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Meta blocca ICE List: l’asse Big Tech–Trump stringe sulla censura



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L’alleanza tra Big Tech e amministrazione Trump segna l’avvio di una censura digitale sistematica. Meta, TikTok, Apple e Google bloccano contenuti critici verso l’ICE, limitando la libertà d’espressione. Il sito ICE List, che identifica agenti federali, viene censurato nonostante utilizzi informazioni pubbliche

Pubblicato il 29 gen 2026

Antonino Mallamaci

avvocato, Co.re.com. Calabria



trump big tech (1) dazi ua-ue

Meta ha iniziato a bloccare la condivisione dei link a ICE List su Facebook, Instagram e Threads, mentre l’invio resta possibile su WhatsApp. Secondo quanto riportato da Wired, i messaggi di errore cambiano da piattaforma a piattaforma — dallo “spam” alla generica violazione degli Standard — senza indicare una regola specifica.

ICE List è un sito nato per raccogliere e verificare, in forma collaborativa, i nomi dei dipendenti del Dipartimento della Sicurezza Interna e degli agenti dell’ICE operativi nelle città americane. Il progetto sostiene di non pubblicare indirizzi privati e di basarsi su video, registri pubblici e fonti online, ma il DHS ha bollato il lavoro come doxing e ha minacciato conseguenze legali.

Il punto, però, è che la stretta non riguarda solo una piattaforma. Negli ultimi mesi, anche Apple e Google hanno limitato o rimosso app che segnalano la presenza degli agenti dell’immigrazione, dopo pressioni dell’amministrazione.

L’alleanza tra Big Tech e amministrazione Trump, dunque, è sempre più salda, a conferma della validità e dell’attualità del termine tecnocrazia.

Meta blocca ICE List: cosa succede su Facebook, Instagram e Threads

Da quanto dichiarato dai volontari del sito ICE List, emerge che da qualche giorno è impossibile caricare i link sulle piattaforme di Meta.

La rivista Wired ha verificato che la pubblicazione è bloccata su Instagram, Facebook e Threads, ma è ancora possibile inviarli tramite WhatsApp, pur facendo capo alla stessa azienda.

Le ragioni del rifiuto a pubblicare i link variano, secondo gli utenti, da una piattaforma all’altra.

Wired ha tentato di pubblicare un link su Facebook e ha ricevuto un messaggio: “I post che sembrano spam” secondo le Linee guida della community sono bloccati e non possono essere modificati.

Dopo qualche ora, altro messaggio: “Il tuo contenuto non può essere condiviso” perché questo link viola gli Standard della community, con rimando alla homepage degli Standard ma non a una regola precisa.

Su Threads, il link è scomparso subito, accompagnato da un avviso laconico: “Link non consentito”.

Su Instagram, i redattori di Wired hanno tentato di pubblicare una storia, ma hanno ricevuto il seguente messaggio: “Limitiamo alcune attività per proteggere la nostra community. Fateci sapere se pensate che abbiamo commesso un errore”.

Il portavoce dell’azienda di Zuckerberg, Andy Stone, per spiegare il blocco, ha semplicemente fatto riferimento alle linee aziendali sulla condivisione di informazioni personali identificabili, anche se l’elenco sul sito non contiene informazioni di questo tipo.

Stone ha quindi fatto riferimento alla politica che proibisce “contenuti che richiedono informazioni personali identificabili di altri”.

Che cos’è ICE List e perché è diventata virale

L’ICE List è operativa da giugno ed è gestita da un team centrale di cinque persone, Skinner compreso, oltre a centinaia di volontari anonimi che condividono informazioni sugli agenti dell’ICE che operano nelle città degli Stati Uniti.

Il sito è diventato virale da circa un mese, quando ha diffuso la notizia di aver caricato un elenco di 4.500 dipendenti del DHS (Dipartimento della Sicurezza Interna, dal quale dipende l’ICE).

ICE List opera come un wiki crowdsourced gestito da volontari, che hanno facoltà di decidere chi aggiungere e cosa contrassegnare come “verificato”.

Nel sito è specificato che “falsi invii, molestie o tentativi di abuso della piattaforma saranno rimossi”.

Skinner e la difesa dall’accusa di doxing

Dominick Skinner, ricercatore e giornalista residente nei Paesi Bassi, sostiene che il sito è stato ideato per responsabilizzarli.

Lo stesso giornalista dirige “The Crustian Daily” – uno dei gruppi da perseguire secondo Kristi Noem, Segretario della sicurezza interna – che si impegna a denunciare “la violenza dello Stato, gli abusi aziendali e i sistemi che li proteggono”.

