Per ora esiste solo una landing page, Freedom.gov, anche se sotto il dominio gestito direttamente dal Governo americano, un titolo – “Freedom is coming” – e un occhiello: “Information is power. Reclaim your human right to free expression. Get ready.”.
Potrebbe essere l’embrione di un’iniziativa descritta, da indiscrezioni che non sono né confermate, né smentite da Washington, come volta a rendere gli Stati Uniti d’America la porta universale di accesso a Internet da tutto il mondo: il sito dovrebbe diventare una sorta di gigantesca VPN pubblica e gratuita che consentirebbe a chiunque, a prescindere dal luogo dal quale si colleghi effettivamente, di raggiungere qualsiasi contenuto accessibile agli utenti americani come, appunto, se fosse un utente americano.
Le regole americane sull’accesso ai contenuti, insomma, diventerebbero universali.
Indice degli argomenti
Freedom.gov e l’ipotesi di una vpn pubblica globale
Se questo fosse il progetto, naturalmente, ci sarebbe tanto da dire sulla sua portata geopolitica: saremmo davanti a una forma planetaria di esportazione delle regole USA e di esercizio di colonizzazione regolamentare globale almeno, appunto, in materia di accesso ai contenuti digitali.
L’impatto geopolitico sarebbe enorme, anzi, abnorme, così tanto da rendere, forse, irrealistici i termini dell’iniziativa.
Impatto geopolitico e sovranità regolamentare digitale
Ma, a prescindere da questo genere di considerazioni che dovrebbero, probabilmente, suscitare nella diplomazia internazionale un interesse e un’attenzione maggiori di quelli che si sono percepiti sin qui, c’è un profilo dimensionalmente più modesto ma non per questo meno importante del quale vale la pena iniziarsi a preoccupare almeno per chiedere al Governo USA le necessarie rassicurazioni, rimedi e soluzioni.
Riguarda l’applicazione della disciplina europea sulla protezione dei dati personali e, in particolare, di quella in materia di diritto all’oblio dettata dall’art.17 del GDPR.
Freedom.gov e diritto all’oblio: perché il GDPR entra in gioco
Le regole in questione, infatti, prevedono che chiunque possa chiedere a Google e agli altri gestori dei motori di ricerca di deindicizzare un contenuto che lo riguardi se l’interesse pubblico che ne ha giustificato la pubblicazione e la conseguente indicizzazione è venuto meno o non è mai esistito o, ancora, se il contenuto non è più aggiornato e suggerirebbe, quindi, un’inesatta rappresentazione dell’identità personale dell’interessato.
In questo caso, se ritiene ne ricorrano i presupposti, Google o il diverso gestore del motore di ricerca, in autonomia, deindicizza.
Se Google o il concorrente di Google non lo fa e l’interessato ritiene di averne diritto può inoltrare analoga istanza all’Autorità di protezione dei dati personali competente per territorio che, ove valuti la questione diversamente, ordina al motore di ricerca di procedere alla deindicizzazione.
Come funziona oggi la deindicizzazione in Europa
In un caso e nell’altro, l’eventuale deindicizzazione, salvi casi eccezionali ovvero salvo uno specifico ordine da parte dell’Autorità di protezione dei dati personali, produce effetti solo ed esclusivamente per chi interroga il motore di ricerca dall’Europa.
Chi interroga Google e gli altri motori dal resto del mondo continuerà a accedere a tutti i risultati della ricerca, inclusi quelli oggetto di deindicizzazione.
Si tratta di una conclusione raggiunta dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea per rispetto della sovranità regolamentare degli altri Paesi.
Freedom.gov e diritto all’oblio: lo scenario del “non ricambio” USA
Ma se Freedom.gov fosse destinato a diventare ciò che sembra, questo rispetto sembrerebbe non esser stato ricambiato dalla Casa Bianca che, al contrario, potrebbe aver inteso sovrascrivere con le proprie regole quelle del resto del mondo o, almeno, quelle europee.
Se, infatti, attraverso Freedom.gov chiunque potrà, tra l’altro, interrogare Google e gli altri motori di ricerca come se lo facesse dagli Stati Uniti d’America allora, quello che accadrà è che, anche laddove il gestore di un motore di ricerca, in adempimento della disciplina europea sulla privacy, avesse deindicizzato – in autonomia o su ordine di un’Autorità di protezione dei dati personali – uno o più contenuti, tale contenuto o tali contenuti compariranno, comunque, tra i risultati delle ricerca con buona pace del diritto europeo in materia di protezione dei dati personali.
Saremmo davanti a un paradosso.
Tra Privacy Framework e rischio di vanificare il diritto all’oblio
Dopo decenni di scontri e confronti tra Bruxelles e Washington perché gli USA si dotassero di una disciplina in materia di protezione dei dati personali almeno in linea con quella europea – il che è avvenuto, anche se in modo più formale che sostanziale, da ultimo, con il c.d. Privacy Framework -, ora gli USA starebbero addirittura rendendo inefficace il GDPR, almeno in relazione al diritto all’oblio, vanificandone la portata, e restituendo agli utenti europei la possibilità di accedere, appunto attraverso Freedom.gov, a risultati di ricerca non più disponibili in Europa.
Si tratterebbe, oggettivamente, pur senza voler invadere il campo della Commissione europea, dei Governi dei Paesi membri e della nostra diplomazia, di un grave attentato alla nostra sovranità regolamentare prima che digitale, per di più in danno di un diritto fondamentale come il diritto alla privacy.
Tutto, naturalmente, al condizionale e con l’auspicio di scoprire presto che a Washington nessuno ha mai pensato a niente del genere perché una cosa è che, legittimamente, Elon Musk impugni la sanzione inflitta alla sua X dalla Commissione europea per violazione del Digital Service Act (DSA) nel rispetto delle regole dettate dalla stessa disciplina europea e una cosa completamente diversa che il Governo americano scenda direttamente nell’agone digitale, hackerando l’efficacia e l’effettività delle nostre regole, a cominciare, appunto da quelle sulla protezione dei dati personali.

















