Come è lontano – perché dimenticato, perché fatto dimenticare dal capitale e dal capitalismo – il concetto di limite naturale opposto alla crescita economica illimitata e richiamato invece con urgenza dal Rapporto del Mit al Club di Roma del 1972.
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Dal limite naturale al dominio della tecnica
Come è lontano – perché anch’esso dimenticato, perché fatto dimenticare dalla propaganda ideologica e dalla prassi del neoliberalismo e della tecnica – anche Il principio responsabilità, saggio del filosofo Hans Jonas (1903-1993), pubblicato nel 1979 e tradotto da Einaudi nel 1990 (con successive riedizioni) quando già però la marcia trionfale e irresponsabile verso una nuova era dell’illimitato, del profitto e del totalitarismo del sistema tecnico (il dover essere connessi, avviando una nuova era appunto fatta di crescita infinita che avrebbe risolto questa volta definitivamente il secolare problema economico della modernità occidentale) era già iniziata; e internet – con il neoliberalismo à la Margaret Thatcher e à la von Hayek, cioè “la società non esiste, esistono solo gli individui”, arricchitevi e distruggete sindacato e democrazia, perché “è sempre meglio una dittatura favorevole al mercato che una democrazia contraria”) stava dilagando senza incontrare alcuna resistenza, anzi tutti feticisticamente e fanaticamente fedeli della religione tecnica (come abbiamo scritto), oltre che capitalistica (di cui aveva scritto già un secolo fa il filosofo Walter Benjamin) – tutto oggi replicandosi, ma enne volte di più, con la cosiddetta intelligenza artificiale e la lotta contro la democrazia e la libertà avviata da Peter Thiel e sodali ovunque nel mondo.
Il principio responsabilità sconfitto dal principio irresponsabilità
Tutti convinti allora – affascinati da ciò che sembrava nuovo – che la rete fosse libera e democratica, che il lavoro potesse farsi immateriale e cognitivo (una favola propagandistica, posto che ogni sistema tecnico è centralistico e verticale sempre e comunque, in sé e per sé, anche se può farsi credere orizzontale e democratico, cosa che non può invece essere appunto per la contraddizione che non lo consente; così come non può permettere un lavoro libero e cognitivo, basandosi invece su standardizzazione, ripetizione, semplificazione (ancora l’i.a.), comando eteronomo sul lavoro, attivazione di automatismi mentali/comportamentali – i classici meccanismi di stimolo/risposta, ma sempre più con contorno di empatia con la tecnica – cioè taylorismo, oggi anche cognitivo appunto con la i.a., con sempre qualcuno/qualcosa che comanda e sorveglia e con gli altri che e-seguono.
E i giovani, e le future generazioni (e la biosfera), soggetti sociali di cui sarebbe doveroso prendersi cura, stante la crisi climatica-ambientale sempre più grave ma sempre ben nascosta dal potere, applicando appunto il concetto di limite e il principio responsabilità? Fottuti/e, come sempre, dalla prassi irrazionale e irresponsabile, ma accattivante/empatica/familiare di capitale e sistema tecnico.
Il saggio di Jonas – con sottotitolo Un’etica per la civiltà tecnologica – sosteneva come l’uomo fosse diventato per la natura più pericoloso di quanto un tempo la natura lo fosse stata per l’uomo, infine aggiungendosi la contraddizione antagonistica tra il mondo di oggi e il mondo di domani. L’incipit della Prefazione al saggio è chiarissimo: “Il Prometeo scatenato, al quale la scienza conferisce forze senza precedenti e l’economia imprime un impulso incessante, esige un’etica che mediante auto-restrizioni impedisca alla sua potenza di diventare una sventura per l’uomo. Ovvero, le promesse della tecnica moderna si sono trasformate in minaccia. […] Nessuna etica tradizionale ci ammaestra oggi sulle norme del bene e del male alle quali vanno subordinate le modalità interamente nuove del potere e delle sue possibili creazioni. La terra vergine della prassi collettiva, in cui ci siamo addentrati con l’alta tecnologia è per la teoria etica ancora terra di nessuno”.
L’etica della tecnica e l’intelligenza artificiale
Da allora è passato quasi mezzo secolo, ancora stiamo discutendo se e come dare un’etica questa volta alla i.a, alla società tecnologica digitale. La propaganda per l’i.a, dilaga sui media, ogni voce critica cioè etica viene rimossa, marginalizzata, importante è non porre restrizioni all’innovazione tecnica e che non ci siano auto-restrizioni umane/sapiens che impediscano alla potenza della tecnica e della scienza e del capitale di diventare una sventura per l’uomo.
