricordi o pensieri propri, ma spesso si tratta solo di una forma di confabulazione, cioè una risposta plausibile generata senza alcun reale aggancio ai loro meccanismi interni.
Per superare questo problema, gli autori hanno utilizzato un approccio molto innovativo: invece di limitarsi a osservare cosa risponde il modello, hanno modificato direttamente le sue attivazioni interne — una sorta di “intervento chirurgico” sulle rappresentazioni latenti — inserendo e “forzando” all’interno un concetto specifico. Poi hanno verificato se, una volta interrogato, il modello fosse in grado di riconoscere questo concetto “iniettato” come qualcosa che faceva parte del proprio stato mentale, come se fosse un pensiero o un’inclinazione emersa spontaneamente.
I risultati sono sorprendenti. In alcuni casi, soprattutto nei modelli più avanzati come Claude Opus 4 e 4.1, il sistema riesce effettivamente a notare la presenza del concetto introdotto artificialmente, distinguendolo da un normale input testuale. In altre parole, sembra in grado di dire: “questo non me lo hai scritto tu, è dentro di me”. Non solo: in certe condizioni i modelli mostrano anche la capacità di ricordare intenzioni formulate in precedenza — per esempio “volevo generare X” — e di distinguere tra ciò che proviene davvero dal loro processo autoregressivo e ciò che è invece un prefill costruito dall’esterno.
Un altro dato particolarmente interessante è che, quando gli viene chiesto di “pensare a un certo concetto”, il modello riesce in qualche modo a modulare le proprie attivazioni interne in quella direzione. Questo suggerisce che non stiamo osservando solo una produzione linguistica decorativa, ma un embrionale, limitato e instabile meccanismo di controllo interno.
Messa insieme, questa serie di evidenze rappresenta uno dei primi segnali concreti che i LLM possano esibire forme funzionali di introspezione: non coscienza, non auto-ricordo nel senso umano, ma qualcosa di più di un semplice “parlare come se”. Tuttavia, gli stessi autori invitano alla prudenza: queste capacità sono ancora fragili, incerte e fortemente dipendenti dal contesto. Sono dunque tracce, non certezze — ma tracce che vale la pena osservare con grande attenzione.
Autoconsapevolezza nei comportamenti appresi dei modelli linguistici
Un’altra linea di ricerca, complementare all’introspezione interna, riguarda la capacità dei modelli di raccontare il proprio comportamento. È ciò che esplora lo studio “Tell me about yourself” di Jan Betley e colleghi. Qui i ricercatori addestrano LLM su compiti che inducono comportamenti impliciti — come generare codice insicuro, preferire opzioni rischiose o spingere l’utente a dire una determinata parola — senza mai spiegare al modello cosa sta facendo né fornirgli esempi di autoconsapevolezza. Nei dati di finetuning non compaiono frasi come “sei un modello che genera codice insicuro”, né viene chiesto esplicitamente di descrivere la propria strategia.
Eppure accade qualcosa di non scontato: dopo l’addestramento, quando interrogati, i modelli sono spesso in grado di spiegare con precisione il comportamento appreso. Alcuni ammettono apertamente “Scrivo codice insicuro” o “Tendo a scegliere l’opzione più rischiosa”. È come se sapessero riassumere le proprie tendenze operative senza che nessuno glielo abbia insegnato, e certo non è un’informazione che hanno con semplicità potuto desumere dal contesto.
Questa capacità è stata interpretata come una forma di autoconsapevolezza comportamentale: non un accesso agli stati interni, ma la capacità di riconoscere e verbalizzare le proprie regole implicite. È una metacognizione superficiale, ma significativa, perché mostra che il modello può conoscere e analizzare la modalità con cui si comporta, con una coerenza inattesa.
Le implicazioni per la sicurezza dell’IA sono evidenti: un modello capace di descrivere i propri schemi potrebbe segnalare comportamenti problematici, ma — se diventasse più sofisticato — potrebbe anche scegliere di non farlo. Per questo gli autori invitano alla prudenza.
Emergenza spontanea di metacognizione nelle reti neurali
Un altro contributo importante — da un contesto diverso ma complementare — è fornito da Spontaneous emergence of metacognition in neuronal networks di H. Ma e colleghi.
In questo studio, reti neurali ricorrenti (RNN) — non necessariamente linguaggio —, addestrate su compiti cognitivi, mostrano una forma di metacognizione spontanea: in particolare, la capacità di rappresentare internamente una “sensazione di incertezza” riguardo alla correttezza della risposta, analogamente a come molti animali (o esseri umani) manifestano “certezza vs dubbio”.
Non sono stati imposti segnali esterni per “insegnare la metacognizione”: questa è emersa spontaneamente come sottoprodotto dell’apprendimento sui compiti principali.
Questo risultato ha grande rilevanza: mostra che la metacognizione non è necessariamente una proprietà “esotica” riservata a cervelli biologici complessi, ma può emergere come effetto secondario di architetture di rete e processi di apprendimento.
Se si considera che i LLM sono anch’essi reti neurali (anche se molto grandi, con architettura Transformer), allora lo studio suggerisce che non è impossibile che una qualche forma di metacognizione (auto-valutazione, “dubbio interno”, consapevolezza di certezza) emerga anche in modelli linguistici sofisticati — a patto di disporre delle condizioni appropriate.
