Osservatorio annuale

La crisi della democrazia informata: è allarme nei dati Agcom



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L’Osservatorio AGCOM sul sistema dell’informazione fotografa un ecosistema attraversato da sfiducia, consumo digitale, disuguaglianze di accesso e centralità degli algoritmi. Cinque segnali mostrano perché la regolazione dell’informazione debba misurarsi con comportamenti, piattaforme e modelli economici ormai profondamente trasformati

Pubblicato il 11 giu 2026

Valerio Cosimo Romano

avvocato Cleary Gottlieb



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Ad aprile 2026, l’AgCom ha reso disponibile la seconda edizione dell’Osservatorio annuale sul sistema dell’informazione, strumento con cui l’Autorità monitora periodicamente le dinamiche del panorama informativo italiano.

L’Osservatorio arriva nel momento di massima densità normativa europea sul settore: DSA, DMA, AI Act, EMFA e Direttiva Copyright sono tutti simultaneamente operativi o in fase di applicazione, e dispiegano un arsenale senza precedenti di regole sulla moderazione e distribuzione dei contenuti, sulla contendibilità dei mercati digitali, sulla trasparenza algoritmica, sulla tutela dell’indipendenza editoriale e sui diritti degli editori nei confronti delle piattaforme. Ma anche un arsenale ben fornito serve a poco se la mappa su cui ci si orienta non corrisponde più al terreno su cui ci si muove.

I dati dell’Osservatorio pongono agli addetti ai lavori proprio questa domanda: l’ecosistema che le norme sull’informazione intendono governare corrisponde ancora a quello reale? I comportamenti informativi dei cittadini si sono infatti profondamente disallineati dalle premesse dell’impianto regolatorio vigente, modificando simultaneamente domanda, offerta e infrastruttura distributiva dell’informazione. È l’intera grammatica della regolazione a dover essere, dunque, sottoposta a verifica.

Il cortocircuito che la regolazione non vede: più informazione e meno fiducia

Il primo segnale è il più controintuitivo: gli italiani si informano sempre più dalle fonti di cui si fidano sempre meno. Internet è la prima porta d’accesso all’informazione per oltre il 55% della popolazione, staccando la televisione, ormai scesa sotto il 44%. Eppure più di un terzo degli italiani ripone alta fiducia nei media tradizionali, contro appena un quinto nelle fonti digitali; la sfiducia esplicita verso l’online è quasi il doppio di quella verso i media classici.

Quando la distribuzione pesa più della reputazione

Il paradosso è limpido: a governare la scelta non è più la credibilità della fonte, ma la facilità con cui il contenuto raggiunge l’utente, arrivando prima ancora di essere cercato. È il trionfo dell’architettura distributiva sulla reputazione editoriale. Un dato, tuttavia, attenua la nettezza di questa frattura: cresce la quota di utenti ‘onnivori’ (oltre un quarto della popolazione) e le testate online degli editori tradizionali guadagnano lettori, segno che il digitale non rimpiazza i media tradizionali ma ne estende il raggio di diffusione.

L’ibridazione è dunque in atto, ma non scioglie il paradosso strutturale. Ne discende che le norme dovranno garantire non solo che l’informazione di qualità sia presente sullo scaffale, ma che qualcuno la prenda dallo scaffale. Distinzione sottile, ma decisiva.

Le due Italie informative e la fuga dei cittadini dalla saturazione

Il secondo segnale tocca un nervo che la teoria democratica dà per scontato: la presunzione che i cittadini vogliano essere informati. Un italiano su cinque non si informa mai o quasi mai, quota che tra i 14-24enni sfiora il 28%. Nel 2025, per la prima volta, chi ha ridotto la propria esposizione alle notizie supera chi l’ha aumentata: un sorpasso simbolico, ma non per questo meno significativo. Il 44% della popolazione si informa ancora più volte al giorno.