Skinner ha puntualizzato che, a differenza di quanto sostenuto da Noem, il suo sito non pubblica gli indirizzi di casa degli agenti dell’ICE.

Gli agenti vengono individuati analizzando, con l’ausilio dell’IA, i video degli arresti e delle incursioni dell’ICE insieme ai registri pubblici.

Quindi è un metodo simile a quelli usati dalle forze dell’ordine americane per la sorveglianza facciale.

Secondo Skinner, i link al sito web sono stati condivisi sulle piattaforme Meta, senza incontrare ostacoli, per più di sei mesi, ma non sorprende “che un’azienda gestita da un uomo che era seduto dietro Trump durante la sua inaugurazione, e che ha donato tantissimo per portarlo alla Casa Bianca, abbia preso una posizione che aiuta gli agenti dell’ICE a mantenere l’anonimato”.

Il precedente TikTok e il quadro più ampio della censura

Qualche giorno fa questa rivista ha riferito della censura messa in atto da TikTok, ora controllata dagli americani, su contenuti critici verso l’attuale amministrazione.

Nell’articolo si rileva che un video della comica Megan Stalter, realizzato dopo l’omicidio di Alex Pretti a Minneapolis compiuto da agenti della Border Patrol, e diretto contro l’agenzia federale ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), è stato rifiutato da TikTok ma ripubblicato su Instagram (proprietà di Meta) più di 12.000 volte.

Adesso, quindi, questo non sarebbe probabilmente più possibile, in quanto anche Zuckerberg si accoda a TikTok, Apple e Google nell’accogliere l’invito dell’amministrazione Trump a non pubblicare nulla che possa ostacolare il lavoro dell’ICE.

Il paradosso delle fonti: informazioni fornite dagli stessi agenti

Anche se il lavoro dei volontari e di Skinner si basa, come abbiamo visto, sull’analisi di video e di altre informazioni, grazie a Wired si è scoperto che l’elenco di ICE List è stato alimentato dagli stessi agenti con informazioni che avevano condiviso su alcuni siti, tra i quali LinkedIn.

Il DHS ha definito doxing la segnalazione o la divulgazione dell’identità dei funzionari dell’ICE e ha minacciato di perseguire i presunti trasgressori con il massimo rigore di legge.

Il termine doxing viene da “dropping dox (documents), passare documenti”.

Viene qualificato doxing la raccolta e l’esposizione pubblica di informazioni personali che l’interessato vuole rimangano anonime.

D’altra parte, su 1.580 pagine, quasi il 90% menziona LinkedIn come fonte di informazioni.

Alcuni link, tuttavia, sembrano non funzionanti e non tutti supportano le informazioni date dal sito.

Altri profili non presentano foto e non sembrano essere molto attivi.

Alcuni dei link, tuttavia, sembrano corrispondere ad agenti federali dell’immigrazione che erano stati precedentemente nominati nei comunicati stampa ufficiali dell’ICE e nei verbali dei tribunali.

Alcune pagine di individui sull’ICE List citano, come fonti di informazioni, OpenPayrolls, database consultabile degli stipendi dei dipendenti pubblici, e SignalHire, un broker di dati specializzato nella generazione di lead.

Tra l’altro, OpenPayrolls ha fatto sapere che i registri delle buste paga relativi a ICE presenti sul suo sito sono stati pubblicati dall’Ufficio per la Gestione del Personale degli Stati Uniti in risposta a una richiesta ai sensi del Freedom of Information Act.

Tutto ciò sta a dimostrare che le notizie sugli agenti non sono così segrete come vorrebbe la solita Kristi Noem.

Sempre Wired ha trovato su LinkedIn centinaia di profili di persone che dichiarano di essere dipendenti dell’ICE.

L’ha fatto con un’operazione banale e semplicissima: cliccando su “Mostra altri risultati” nella scheda “Persone” della pagina LinkedIn dell’agenzia.

In un’occasione, Kristi Noem ha rimproverato una giornalista per aver fatto il nome di Jonathan Ross, l’agente dell’ICE che ha ucciso a Minneapolis Renee Nicole Good.

Ma sono stati i funzionari a contribuire all’identificazione di Ross dichiarando ai giornalisti che l’agente, a quel momento non ancora identificato, era stato trascinato da un’auto durante un’operazione di qualche mese prima.

Doxing come leva: minacce, leggi e il nodo del primo emendamento

I repubblicani hanno sfruttato le accuse di doxing e aggressione per reprimere la pubblicazione di informazioni sugli agenti dell’ICE.