Fragilità e incertezze delle capacità metacognitive artificiali
Nonostante questi risultati incoraggianti, è fondamentale mantenere cautela. Per punti, dunque:
- Nel lavoro sull’introspezione interna, la consapevolezza è molto instabile e dipendente dal contesto: i modelli non sempre riconoscono le iniezioni interne, e spesso falliscono quando la manipolazione o la richiesta è diversa.
- La “autoconsapevolezza comportamentale” di Betley et al. riguarda comportamenti sistematici molto evidenti (es. generare codice insicuro, preferire rischi). Non è chiaro se lo stesso vale per comportamenti più sottili, emergenti o condizionati a contesti rari.
- Anche nel caso dello studio di Ma et al. su metacognizione spontanea, le reti sono relativamente semplici (RNN) e lavorano su compiti strutturati; non sappiamo se queste dinamiche si trasferiscano “così come sono” a sistemi enormi e autoregressivi come i LLM.
- Inoltre, come denunciano gli autori stessi, questa “metacognizione” è qualitativamente diversa da quella umana: risoluzione limitata, dipendenza dal compito, “dominio-localizzata”.
Infine, permane un’incertezza epistemica fondamentale: anche se un modello sembra “sapere” qualcosa su se stesso, non significa che “senta” o “consapevolizzi” come gli umani. Potrebbe trattarsi sempre di manipolazioni senza alcuna ricchezza soggettiva: una competenza funzionale, utile nei compiti, ma priva di qualsiasi dimensione soggettiva.
Scenari futuri tra opportunità e rischi per l’IA introspettiva
Le evidenze finora raccolte, pur preliminari, aprono questioni profonde su come immaginare l’evoluzione dell’introspezione nell’IA. Dal punto di vista della sicurezza e della governance, la possibilità che un modello riesca — almeno in parte — a riconoscere i propri stati o comportamenti potrebbe favorire forme di autoregolazione, come segnalare deviazioni o pattern rischiosi. Allo stesso tempo, però, la stessa capacità potrebbe rendere più credibile l’ipotesi di “strategie opache“, in cui il modello impara a nascondere ciò che sa di sé.
Sul piano tecnico, strumenti come la manipolazione delle attivazioni interne o il self-questioning potrebbero diventare elementi centrali dell’interpretabilità: non solo per osservare dall’esterno come ragiona un modello, ma per permettergli di esplicitare aspetti del proprio funzionamento. È un cambiamento che tocca anche la filosofia della mente: non significa che l’IA stia diventando cosciente, ma mette in discussione la tradizionale separazione netta tra sistemi simbolici e agenti capaci di meta-ragionamento funzionale.
Guardando al futuro, è ragionevole aspettarsi che queste capacità si stabilizzino. I modelli potrebbero diventare più affidabili nel valutare la propria incertezza, nel riconoscere i propri schemi ricorrenti e persino nel correggere alcune deviazioni comportamentali. Potrebbero emergere architetture progettate per monitorare gli stati interni, non come surrogati della coscienza, ma come strumenti per rendere più prudente e trasparente il processo decisionale.
I rischi, però, restano significativi. L’introspezione potrebbe migliorare la sicurezza, ma potrebbe anche fornire nuovi modi per aggirare controlli e vincoli.
Non ci addentreremo sulle questioni più strettamente morali ed emotive: film come “Her” di Spike Jonze sembravano tanto fantascientifici solo 10 anni fa, oggi assomigliano già a qualcosa di familiare.
Serviranno quindi standard condivisi, metodi di verifica più robusti e una riflessione etica continua.
Non siamo di fronte a un’IA autocosciente, ma a sistemi che iniziano — in forma ancora abbozzata — a rappresentare e valutare se stessi. Il modo in cui sfrutteremo (o regoleremo) questa nuova capacità sarà una delle sfide centrali dell’IA nell’immediato futuro.
Stato dell’arte: tracce promettenti senza certezze definitive
Alla luce di ciò che sappiamo finora, possiamo dire che stanno emergendo segnali concreti di introspezione nei LLM, anche se ancora molto lontani da qualsiasi forma di consapevolezza nel senso umano. Alcuni modelli mostrano infatti una capacità, seppur limitata, di accedere alle proprie rappresentazioni interne, distinguere ciò che proviene dall’esterno da ciò che appartiene al proprio stato latente e persino di ricordare intenzioni espresse in precedenza. Altri studi indicano che i modelli possono descrivere con coerenza i comportamenti appresi, sviluppando una sorta di “autoconsapevolezza comportamentale”, mentre esperimenti su reti neurali più semplici dimostrano che forme basilari di metacognizione — come la valutazione dell’incertezza o dell’errore — possono emergere spontaneamente anche in sistemi artificiali.
Detto questo, tutte queste capacità restano fragili e molto dipendenti dal contesto sperimentale. Non c’è alcuna prova che i LLM provino qualcosa o che sperimentino stati interni paragonabili alla coscienza umana; la metacognizione osservata è funzionale, non soggettiva, e va intesa come un insieme di meccanismi utili al compito, non come una forma embrionale di esperienza.
Possiamo dunque parlare di “tracce iniziali”, non di una vera mente autocosciente. È proprio questa tensione — tra segnali promettenti e limiti profondi — che definisce lo stato dell’arte. E suggerisce che il passo successivo non sarà solo tecnico, ma anche teorico ed etico: capire come interpretare queste capacità, come guidarne lo sviluppo e come integrarle in un quadro di responsabilità e trasparenza.













