La responsabilità dei social tra fake news e hate speech: perché è tema cruciale per la democrazia | Agenda Digitale

il dibattito

La responsabilità dei social tra fake news e hate speech: perché è tema cruciale per la democrazia

I social sono ambienti privilegiati di influenza inconsapevole, da cui disinformazione e hate speech possono danneggiare il tessuto sociale e il processo decisionale delle masse. Un problema complesso, per il quale non esistono soluzioni legali o tecnologiche semplici e che impatta direttamente sul tema della libertà

13 Lug 2020
Daria Grimaldi

docente di psicologia sociale delle comunicazioni di massa, Università di Napoli Federico II


Partiamo da un presupposto: il tema dell’influenza sociale si associa inevitabilmente a quello della libertà e dell’autonomia.

Per ciascuno di noi accettare l’idea di essere influenzati entra in conflitto con il nostro ideale di persone autodeterminate, che non si fanno condizionare dagli altri. Sappiamo bene quanto sia controversa la questione della democrazia del web associata soprattutto, oggi, alle piattaforme di social networking.

La libertà è un valore universale e la rete è considerata nella rappresentazione collettiva come una grande democrazia, da difendere.

I social sono l’arena della nostra presenza pubblica ed avere la totale libertà di espressione per molti è più importante della necessità di difendere la massa dalle fake news e dall’hate speech.

In che modo il controllo dei contenuti da parte dei social network può comportare effettivamente una limitazione della nostra libertà?

Social e campagna elettorale: Trump vs Twitter

La questione è tornata in auge sulla scena internazionale a causa della polarizzazione della scena politica americana in tempo di campagna elettorale, rispetto al ruolo dei social sui temi del razzismo, incitamento all’odio e notizie false.

Da fine maggio è partito l’acceso dibattito tra il presidente Trump e Twitter, ulteriormente alimentata il 29 giugno dalla sospensione dell’account presidenziale da parte di Twitch, il social di Jeff Bezos, per incitamento all’odio e da Reddit, che ha chiuso 2000 community relative a Donald Trump, compreso il popolare subreddit r/The_Donald, per la stessa ragione. Perfino Facebook, accusato per lungo tempo di difendere il presidente, il 29 giugno è arrivato a bannare una campagna pubblicitaria etichettandola con l’espressione “analogie al linguaggio utilizzato dai nazisti per bollare i prigionieri politici” giacché conteneva l’immagine di un triangolo rosso rovesciato messo sotto alla scritta: “Mobs pericolosi di gruppi di estrema sinistra scorrazzano per le nostre strade e causano caos assoluto”.

Contemporaneamente, nelle ultime ore si sta diffondendo in modo sempre più virale la campagna “Stop hate for profit” che sta portando importanti inserzionisti (del calibro di Coca Cola e Unilever, tra gli altri) ad interrompere temporaneamente i propri investimenti pubblicitari in Facebook nel tentativo di convincerlo ad affrontare attivamente il tema del razzismo, dopo la risonanza della morte di George Floyd nel maggio 2020. L’iniziativa è stata promossa dalla ong Color of change, insieme ad altre organizzazioni, tra cui la National association for the advancement of colored people (Naacp) e Sleeping giants, e così come le proteste social (e non) del movimento Black Lives Matter, fanno riflettere rispetto alla riapertura di una comunicazione razzista tollerata e diffusa, in un’America in cui la violenza verbale espressa sui social, emblematica nel linguaggio del primo rappresentate, diviene un problema di sicurezza nazionale.

Le celebri piattaforme, difatti, nel rivedere le politiche contro l’hate speech in tempi in cui aumenta la tensione politica attorno al tema del razzismo, hanno acuito i propri controlli e riscontrato diffuse e costanti irregolarità in termini di violenza e credibilità nelle comunicazioni collegate al Presidente

Protagonisti della scena, quindi, i social network nel loro potere di amplificare nel bene e nel male i fenomeni di massa ed il tema cruciale del loro ruolo e peso ingombrante, da privati, nella comunicazione pubblica.

Liberi di o liberi da? Il dibattito sulla responsabilità delle piattaforme web

Facciamo un passo indietro: in base alla sezione 230 del Communications Decency Act i social network in USA non sono ritenuti responsabili legalmente dei contenuti che gli utenti pubblicano, dato che sono “piattaforme” e non “media company”. Recentemente tutte hanno perfezionato la loro policy interna che permette di moderare le conversazioni se ritenute etichettabili come hate speech o fake news, ma non sono responsabili dei contenuti pubblicati dai loro utenti. Da qui, se ne deduce che nessuno possa citarli in giudizio per la rimozione, l’oscuramento o la segnalazione di un post che non rispetti le “norme della community”.

Questo il contesto in cui si colloca l’ordine esecutivo del presidente Trump inteso a ridurre l’immunità legale dei social media, richiesto essenzialmente dopo che Twitter ha moderato come possibili fake news due suoi cinguettii.

