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Immigrati digitali, il futuro passa dalla saggezza critica



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Gli immigrati digitali non sono una categoria in declino, ma una risorsa critica nella società algoritmica. Tra digital habitus, intelligenza artificiale e cittadinanza digitale, il loro futuro dipende dalla capacità di trasformare l’esperienza analogica in saggezza digitale e in presidio democratico

Pubblicato il 13 apr 2026

Marino D'Amore

Docente di Sociologia della comunicazione, Università degli Studi Niccolò Cusano



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La figura dell’“immigrato digitale” rappresenta un profilo molto complesso. Attraverso l’analisi del digital habitus e del capitale digitale, proviamo a capire come la coorte anagrafica nata nell’era analogica stia rinegoziando la propria agenzia sociale in un contesto di saturazione algoritmica.

Oltre la metafora della migrazione digitale

Il futuro di questa categoria si propone come uno sviluppo di una “saggezza digitale” e non come una rincorsa alle competenze tecniche dei nativi (Prensky, 2024), un’evoluzione capace di integrare il rigore critico analogico con le potenzialità dell’intelligenza artificiale, scongiurando il rischio di una nuova stratificazione sociale basata sulla velocità di processamento informativo.

Quando Marc Prensky (2001) introdusse la fortunata dicotomia tra “nativi” e “immigrati” digitali, la distinzione appariva quasi biologica, fondata sulla plasticità cerebrale dei primi e sull’inevitabile “accento” dei secondi. Tuttavia, a distanza di un quarto di secolo, tale tassonomia mostra segni di cedimento epistemologico. L’immigrato digitale del 2026 non è più colui che “impara a usare Internet”, ma un soggetto immerso nell’onlife (Floridi, 2015), una dimensione dove la distinzione tra reale e virtuale è definitivamente collassata.

La migrazione di cui parliamo non è spaziale, ma temporale. Gli immigrati digitali sono esuli del tempo analogico che abitano una terra governata da logiche algoritmiche. Il loro futuro è segnato da quello che i recenti studi di sociologia della tecnica definiscono “l’onere della traduzione costante”. Come sottolineato da Jablonowski (2025), l’immigrato digitale deve operare una continua conversione tra strutture di senso lineari (il libro, la gerarchia, la logica sequenziale) e strutture di senso reticolari e probabilistiche (l’algoritmo, il prompt, il deep learning).

Il digital habitus e la terza ondata del digital divide

Per analizzare le traiettorie future, è necessario ricorrere al concetto bourdieusiano di habitus. Il digital habitus non è solo la capacità di cliccare su un’icona, ma un sistema di disposizioni incorporate che orienta il rapporto con la tecnologia (Yue et al., 2026). Per l’immigrato digitale, la tecnologia rimane un “oggetto” separato dal sé, uno strumento da padroneggiare. Per il nativo, essa è un “ambiente” in cui esistere.

Questa distinzione alimenta quella che Ragnedda (2020) definisce la “terza ondata del digital divide”. Se la prima riguardava l’accesso fisico e la seconda le competenze d’uso, la terza riguarda i benefici tangibili (sociali, economici, politici) che gli individui traggono dalla rete. Il futuro degli immigrati digitali è minacciato da una forma di “povertà di rendimento”: pur essendo connessi e competenti, essi faticano a convertire l’uso della tecnologia in miglioramento della qualità della vita, rimanendo spesso intrappolati in un uso meramente passivo o burocratico dei servizi digitali (Marseguerra, Taccolini, 2025).

L’impatto dell’intelligenza artificiale generativa

L’avvento dell’IA generativa tra il 2023 e il 2026 ha rimescolato le carte del potere generazionale. Paradossalmente, l’IA potrebbe essere il grande “livellatore” per gli immigrati digitali. Se la fase precedente (Web 2.0) richiedeva un’agilità tecnica e una rapidità d’interazione che favoriva i nativi, l’era dell’IA si basa sul linguaggio naturale e sulla capacità di formulare problemi complessi (il prompting).

In questo scenario, il capitale culturale pregresso degli immigrati digitali, spesso più solido e strutturato grazie a un’educazione umanistica e sequenziale, emerge come una risorsa strategica. Thangavel e Chandra (2024) hanno dimostrato come, in contesti professionali, gli immigrati digitali esperti siano in grado di produrre output di qualità superiore utilizzando l’IA, poiché possiedono i criteri di giudizio necessari per validare e rifinire le risposte della macchina. Il futuro del lavoro vede quindi una potenziale rivincita della “vecchia guardia”, a patto che questa sappia superare il pregiudizio di un’ostilità ontologica verso l’automazione.

Immigrati digitali, sorveglianza e cittadinanza critica

Un tema critico riguarda la privacy e la sorveglianza algoritmica: Molnar (2023) evidenzia come i sistemi di gestione dell’identità digitale stiano diventando sempre più intrusivi. Gli immigrati digitali, avendo memoria di un mondo “anonimo” e privo di tracciamento persistente, manifestano spesso una resistenza che viene interpretata erroneamente come tecnofobia. In realtà, questa resistenza è un’istanza di cittadinanza critica.

