oltre l'emergenza

Lo smart working non piace più? Mariano Corso: “Ecco l’errore più grave”

Ora che abbiamo compreso i vantaggi dello smart working, bisogna evitare di burocratizzarlo e snaturarlo. Una legge esiste già: un testo potente, frutto di una faticosa convergenza tra parti sociali, che rimette al centro la persona e la sua libertà e responsabilità personale. Non buttiamo via un’opportunità storica

14 Lug 2020
Mariano Corso

P4I e Osservatorio Smart Working


Sorprende la crescita delle voci critiche nei confronti dello smart working, in questi giorni. Abbiamo già dimenticato che è successo durante il lockdown?

Eppure non c’è dubbio, il digitale e lo smart working hanno conferito al Paese una grande, forse inaspettata, resilienza. Non si può nemmeno immaginare il danno economico che avremmo avuto, senza queste possibilità.

Il vero ingrediente vincente, però, non sono state le tecnologie, ma le persone.

Le imprese, e ancor più le Pubbliche Amministrazioni, erano nella maggior parte dei casi totalmente impreparate a gestire un simile scenario, eppure le persone non si sono tirate indietro: nonostante la separazione fisica forzata, l’assenza di strumenti e competenze tecnologiche adeguate, la carenza di servizi pubblici e infrastrutture, hanno deciso di fare la loro parte, adattandosi, supplendo con i loro strumenti, il loro impegno e la loro creatività, ai colpevoli ritardi di un Paese sempre più “saldamente in coda” nelle classifiche internazionali di digitalizzazione.

I vantaggi dello smart working e i dati

Oltre 6 milioni di lavoratori – e tra questi più di 1 e mezzo di dipendenti pubblici – fatti uscire dalle loro abitudini e zone di comfort, hanno sperimentato un diverso modo di lavorare dimostrando, nella stragrande maggioranza dei casi, sorprendenti doti di impegno, capacità di adattamento e senso di responsabilità.

Il 68% dei lavoratori è riuscito da remoto a svolgere tutte le attività, il 29% non è riuscito a svolgere solo una parte delle attività, spesso a causa della mancanza di processi e dati digitalizzati, mentre solo il 3% dichiara di non essere riuscito a portare avanti la maggior parte delle attività (fonte Osservatorio Smart working, Politecnico di Milano).

La larga maggioranza dei lavoratori dichiara di aver apprezzato i vantaggi dello smart working e di voler continuare a praticarlo anche a regime. A conquistare i lavoratori non sono stati l’opportunità di conciliazione tra lavoro e vita privata, che anzi in questa applicazione forzata ha spesso sofferto, né la comodità di lavorare meno, perché in gran parte le persone hanno lavorato di più, bensì la crescita di autonomia e la possibilità di dimostrare con i risultati il proprio valore professionale.

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Una recente analisi svolta da FPA ci dice che, superata l’emergenza, solo il 6,4% vorrebbe tornare a lavorare come un tempo, mentre oltre il 93% vorrebbe proseguire con lo smart working, di questi il 27,6% sceglierebbe di lavorare sempre da remoto, il 66% vorrebbe ribilanciare lavoro remoto e in presenza. La larghissima maggioranza dei lavoratori inoltre (89%) pensa comunque che l’emergenza abbia permesso di acquisire un’esperienza preziosa che vada capitalizzata per il futuro.

Tornare indietro, perché?

Eppure, dopo un iniziale generalizzato consenso, cresce il numero di coloro che chiedono a gran voce di tornare indietro, derubricando lo Smart working a una misura emergenziale, o cercando di ricondurlo ai più tranquillizzanti schemi della contrattazione collettiva o del welfare. Si tratta in parte di reazioni umanamente comprensibili, legate al timore dell’impatto sociale ed economico che un ricorso eccessivo e improvviso al lavoro a distanza potrebbe avere, sulle città, sul commercio, sui rapporti sociali. In gran parte si tratta, invece, della paura di perdere il potere e i privilegi che il precedente assetto organizzativo garantiva. La maggior parte di queste posizioni sono difficili da scalfire con i numeri, perché acritiche, basate non su evidenze, ma su pregiudizi, luoghi comuni o peggio su calcoli populistici di convenienza politica.

Sono resistenze prevedibili che non devono sorprendere e neanche più di tanto spaventare, perché possono rallentare lo sviluppo del fenomeno ma non certo fermarlo. Le persone infatti sono già diverse, hanno cambiato aspirazioni, aspettative, in pochi mesi hanno fatto un percorso di apprendimento e consapevolezza che in condizioni normali avrebbe richiesto anni, comprendendo che un modo di lavorare più intelligente e sostenibile non soltanto è possibile, ma spesso sorprendentemente efficace e soddisfacente.

Smart working: il rischio del “fuoco amico”

Il rischio più grosso è un altro, è quello del “fuoco amico”. Quello di chi, volendo cavalcare il fenomeno, rischia invece di burocratizzarlo e snaturarlo. Il vero pericolo è l’iniziativa improvvida di chi, pensando di promuovere e “imporre” lo Smart working, rischia di trasformarlo in una serie di adempimenti di dubbia attuabilità o di diritti e concessioni che rompono il fragile bilanciamento tra autonomia e responsabilità personale.

Conclusioni

Occorre oggi attenzione e onestà intellettuale perché un frame giuridico per passare ad un “vero” Smart working c’è già: è la legge 81 del 2017, un testo potente, frutto una visione bipartisan e di una faticosa convergenza tra parti sociali basata sul pragmatismo e l’esperienza derivanti da oltre dieci anni di sperimentazioni aziendali. Una norma leggera e al tempo stesso rivoluzionaria, perché supera i retaggi di una visione angusta delle relazioni industriali e rimette al centro la persona e la sua libertà e responsabilità personale, dando la possibilità di prescindere da vincoli omologati e di sperimentare nuovi e più intelligenti equilibri.

Oggi le condizioni per andare verso il New Normal resi più forti e maturi dall’esperienza della pandemia ci sono. L’errore peggiore dunque, persino peggiore del voler chiudere gli occhi di fronte all’evidenza dei vantaggi, sarebbe quello di snaturare lo smart working trasformandolo da innovazione organizzativa a diritto, obbligo o, peggio ancora, a vuoto adempimento burocratico di facciata. Vorrebbe dire buttar via un’opportunità storica, l’opportunità di dare una scossa positiva alla cultura del lavoro, proprio in un momento in cui il Paese ne ha un immenso bisogno.

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