La polarizzazione della domanda informativa

Il problema, dunque, non è un collasso generalizzato della domanda: è una polarizzazione crescente tra due Italie informative che divergono come correnti di uno stesso fiume, condividendo l’acqua ma non più la direzione. Le ragioni del distacco non descrivono apatia, bensì un rifiuto che ha la struttura di una critica: ripetitività dei contenuti, negatività pervasiva, news fatigue, scarsa fiducia nei giornalisti. Non è il pubblico a essere indifferente; è il prodotto informativo a non riuscire più a trattenere una quota crescente dei propri potenziali destinatari.

Le ricadute civiche della disinformazione per assenza

Le ricadute civiche sono misurabili e gravi: tra chi non si informa, tre quarti dichiarano partecipazione politica nulla, una quota superiore di quasi trenta punti rispetto ai cittadini informati. Se il cittadino non fugge dalla propaganda ma dalla saturazione, il perimetro del mandato regolatorio merita di essere ampliato: la qualità dell’informazione deve includere la capacità di raggiungere effettivamente chi ne ha bisogno, dimensione che il framework attuale sostanzialmente non contempla, ma che i dati rendono ormai ineludibile.

La sfida della trasparenza algoritmica per le nuove generazioni di elettori

Il terzo segnale è generazionale, e merita un’attenzione particolare perché riguarda il futuro prossimo della democrazia informata: tra i 14 e i 24 anni, oltre quattro giovani su dieci si informano attraverso un solo mezzo, quasi sempre digitale, quasi sempre algoritmico. Più della metà degli iscritti ad almeno una piattaforma apprende notizie sui social prima che da qualsiasi altro canale. È la prima generazione di elettori il cui immaginario politico viene filtrato in misura determinante dai sistemi di raccomandazione: informata per frammenti, per immersione emotiva più che analitica, secondo una temporalità che privilegia l’istantaneo. Ciò non significa che sia meno informata; significa che lo è in modo qualitativamente diverso, e che la diversità sfugge alle categorie con cui il regolatore ha tradizionalmente misurato il pluralismo.

Il limite della sola disclosure

Eppure il 41% degli italiani non sa ancora che un algoritmo decide cosa mostrare e cosa nascondere. Tra i giovani adulti la consapevolezza sfiora i tre quarti, ma sapere che il filtro esiste non equivale a governarlo. Gli strumenti regolatori oggi attivi hanno imposto alle piattaforme doveri di disclosure senza precedenti, ma operano prevalentemente a valle di un processo già consumato a monte: quando l’utente riceve la notifica, l’algoritmo ha già selezionato, gerarchizzato e decontestualizzato la notizia. La trasparenza algoritmica, per come è attualmente concepita, informa l’utente che esiste un filtro, ma non gli restituisce il governo di ciò che quel filtro esclude.

La sfida, qui, non è che i giovani non si informino: è garantire che la loro intensità informativa si traduca in pluralismo effettivo e non in esposizione selettiva governata da criteri sottratti al sindacato pubblico.

Il paywall come dogana sociale e l’accessibilità dell’informazione

Il quarto segnale tocca un paradosso che il mercato, da solo, non è in grado di risolvere: la sostenibilità economica del giornalismo di qualità. Meno di un italiano su quindici paga per un abbonamento a quotidiani online. Di fronte a un paywall, il riflesso prevalente non è pagare ma aggirare: motori di ricerca, testate gratuite, attesa di televisione o radio – strategie scelte da circa un quarto degli utenti. Il paywall, concepito come leva di monetizzazione, funziona di fatto come una dogana sociale dell’informazione.

Il rischio di un’informazione a doppio binario

Si è così consolidato un sistema a doppio binario che ha la forma di una stratificazione di classe: giornalismo verificato dietro barriera economica per una minoranza istruita e abbiente; flussi algoritmici gratuiti, non curati e non verificabili, per tutti gli altri. Qui, la Direttiva Copyright e l’EMFA hanno introdotto strumenti di riequilibrio, ma il deficit di domanda pagante resta strutturalmente più marcato tra chi possiede titolo di studio basso e reddito medio-basso.