Di più, è impossibile dare un’etica alla tecnica – meglio: dare un’etica ai sapiens per governare e soprattutto controllare/contenere la tecnica nella sua crescita autotelica/causa sui – perché il sempre di più è già la sua mala-etica e questa sua etica/anti-etica, immorale e irresponsabile/ecocida, ci ha formattati nel profondo. Ovvero, nessuna etica ci sembra possibile fino a quando saremo dentro a quella che chiamiamo tecno-archía, il potere archico (cioè assoluto, incontrovertibile, ideologico, appunto totalitario) della razionalità strumentale/calcolante-industriale, che è egemone e domina sulla modernità fin dal suo sorgere.
Tecno-archía che infatti ha rimosso prima il concetto di limite riproponendo/imponendo il suo principio dell’illimitato (cui oggi si aggiunge il folle ritorno al nucleare per dare energia ai Data Center – macchine/imprese private di spionaggio e di controllo totalitario globale) e rimuovendo dall’immaginario collettivo (e dalle élite del potere, ma questo è stato più facile, essendo tutte funzionali alla pluspotenza del Prometeo scatenato) ogni principio di responsabilità per le future generazioni e per la biosfera.
E i giovani?
Blanditi dalla promessa di un lavoro che sarebbe diventato finalmente cognitivo e creativo e autonomo (non più dipendente e alienato/alienante come quello dei loro padri) grazie alle nuove tecnologie; portati poi con le buone o con le cattive ad adattarsi alle esigenze del capitalismo digitale e del sistema tecnico (flessibilità, precarietà, impoverimento, incertezza, instabilità, insicurezza, alienazione e delega alle macchine anche del pensiero – il tutto condito da positivismo/pragmatismo e sempre con una offerta di maggiore libertà individuale), oggi sembrano vivere senza più speranza, hanno appunto introiettato l’adattarsi positivistico/industrialista al sistema che li sfrutta digitalmente, sono flessibili sempre di più e soprattutto si limitano a proteste per frammenti, avendo ormai perduto (il taylorismo è anch’esso uscito dalla fabbrica di un tempo, si è fatto digitale secondo Sergio Bellucci, ma soprattutto è taylorismo politico e sociale, con la scomposizione dei partiti di massa, della classe operaia e della sua coscienza di classe, se non individuale (da individuo a divisum per frammenti identitari, meglio distintamente valorizzabili dal capitale, meglio sussumibili integrabili del sistema tecnico digitale), avendo perduto il senso dell’insieme sistemico.
Altri però iniziano forse a ribellarsi, per i buuuuu! (e non dire di altro) rivolti dagli studenti americani ai manager dell’Hi-Tech invitati dalle loro Università a parlare alle cerimonie di laurea celebrando l’innovazione tecnologica; o finalmente comprendendo di essere stati ingannati da chi prometteva loro di poter essere, con l’i.a., più creativi e anche più occupabili (è vero il contrario) – replicando ancora una volta le false promesse degli anni ’90 – quando in realtà, lo scopo vero della intelligenza artificiale è quello di aumentare la nostra produttività capitalistica, cioè il profitto di pochi – parola di Sam Altman, obiettivo che è ovviamente in conflitto con creatività e autonomia. Questo, nonostante l’uso crescente della i.a. anche da parte della Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012), che si accompagna comunque a dipendenza e frustrazione.
Torniamo al 1909
Rileggiamo dunque un racconto di quell’anno dello scrittore britannico E. M. Forster (1879-1970) dal titolo La Macchina si ferma. Lo spunto – ottimo – ci è offerto da un articolo di Alessio von Flüe uscito sul sito della RSI.