Una senatrice del Tennessee ha presentato nei mesi scorsi una proposta di legge che prevede una multa o fino a cinque anni di carcere per coloro che pubblicano i nomi degli agenti “con l’intento di ostacolare un’indagine penale o un’operazione di controllo dell’immigrazione”.

Il Procuratore Generale Pam Bondi ha elogiato le richieste della sua agenzia, accolte con successo, ad aziende tecnologiche come Meta affinché rimuova app e gruppi che incoraggiano gli utenti a registrare le attività degli agenti dell’ICE.

Apple aveva già acconsentito in precedenza.

Ma leggi anti-doxing più restrittive non sembrano essere in sintonia col Primo Emendamento e la libertà di espressione (cavallo di battaglia del governo USA contro la normativa europea).

Negli Stati Uniti, tuttavia, i repubblicani non si preoccupano troppo di questo diritto quando hanno convenienza a limitarlo.

Il doxing è diventato un reato minore con un disegno di legge del Senato dell’Oregon, dove è previsto il divieto della pubblicazione di informazioni personali, come l’indirizzo di casa, se effettivamente si traduce in un reato come vandalismo o aggressione.

Ma, secondo alcuni esperti, conciliare il doxing con il Primo Emendamento è complicato nei casi in cui è coinvolta l’ICE e quindi il diritto federale.

Prima di Meta: Apple e Google sugli app store

Già da qualche mese, Apple e Google hanno bloccato il download delle app per smartphone che segnalano gli avvistamenti di agenti dell’immigrazione.

Questo solo qualche ora dopo la richiesta dell’amministrazione Trump.

Il Procuratore Generale Bondi aveva affermato che il tracciamento metteva a rischio gli agenti dell’ICE, ma utenti e sviluppatori avevano ribattuto fosse loro diritto, garantito dal Primo Emendamento, registrare ciò che l’ICE faceva nei loro quartieri.

Hanno anche sostenuto che la maggior parte degli utenti si rivolgeva a queste piattaforme nel tentativo di proteggere la propria sicurezza.

Il Procuratore Generale aveva richiesto in primis la rimozione dell’app di tracciamento ICEBlock, “progettata per mettere a rischio gli agenti dell’ICE solo per il fatto di svolgere il loro lavoro”.

Apple aveva comunicato al creatore dell’app, Joshua Aaron, che avrebbe bloccato ulteriori download perché nuove informazioni “fornite ad Apple dalle forze dell’ordine” dimostravano che essa violava le regole dello store.

Apple affermava che lo scopo dell’app era “fornire informazioni, sulla posizione degli agenti delle forze dell’ordine, che possono essere utilizzate per danneggiare tali agenti individualmente o in gruppo”.

Aaron ha criticato l’azienda per essersi piegata a quello che ha descritto come “un regime autoritario”.

Conclusioni: il ruolo delle tecnologie nella deriva illiberale

A questo punto, insomma, il caso ICE List diventa un esempio concreto di come il potere politico possa trovare nelle piattaforme — e nelle loro regole opache — un alleato decisivo.

In altri regimi autoritari del passato, come il fascismo e il nazismo, il MinCulPop e il Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda potevano contare, per irregimentare il popolo, su radio, televisione e carta stampata.

Ora siamo messi molto peggio: le piattaforme di social media, e le nuove tecnologie in generale, possono offrire un supporto infinitamente maggiore ai governanti decisi a scavalcare costituzioni e leggi nell’esercizio del potere.

Con Trump commander in chief degli Stati Uniti, la più vecchia democrazia del mondo sta scivolando verso un regime autoritario che le grandi aziende tecnologiche, da sempre allergiche alle regole, mostrano di gradire molto.

Quanto sta accadendo negli USA dimostra ancora una volta quanto devastante e inquietante possa essere l’utilizzo delle nuove tecnologie e dei nuovi mezzi di comunicazione da parte di un governo tendenzialmente illiberale.

Ce ne siamo occupati con riguardo alle azioni violente e discriminatorie degli agenti dell’immigrazione degli USA negli ultimi tempi.

Aggiungiamo che, nell’ultimo decennio, essi hanno ucciso più di venti persone senza essere mai incriminati.

I fatti si incaricano di evidenziare che, se non interverranno novità al momento non prevedibili, ma certamente auspicabili, le cose sono destinate ad andare sempre peggio.

Non si tratta di catastrofismo, ma di una lettura semplice e realista della china che gli avvenimenti hanno preso dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca.

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