L’informazione di qualità rischia quindi di trasformarsi in un bene posizionale, accessibile in funzione del capitale economico e culturale, con effetti a cascata sulla partecipazione democratica. Se l’informazione è un bene meritorio (come la teoria costituzionale presuppone) il regolatore non può limitarsi a garantire che venga prodotta: deve interrogarsi, con urgenza crescente, su chi possa effettivamente accedervi.

Il servizio pubblico come presidio di credibilità

Il quinto segnale arriva dal mezzo su cui la regolazione ha storicamente esercitato la presa più salda, e dove il paradosso è, se possibile, ancora più cristallino. L’offerta informativa della televisione generalista nel suo complesso è in contrazione strutturale: nel 2025 le ore di notiziari e approfondimento sono calate del 7% rispetto al 2024 e del 12% rispetto al 2019. A pagare il prezzo più alto sono i programmi Extra TG, il formato del tempo lungo, dell’analisi, del contraddittorio, che perdono l’11,3% su base annua (-16% dal 2019), mentre i telegiornali tengono sostanzialmente la posizione nell’ultimo anno (+0,9%), pur registrando un calo del 4,3% rispetto al 2019. Intanto, il servizio pubblico televisivo si conferma la fonte ritenuta più affidabile da oltre quattro italiani su dieci (40,5%, in crescita di 4,1 punti percentuali), con un picco del 56,5% tra gli over 65.

La credibilità come capitale da preservare

Il paradosso merita di essere enunciato nella sua interezza: i dati sulla contrazione dell’offerta riguardano la televisione generalista nel suo complesso e non consentono, allo stato, di isolare la quota imputabile al solo servizio pubblico. Nondimeno, è proprio il servizio pubblico – il soggetto più credibile e su cui il regolatore dispone degli strumenti più consolidati, primo tra tutti il contratto di servizio – a operare nel segmento che sta sacrificando il formato su cui ha costruito la propria reputazione. Questo capitale di fiducia crescente è di valore straordinario in un’epoca di sfiducia generalizzata; ma è un capitale che rischia di essere eroso dall’interno se l’offerta che lo alimenta continua a contrarsi.

La sfida è duplice: assicurare che il contenuto del servizio pubblico resti all’altezza della credibilità che i cittadini gli attribuiscono, e chiedersi se il contratto di servizio, strumento pensato per cicli pluriennali, sia ancora adeguato a presidiare questa funzione in un ecosistema che muta più rapidamente di qualsiasi scadenza contrattuale.

Cinque segnali, una domanda: l’infrastruttura regolatoria è ancora efficace?

Letti insieme, questi cinque segnali compongono un quadro che impone una riflessione di sistema, ma che contiene, nei suoi stessi dati, indicazioni operative e antidoti contro ogni tentazione catastrofista.

Le leve positive del framework europeo

Il framework europeo rappresenta lo sforzo normativo più ambizioso mai tentato nel settore dell’informazione e dispone di strumenti che, se calibrati sulla realtà dei comportamenti informativi, possono incidere in profondità. Le coordinate tradizionali della regolazione restano necessarie, ma non bastano più da sole: il terreno su cui si gioca la partita include l’architettura delle piattaforme, il design degli algoritmi, la sostenibilità economica del giornalismo, una domanda che cambia forma prima ancora che contenuto. I segnali positivi – utenti multicanale in crescita, brand editoriali resilienti nel digitale, fiducia nel servizio pubblico in rafforzamento, consapevolezza algoritmica in aumento tra i giovani adulti – sono leve su cui costruire, non alibi per rinviare.

La regolazione dell’informazione come infrastruttura democratica

La finestra di opportunità è aperta: il nuovo framework europeo è ancora nella fase in cui le scelte attuative possono orientarne l’impatto. La sfida per AGCOM è ridisegnare l’architettura concettuale della regolazione alla velocità con cui muta il territorio da governare: non per abbandonare i principi fondanti, ma per riconoscere che la regolazione dell’informazione è essa stessa un’infrastruttura democratica. E un’infrastruttura che non viene manutenuta non crolla di colpo: semplicemente, smette di reggere il peso di chi la attraversa.

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