In riferimento alla proposta del governatore della California di utilizzare il voto domiciliare per aggirare il problema dell’emergenza sanitaria, Trump ha preso una posizione nettamente contraria condividendo la sua idea che questa modalità si prestasse a brogli. I tweet del presidente sono stati moderati in virtù della nuova politica di fact checking della piattaforma, che ha aggiunto dei banner con il messaggio “Get the facts about mail-in ballots”[1], rinviando ad articoli di autorevoli testate giornalistiche utili ad argomentare l’inesattezza dei contenuti del presidente.

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Ancora, in merito ai disordini di Minneapolis l’esternazione finale in un tweet di Trump: “Quando iniziano i saccheggi, si inizia anche a sparare” non appare compliance alla policy della piattaforma. Per Twitter il nuovo cinguettio presidenziale è etichettabile come “esaltazione della violenza” e lo bolla.

Le azioni di Twitter sono state prontamente denunciate dal Presidente come forma di attivismo politico, in periodo elettorale, a favore del partito democratico americano. Da qui il 28 maggio viene emanato un ordine governativo con lo specifico intento di limitare l’autonomia delle piattaforme nella gestione dei contenuti[2], riducendo le tutele previste dalla suddetta legislazione di riferimento nella sezione 230(c) del Communications Decency Act (1996).

La sua richiesta è che i social network dovrebbero diventare legalmente responsabili dei contenuti pubblicati e quindi sulle scelte fatte per moderare questi contenuti.

Le proposte di riforma formulate dal Dipartimento di Giustizia, attualmente al vaglio del dibattito politico sono comunque in attesa dell’attuazione da parte del Congresso.

Facebook ha sottolineato quanto la capacità di moderare i contenuti sia garantita proprio dalle disposizioni sulla responsabilità previste dalla sezione 230 ed ogni eventuale modifica o peggio ancora la sua eliminazione, sarebbe direttamente una minaccia alla democrazia della rete ed una limitazione della libertà di espressione sancita dal primo emendamento.

Ma proprio Facebook è accusato di non intervenire a sufficienza per impedire il dilagare di esternazioni e movimenti razzisti sui suoi canali.

Propaganda e paradosso della tolleranza

“Le grandi imprese dell’hi-tech stanno facendo tutto quello che è in loro potere per censurare le elezioni del 2020. Se questo dovesse succedere perderemmo la nostra libertà, e io non permetterò che accada! Ci hanno provato nel 2016 e hanno perso. Ora impazziranno. Restate sintonizzati!!”, dichiara Trump, riuscendo a proporre in poche battute tutte le caratteristiche salienti della comunicazione di propaganda: abbiamo anzitutto la creazione del nemico, le grandi imprese hi-tech che catalizzano l’attenzione in un periodo storico in cui proprio i social sono protagonisti di un forte attivismo antirazzista che si colora di opposizione alla politica presidenziale. Lo spostamento ha il doppio intento di distrarre da un tema critico l’opinione pubblica e utilizzare un’altra leva tipica della comunicazione persuasiva, la paura/minaccia. In questo caso il nemico viene collegato all’incombere della “censura” che cavalca un truismo (una verità assiomatica) inattaccabile e molto caro agli americani: la libertà di espressione. Segue la terza e più strategica leva di propaganda, il bisogno di risoluzione, che trova nella sua battaglia in difesa della libera espressione degli utenti, una ragione per assicurare credibilità alla sua leadership risolutoria.

Chapeau.

La comunicazione di propaganda offre conformismo perché parla al plurale, per grandi categorie, per ampi concetti, in questo modo è come se dilatasse il bacino di referenza al punto di voler comprendere tutti ed al fine di gettare i presupposti affinché si sviluppi un’identità collettiva da cui far scaturire potenzialmente un’azione comune. Trump in questo modo crea le condizioni perché la sua battaglia diventi condivisa e crei proseliti.

Oggi Trump chiede un intervento forte nell’ambiente dei social ed è curioso pensare che solo tre anni fa, nel 2016, era lo stesso presidente Trump a sfruttare le contraddizioni della libertà del sistema di social networking in termini di controllo delle fake news e dell’hate speech, alimentando con la sua campagna elettorale l’uso spregiudicato di questi strumenti. Furono proprio le elezioni USA, con le successive vicende connesse al Russiagate, ad aprire il dibattito sulle fake news, ponendo al centro dell’agenda internazionale delle piattaforme di condivisione la necessità di una regolamentazione.

Come arginare le bufale che vengono volutamente diffuse nella rete e come controllare che i toni alimentati da queste discomunicazioni divengano incontrollabili, è tema urgente e centrale, inevitabilmente correlato alla questione della libertà di espressione. Questo è tanto più urgente dal momento che oggi i social sono diventati il luogo privilegiato dove le persone si informano in USA la media è di 6 americani su 10.

