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Marco Aurelio docet

Minimalismo digitale, conoscere la tecnologia per ridurne l’uso: ecco come

Conoscere la tecnologia per limitarne il suo utilizzo e l’influenza sulle nostre vite: si potrebbe riassumere così il minimalismo digitale. Il tema non è nuovo, ma l’obiettivo è condivisibile anche se non semplice da raggiungere. Vediamo cosa serve

26 Apr 2019

Giovanni Salmeri

Università degli Studi di Roma Tor Vergata


Il tema del minimalismo digitale, tornato alla ribalta grazie al libro dell’informatico Cal Newport, non può dirsi certo nuovo, visto che lo stesso autore all’inizio della sua analisi Newport cita Marco Aurelio.

Ciò non toglie che la questione sia quanto mai attuale: chi di noi, almeno una volta, non si è sentito sopraffatto dall’invadenza delle tecnologie digitali? Ma del resto, siamo noi che lo permettiamo e noi che dobbiamo venirne a capo. La soluzione, che pure non implica un abbandono totale della tecnologia, tuttavia non semplice, perché richiede investimento e studio.

Vediamo come riuscire nell’intento di allentare l’influenza del digitale sulle nostre vite.

Minimalismo digitale, un tema che ritorna

«Non lo troverete su Twitter, Facebook o Instagram, ma potete spesso trovarlo a Washington, a casa sua con la famiglia». Così si presenta nella quarta di copertina Cal Newport, l’informatico autore del recentemente pubblicato Digital Minimalism.

Il problema affrontato non è nuovo: le vite di moltissime persone sono nell’età digitale divorate da canali sociali, eccesso di informazioni, continue distrazioni. Per avere che cosa in cambio? Solo pochi, a volte ipotetici vantaggi: il conto finale è negativo. Questo significa che la tecnologia è cattiva? No di certo, risponde Newport (e come potrebbe replicare un informatico?). Questo significa che bisogna solo perseguire e sviluppare un’adatta «filosofia» di uso della tecnologia informatica, quella che appunto egli chiama «minimalismo digitale». Bisogna ridurre l’uso al minimo indispensabile, selezionando accuratamente le poche cose che sono necessarie o che portano un effettivo vantaggio alla propria vita. Alla fine, ciò che conta è solo quest’ultima.

Il tema, abbiamo detto, non è nuovo. Coloro che per motivi anagrafici hanno vissuto tutta intera l’esplosione dell’informatica personale ricordano benissimo quando verso l’inizio degli anni 2000 (cioè ormai 20 anni fa!) il problema veniva già acutamente sentito per la posta elettronica: in rete era facile trovare articoli in cui venivano consigliate tecniche efficaci per gestire rapidamente una quantità debordante di messaggi, i programmi di posta elettronica (con poco successo, a dire il vero) erano arricchiti di funzioni che avrebbero dovuto aiutare in quest’impresa, nei casi di emergenza veniva consigliata la «bancarotta email», consistente nell’annunciare ai propri corrispondenti che tutte le email in attesa erano state annullate: chi proprio avesse una necessità era invitato a scrivere di nuovo (il che avveniva ben raramente, segno che tante presente urgenze non erano tali).

Con i canali sociali e le odierne app(licazioni) il problema si è un poco spostato: da una parte il diluvio è maggiore e più tentacolare (l’autore cita il caso di un giornalista che racconta di aver disabilitato le notifiche di 112 differenti app attive nel suo telefono!); dall’altra questo diluvio è in sé più controllabile: mentre l’unica vera difesa dalla posta elettronica è non avere un indirizzo (come fa felicemente da molti anni Donald Knuth, per esempio), nel caso dei canali sociali vi sono tanti modi per moderare e ridurre i disturbi. Insomma, il minimalismo non implica una rinuncia all’uso della tecnologia, ma solo una sua riduzione: forse drastica, ma intelligente.

Gli insegnamenti di Marco Aurelio

Ma il tema non è proprio nuovo anche per un altro motivo. All’inizio della sua analisi Newport cita un pensiero di Marco Aurelio: «Vedi di quante poche cose hai bisogno per vivere una vita soddisfacente?», e poi commenta: «Il minimalismo digitale adatta semplicemente questa intuizione classica al ruolo della tecnologia nelle nostre vite moderne». In realtà, che ne sia perfettamente cosciente o no, il discorso di Newport è più vicino a quello di Marco Aurelio di quanto questa breve e isolata annotazione suggerisca. Marco Aurelio non è solo un imperatore-letterato nella storia romana: è uno degli insigni rappresentanti del nuovo stoicismo, la filosofia che all’inizio dell’era cristiana vuole insegnare uno stile di vista basato sull’essenzialità, sul distacco da ciò che non è veramente proprio, sulla capacità di non lasciarsi turbare dagli avvenimenti.

