Il cliente ha sempre app

L’app che doveva fare tutto, possibilmente entro tre mesi



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Un racconto professionale mostra quanto possa essere complicato il dialogo tra informatici e interlocutori non tecnici. Tra app, database, privacy e bottoni colorati, emerge una riflessione più ampia sulla cultura tecnica, sulle aspettative verso l’IT e sull’illusione che tutto sia semplice

Pubblicato il 30 giu 2026

Paolo Campigli

Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi UOc Sviluppo e Gestione Tecnologie Innovative



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Mi è capitato di scrivere in altre occasioni sui problemi di incomunicabilità fra gli informatici ed il “resto del mondo”. Ho sempre fatto un po’ di mea culpa perché la mia categoria tende ad essere un po’ criptica, ad usare un vocabolario astruso, a dare per scontate certe conoscenze da parte dell’interlocutore.

Però, come concludo sempre, veniamoci un po’ incontro. Se un imbianchino chiede al cliente se vuole la vernice bianca o gialla non si può sentire rispondere “eh, ma sono questioni tecniche”. Oppure, alla domanda se si preferisce la camera vista mare o vista ciminiera non credo si possa ragionevolmente rispondere “non capisco la questione”.

Analogamente, se si intraprende un progetto di sviluppo richiesto da un professore universitario non informatico, bisogna che un certo vocabolario di base, certe conoscenze a livello minimale siano condivise fra tutti i partecipanti. Altrimenti si rischia di trovarsi in situazioni surreali come quella che sto per descrivere.

Per una rappresentazione visiva di quello che proverò a raccontarvi potete dare un’occhiata a questa videoclip di Lauris Beinerts del 2014:

The Expert (Short Comedy Sketch)

Nel video il povero Anderson, ingegnere incaricato di realizzare un format grafico, viene sottoposto ad una serie di richieste assurde e contrastanti, spesso impossibili da realizzare: ma alla fine la figura dell’incompetente tocca a lui. Perché con l’informatica, la tecnologia (adesso con l’AI) si può fare tutto. Ed è quasi vero, ma bisogna anche saper porre le domande giuste e non pensare che il “computer” possa scegliere per noi. Qualcosa di simile al “caso Anderson” succede molto più spesso di quanto non possiate immaginare.

Incomunicabilità tra informatici e non informatici: una storia vera

Voglio quindi parlarvi di una storia di vita vissuta, qualche anno fa. È un pochino appena romanzata, ma non più di tanto, credetemi. I fatti fondamentali sono veri, e credo spieghino bene questa incomunicabilità fra informatici e resto-del-mondo. Eccola qua.

Mi chiama il Prof. Leccesi (nome di fantasia) dicendo che necessita di un aiuto per organizzare uno studio sulle cellule XY legate alla patologie di tipo Z (ad oggi sinceramente non ricordo il tema, davvero).

Ci incontriamo qualche giorno dopo, è accompagnato da una giovane assistente, una specializzanda immagino, che si siede senza presentarsi. Non ho specificato il contesto: siamo negli uffici amministrativi di una Azienda Ospedaliero-Universitaria, il Prof. è ordinario dell’Università di riferimento.

“Abbiamo bisogno di un sistema per gestire i dati di questo studio, è molto importante e va concluso entro tre mesi” (questa dell’urgenza è una costante, di solito si pensa agli aspetti informatici delle ricerche quando mancano due minuti alla mezzanotte, tipo Cenerentola).

“Bene, quindi si tratta di definire una base dati, delle tabelle insomma, dove andranno poi raccolti i dati oggetto dello studio…”.

All’espressione “base dati” il Prof. ha un’espressione strana che noto ma decido di ignorare e proseguo: “A proposito, ho una domanda importante: i dati sono già disponibili o va organizzata una campagna di interviste, o di esame delle cartelle cliniche, dati di laboratorio…”.

“Beh, no, veramente noi pensavamo a un’app”.