Ad oggi, già prima del 26 maggio, negli Stati Uniti le modifiche o la totale eliminazione della sezione 230 del Communications Decency Act erano già state richieste sia da esponenti democratici che repubblicani: chi per i mancati interventi di moderazione, chi per la ragione opposta, la censura dei contenuti degli utenti.

Il danno concreto che pongono diverse conversazioni social non moderate sembra essere alla base del problema, ma la definizione dei confini entro cui le piattaforme possono e devono agire per rispettare la libertà di espressione ha un impatto diretto altrettanto effettivo e saliente sull’opinione pubblica.

Senza dubbio tema complesso, che non può esimersi dal tenere in considerazione gli effetti dei nuovi media sulla cognizione sociale e la loro sostanziale differenza rispetto ai vecchi media nell’impatto delle conversazioni sull’opinione pubblica e nel coinvolgimento attivo degli utenti.

Va sottolineato che i social network non hanno “creato” i fenomeni che sono invece connaturati all’esperienza umana, li hanno però amplificati anche grazie alla possibilità di rimanere anonimi e di costruire agevolmente false identità e grandi numeri.

Perché le fake news fanno presa

I fattoidi sono sempre esistiti in propaganda, soprattutto in rapporto allo strapotere dei media di massa. Intesi come notizie volutamente manipolate al fine di modificare l’atteggiamento degli interlocutori, vengono diffuse nell’opinione pubblica e sono difficilmente riconoscibili dalla persona comune.

Quelle che oggi chiamiamo diffusamente fake news, hanno presa essenzialmente per tre ragioni:

  1. raramente, soprattutto sui social network, gli utenti si impegnano a verificare la veridicità di ciò che leggono e anche se volessero si troverebbero di fronte a situazioni difficilmente valutabili, che riguardano informazioni segrete, cospirazioni, conoscenze non facilmente verificabili e valutabili;
  2. sono costruite ad hoc per soddisfare esigenze psicologiche degli interlocutori (divertimenti, vendetta, conferma di pregiudizi), che in questo modo sono portati ad accettarli più facilmente;
  3. hanno un ruolo cruciale nella pre-persuasione, giacché creano una realtà sociale che orienta l’attenzione e suggerisce come interpretare certi eventi.

Perché una comunicazione persuasiva raggiunga il suo scopo è necessario prestare attenzione ai pensieri che girano nella testa del soggetto quando entra in contatto con il messaggio.

Conclusioni

  • Il successo del processo di influenza alla base della costruzione delle fake news dipende dal modo in cui il messaggio viene interpretato e dalle reazioni che suscita nel ricevente, il forte impatto emotivo che spinge all’azione, quindi diventa utile incanalare i pensieri in modo che il bersaglio si convinca della veridicità del punto di vista del comunicatore. Come si ottiene questo effetto? Tramite la pre-persuasione. Si crea il contesto per cui le affermazioni sono inattaccabili. Quelle che Packard ha definito le “truth well told”: verità parziali e assiomatiche sono difficilmente contestabili e creano il contesto per la loro stessa accettazione. Le parole influenti utilizzate per costruire il “contesto” persuasivo sono fondamentali, giacché il modo in cui viene descritta una opzione, dirige i nostri pensieri e orienta le nostre risposte cognitive nei confronti del messaggio persuasivo.
  • L’esposizione ripetuta a discorsi di incitamento all’odio incide sulla probabilità di incrementare i pregiudizi, arrivando a desensibilizzare gli individui verso le aggressioni verbali, attraverso la normalizzazione di quello che altrimenti sarebbe considerato un comportamento socialmente condannabile. Il potere che oggi hanno i social media è proprio giocato sul loro potenziale di viralizzazione algoritmica dei contenuti e sul fatto di essere l’ambiente più idoneo per far attecchire una comunicazione e potenziarne la diffusione.[3]

I social media sono ambienti privilegiati di influenza inconsapevole e la disinformazione può danneggiare il dibattito collettivo ed il processo decisionale delle masse. L’hate speech contribuisce a inquinare il dibattito, a polarizzare la società. Entrambi i fattori minano il tessuto sociale, base della democrazia.

Suona del tutto attuale il paradosso della tolleranza ideato dal filosofo Popper nel 1945, sostenendo che la tolleranza illimitata porta inevitabilmente alla scomparsa della tolleranza.

Se noi rivolgiamo tolleranza illimitata anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo pronti a difendere la società dalle offese devastanti dell’intollerante, il tollerante sarà distrutto, e con lui la tolleranza[4].

In questa complessa situazione una certezza l’abbiamo ed è che non ci sono soluzioni legali o tecnologiche semplici per un problema socialmente complesso.

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  1. In riferimento ai tweet citati
  2. Si veda l’Executive Order on Preventing Online Censorship
  3. Pratkanis A. ed Aronson E., Psicologia delle comunicazioni di massa, Il Mulino 1992
  4. Popper, K, La Società Aperta e i suoi Nemici, Routledge, Londra 1945

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