Mentre i nativi digitali tendono a normalizzare la sorveglianza in cambio di comodità (convenience), gli immigrati digitali sono i custodi di una sensibilità etica che mette in discussione la “scatola nera” dell’algoritmo. Il futuro della democrazia digitale dipenderà dalla capacità di questi “migranti temporali” di imporre standard di trasparenza che i nativi, nati dentro il sistema, faticano persino a immaginare come necessari (Molnar, 2023).

Strategie di digital wisdom e trasmissione intergenerazionale

Il concetto di Digital Wisdom (Saggezza Digitale), rielaborato da Prensky (2024), suggerisce che la dicotomia originale debba evolvere in una sintesi. La saggezza digitale non è posseduta per diritto di nascita né per studio mnemonico; è la capacità di usare la tecnologia per estendere le capacità umane oltre i limiti naturali.

Il futuro degli immigrati digitali è legato a una nuova forma di “mentoring inverso”. Se finora i giovani hanno insegnato agli anziani “come si usa lo smartphone”, nei prossimi anni assisteremo a un processo opposto: gli immigrati digitali dovranno insegnare ai nativi “perché e quando” usare (o non usare) determinati strumenti. Questo scambio di capitale, tecnico dai giovani, critico e sociale dagli adulti, rappresenta l’unica via per una coesione sociale che non lasci indietro nessuno (Giancola, Salmieri, 2020).

Verso una sociologia della coabitazione digitale

L’immigrato digitale del futuro non è un soggetto destinato all’estinzione, ma un attore fondamentale per l’equilibrio della biosfera tecnologica. La sfida non è l’assimilazione totale, che cancellerebbe la preziosa prospettiva critica del “mondo di prima”, ma la coabitazione.

Le politiche pubbliche devono smettere di trattare gli immigrati digitali come una categoria da “alfabetizzare” con corsi base di informatica. È necessaria una formazione di alto livello che valorizzi le loro competenze analitiche applicandole ai nuovi strumenti. Il rischio, altrimenti, è la creazione di una “classe sottoproletaria digitale”, composta da individui che subiscono le decisioni degli algoritmi senza avere gli strumenti per contestarle (Ragnedda, 2020).

Il futuro degli immigrati digitali è, in ultima analisi, il futuro della nostra capacità di restare umani in un mondo di silicio. La loro “voce con l’accento” è il promemoria costante che la tecnologia deve rimanere un mezzo, e mai diventare il fine ultimo dell’agire sociale.

Conclusioni

In ultima analisi, il destino degli immigrati digitali non deve essere letto attraverso la lente dell’ineluttabile declino o dell’esaurimento anagrafico. Al contrario, essi rappresentano oggi il “freno di emergenza” necessario in una società che corre verso l’automazione totale senza una riflessione profonda sulle conseguenze antropologiche del cambiamento. La loro “voce con l’accento” non è un limite, ma una risorsa di senso: è la testimonianza di una forma di pensiero che non dipende esclusivamente dalla velocità di connessione, ma dalla profondità dell’analisi. Il futuro della cittadinanza digitale nel 2030 dipenderà proprio dalla capacità di integrare queste diverse temporalità, evitando che la tecnologia diventi un nuovo strumento di stratificazione ed esclusione. Solo superando l’ossessione per il “nuovo a tutti i costi” e valorizzando la saggezza critica di chi ha conosciuto il mondo prima della digitalizzazione, potremo costruire un’architettura sociale realmente inclusiva, dove l’innovazione non sia subita, ma consapevolmente abitata da tutte le generazioni.

Bibliografia

Bergamaschi, M. (2023). Migranti: la sfida dell’integrazione digitale. Milano: FrancoAngeli.
Floridi, L. (2015). The Onlife Manifesto: Being Human in a Hyperconnected Era. Springer Nature.
Giancola, O., Salmieri, L. (2020). Sociologia delle disuguaglianze: Teorie, metodi, ambiti. Roma: Carocci Editore.
Marseguerra, G., Taccolini, M. (2025). Brescia DNA futuro. Demografia, immigrazione, digitalizzazione, competenze. Milano: PubliCatt.
Molnar, P. (2023). Digital border technologies, techno-racism and logics of exclusion. International migration, Wiley, https://doi.org/10.1111/imig.13187.
Prensky, M. (2009). H. sapiens digital: From digital immigrants and digital natives to digital wisdom. Innovate: Journal of Online Education, 5(3).
Ragnedda, M. (2020). The Third Digital Divide: A Weberian Approach to Digital Inequalities. London: Routledge.
Yue Y. et al. (2026). ” Bridging the Older Adult Digital Divide Through the Digital Habitus”. Journal of Aging Research
Thangavel, P., & Chandra, B. (2024). “Digital Immigrants Versus Digital Natives: Decoding Their E-commerce Adoption Behavior”. SAGE Open, 14(4).

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