Quando un progetto informatico parte da una richiesta poco chiara

Ora è tutto chiaro, m’illudo. Vogliono un sistema mobile per raccogliere i dati al letto del paziente, o comunque “sul campo”. Tipo POCT (Point Of Care Test). Ora glielo dico e chiariamo tutto. Intanto il Prof. prosegue:

“Un’app che deve andare sui telefonini ma anche su quegli schermi piccoli…”

“I tablet”, dico

“Eh, sì, quelli. Ma guardi che…”

“Ho capito, ho capito” lo interrompo. “Voi cercate un sistema di raccolta dati clinici sul campo, sul modello dei POCT, come quelli per rilevare la glicemia. E naturalmente deve poter salvare i dati in rete in modalità sicura, nel rispetto delle…”

Il Prof. Leccesi è interdetto. La specializzanda scuote la testa guardando altrove. Mi sento un po’ idiota, finché l’accademico riprende:

“No, la glicemia non c’entra. Vede, ci deve anche essere un bottone, un tasto colorato. Rosso o giallo, faccia lei.”

Sono sempre più sconcertato.

“Sì, ma per fare cosa?”

“Per vedere le statistiche, i risultati dello studio. Naturalmente ognuno deve vedere i suoi.”

“Professore, aspetti: lei mi sta parlando in pratica di un gestionale, che deve consentire l’inserimento dei dati, la visualizzazione dei risultati parzial…”

“E devono essere stampati e poi pubblicati in Rete” aggiunge la specializzanda, fino ad allora silente.

Mi arrendo. Stanno chiedendo un sistema che potrebbe costare molti anni-uomo (ricordate che a quel tempo non c’era la AI). O forse che si potrebbe risolvere con una banalissima tabellina Excel, ma non sono riuscito a capirlo.

App, database o tabella Excel: il nodo delle aspettative

Provo a salvarmi in corner, buttandola sull’argomento classico italiano: la privacy.

“Naturalmente questi dati dovranno essere raccolti contestualmente al consenso al trattamento da parte del paziente, e poi si dovrà considerare anche tutto il processo di archiviazione e di elaborazione secondo le norme di sicurezza”

Sguardo nel vuoto di entrambi gli interlocutori, sembra che abbia parlato arabo.

Ci rinuncio.

Vorrei chiedere un documento descrittivo dello studio ma temo di ricevere un paper scientifico di scarsa utilità per un ingegnere che deve realizzare… un data base? un’app? una tabella?

Il prof. Leccesi e l’assistente mi salutano cordialmente e se ne vanno.

Io rimango da solo nell’ufficio a guardare il soffitto, mentre loro – di sicuro – stanno pensando che l’Ing. Campigli è un po’ rintronato. Forse non hanno neanche tutti i torti.

Alla fine, dopo diversi anni trascorsi, non ho più saputo che fine ha fatto lo studio.

È un peccato, sarei curioso di sapere se il bottone alla fine è stato scelto rosso o giallo.

Le ragioni della distanza tra mondo IT e mondo reale

Tornando sulla questione dell’incomunicabilità, vediamo i motivi principali di questa separazione fra mondi:

  1. La cultura tecnico-scientifica, in Italia, è da sempre considerata di serie B rispetto alle conoscenze umanistico-legali. Non a caso, i licei sono sempre stati visti una spanna al di sopra degli istituti tecnici. La “versione di greco” è molto più probante del “compito di ragioneria” o della “soluzione di equazioni differenziali”; l’attuale Ministro dell’Istruzione ha del resto affermato qualche tempo fa che nelle scuole si deve potenziare l’insegnamento di “Latino e Bibbia”, con buona pace di “Coding e AI”;
  2. L’information technology è da sempre “roba da ingegneri” (sempre pronunciato con una punta di disprezzo, s’intende). Un qualcosa di cui ci si deve servire ma nella quale è bene non immischiarsi troppo;
  3. I sistemi operativi attuali, ormai da trent’anni, sono concepiti in modo da essere facili da usare anche senza sapere cosa succede “sotto al cofano”. Questo ha contribuito a trasmettere l’idea che con un doppio clic sia possibile tutto, facilmente e velocemente.

Perché la semplicità non basta nei progetti informatici

Questi tre motivi, ma in realtà ce ne sono molti altri, hanno portato alla dicotomia fra “mondo dei nerd” e “mondo reale”, per cui qualsiasi frase minimamente tecnica pronunciata da una persona dell’IT viene presa come inutilmente complessa e non degna di particolare attenzione. In questa realtà ha buon gioco chi promette soluzioni facili e luccicanti, slogan alla moda e segue l’hype del momento.

Un centinaio di anni fa, un certo Albert Einstein affermava che “Tutto dovrebbe essere reso il più semplice possibile, ma non più semplice”.

Credo che bisognerebbe tenerlo sempre ben presente. Anche senza doppio clic.

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