Scrive dunque von Flüe: “Nel suo racconto, pubblicato nel 1909 sulla Oxford and Cambridge Review, l’autore immagina un imprecisato futuro in cui l’umanità vive isolata nel sottosuolo, confinata in piccole stanze spoglie. È la Macchina a farsi carico di ogni necessità, permettendo agli individui di comunicare attraverso schermi e ricevere tutto ciò di cui hanno bisogno per le loro esigenze. Oltre allo schermo, su un tavolino della stanza è presente il Libro, un manuale di funzionamento della Macchina. Nessuno esce all’aria aperta, considerata tossica – i rari spostamenti che compiono sono per mezzo di aeroscafi volanti e chiusi. Conosciamo Vashti, che gode con serenità delle comodità che la Macchina concede, fino al giorno in cui una confessione del figlio mette a rischio la stabilità della donna e della società. Kuno è stato all’esterno. Senza protezioni. Senza respiratore. […] Nella narrazione di Forster non c’è un nemico che tiene in prigionia l’umanità; gli individui si isolano per comodità e abitudine. Un agio che ne ha modificato comportamento e percezione. Il contatto con i simili è insopportabile, osservare la natura lascia indifferenti, il silenzio – dato dall’assenza del continuo ronzio della Macchina – incute terrore.
Ogni interazione fisica con il reale è stata delegata alla Macchina, di conseguenza si è atrofizzata nell’uomo. Il tutto per un bene superiore di cui si è incerti: l’aria che la popolazione crede irrespirabile è stata la spinta per la creazione della Macchina, oppure è la creazione della Macchina a far percepire l’aria esterna irrespirabile? Il rapporto di causalità è sovvertito. Nessuno se ne preoccupa però, l’essere umano ha ormai fede solo nella macchina, ne venera il Libro, la rende divina”. Di più: “La Macchina” esultarono a una sola voce “ci nutre e ci veste e ci ospita; per essa possiamo parlare fra noi, per essa possiamo vederci l’un l’altro, in essa risiede il nostro esistere. La Macchina è l’amica delle idee e la nemica della superstizione: onnipotente è la Macchina, eterna; sia benedetta la Macchina”. Che diventa feticcio ma anche Dio (sia benedetta).
Continua von Flüe: “Nella società che osserviamo, la realtà è digerita dalla tecnologia per essere appetibile, la Macchina diventa una sovrastruttura perfetta e superiore al mondo fisico. Il riferimento al mito della caverna di Platone è implicito, la Macchina crea il gioco d’ombre che gli abitanti del sottosuolo percepiscono come unica verità. […] Nessuno osò ammettere che la Macchina potesse essere fuori controllo. Anno dopo anno, essa veniva servita in maniera sempre più efficiente e sempre meno intelligente. Più un uomo conosceva alla perfezione i compiti che doveva assolvere per favorirne il funzionamento, meno comprendeva i compiti del suo vicino, e al mondo non c’era nessuno in grado di comprendere il mostro nell’interezza della sua struttura”.
La dipendenza dalla Macchina e il rischio del collasso
E avviandosi alla conclusione: “Siete riusciti a leggere l’estratto senza pensare a temi caldi dell’attualità? Bisogni indotti, massimizzazione della produttività, iper-specializzazione – e ancora: telelavoro, social network, intelligenza artificiale. Leggere delle anticipazioni dei dibattiti legati a questi temi in un racconto di inizio Novecento non lascia indifferenti. In La Macchina si ferma la ribellione non è praticabile. Il rapporto di dipendenza ha superato il limite della reversibilità. L’intuizione di Forster è più semplice e terribile, già esplicitata nel titolo del racconto. La Macchina è per sua stessa natura destinata a fermarsi, il progresso ad arrestarsi, il collasso del sistema è solo una questione di tempo. Le conseguenze sono però orribili. L’appello implicito dell’autore è alla cautela, a ponderare il nostro rapporto con la tecnologia ricordando che non è mai neutrale. Le abilità che le affidiamo rischiano di atrofizzarsi, porsi con spirito acritico è pericoloso. Perché, prima o poi, la macchina si ferma”.
Il problema è che, chiosiamo, oggi la Macchina/mega-macchina sembra non volersi fermare (se è autotelica, se il suo accrescimento illimitato è in sé e per sé, è causa sui…). Dovremmo fermarla noi, ma come non lo sappiamo (quanto più siamo sussunti nella tecnica). Sicuramente dovremmo riconsiderare il concetto di limite e soprattutto applicare un principio responsabilità. Ma come, se la razionalità strumentale/calcolante-industriale ci spinge a forza verso l’illimitato e l’irresponsabile?
Bibliografia
[1] A, von Flüe – https://www.rsi.ch/cultura/letteratura/E.-M.-Forster-lo-scrittore-che-nel-1909-aveva-previsto-la-deriva-di-internet–3833405.html










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