Le app ti trascinano dappertutto? Marco Aurelio insegna: «Ti distraggono gli accidenti esterni? Procurati il tempo di apprendere ancora qualcosa di buono e smetti di vagare senza meta».

Il tempo passato su Internet si sta dilatando? Il nostro antico filosofo ammonisce: «Anche se tu dovessi vivere tremila anni e dieci volte altrettanto, in ogni caso ricorda che nessuno perde altra vita se non questa che sta vivendo, né vive altra vita se non questa che va perdendo. […] È solo il presente ciò di cui tutti possono essere privati, poiché è anche l’unica cosa che possiedono, e uno non perde quello che non ha».

I social media ti assorbono negli affari altrui? «Non consumare la parte di vita che ti rimane in rappresentazioni che riguardano altri, se non quando tu agisca in relazione all’utile comune: altrimenti o ti privi di un’altra opera […] immaginandoti cioè che cosa fa il tale e perché, che cosa dice, cosa pensa e cosa sta escogitando e simili: tutti comportamenti che fuorviano dall’attenzione ai propri princìpi di vita».

Un post contro di te ti ha turbato? «Cancella l’opinione: è cancellato il “sono stato danneggiato”. Cancella il “sono stato danneggiato”: è cancellato il danno».

Ti lamenti di avere poco tempo? «Quanto tempo libero guadagna chi non guarda che cosa il prossimo ha detto, fatto o pensato, ma soltanto le proprie azioni, perché siano giuste e rette, cioè conformi all’uomo onesto».

Minimalismo digitale, la regola principale: conoscere la tecnologia per limitare il suo utilizzo

Tutto facile? Niente affatto. Un aspetto che rischia di passare inosservato nel discorso di Newport è la sua insistenza (a questo volevamo arrivare) sulla necessità di investire: non è facile essere minimalisti tecnologici, perché questo significa anzitutto studiare esattamente le proprie esigenze, valutare i pro e i contro, riflettere all’influenza che hanno sulla propria vita quotidiana certi strumenti.

Ma questo significa anche conoscere più e meglio la tecnologia: che cosa ha da offrire di buono e prezioso, come essa può essere controllata con intelligenza, che cosa nel suo uso va eliminato fino a farle assumere quella forma per cui possa diventare per sé una moltiplicazione di vita, di sensibilità, di relazione, e non un suo avvilimento. Alla fine è soltanto questo che può essere aggiunto (e deve esserlo) rispetto alla saggezza di Marco Aurelio. Con i saggi principi non si fa moltissimo se non si conosce il funzionamento della macchina a cui applicarli. E quindi, alla fine, un discorso sul minimalismo tecnologico diventa una grande apologia per lo studio della tecnologia. La bulimia informatica è molto più un effetto dell’ignoranza che della conoscenza. Che sia un informatico a propagandare il minimalismo digitale non sorprende.

Forse solo un tassello va aggiunto al quadro di Newport: il minimalismo non è solo una questione dell’utente: è anche una questione del creatore degli strumenti informatici. Chi conosce un po’ l’evoluzione del software degli ultimi anni (soprattutto il software libero, in cui certe dispute sono pubbliche) sa bene come un certo minimalismo è stato uno dei principi guida degli ultimi anni: per esempio un tipico programma applicativo di oggi è, o almeno appare, molto più semplice rispetto a quelli di pochi anni fa. La possibilità di eliminare «distrazioni» è considerata oggi una caratteristica sempre apprezzabile. Funzioni per azzittire applicazioni e strumenti sono sempre più spesso pubblicizzate, perché ritenute evidentemente gradite.

L’apologia del minimalismo digitale suggerisce che questi sforzi vanno ancor meglio pensati ed estesi in altre direzioni. In fondo, sistemi che permettono facilmente di risparmiare tempo, di conservare solo il meglio dei vantaggi della tecnologia senza i pesanti risvolti di dipendenza e dispersione, potrebbero essere perfino il prossimo grande successo commerciale, la «prossima cosa nuova» che nessuno sa ancor bene immaginare.

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