Il 23 giugno 2026, l’Unione Europea ha aderito formalmente a Pax Silica attraverso la Commissione. Alcuni stati membri, Grecia, Finlandia, Svezia, avevano già aderito individualmente nelle settimane precedenti; Germania e Paesi Bassi hanno firmato a titolo nazionale lo stesso giorno. L’iniziativa era stata lanciata dal Dipartimento di Stato americano nel dicembre 2025 per mettere in sicurezza le catene di fornitura dell’intelligenza artificiale: semiconduttori, minerali critici, energia, manifattura avanzata, logistica.
Al summit di Washington, Jacob Helberg, Under Secretary for Economic Affairs e architetto dell’iniziativa, ha annunciato l’ingresso anche di Argentina, Cile, Costa Rica, Kazakistan e Panama, portando la coalizione a 24 paesi.
Il nome non è casuale. Pax Silica evoca la Pax Romana e la Pax Americana, un ordine garantito dalla supremazia di chi controlla la risorsa strategica fondamentale. Nel ventunesimo secolo, quella risorsa è il silicio, e tutto ciò che serve a trasformarlo in capacità di calcolo.
Indice degli argomenti
Pax Silica e Unione Europea: che cosa cambia nell’alleanza dei chip
La prima cosa da capire è cosa Pax Silica non è. Non è un trattato vincolante, la Dichiarazione è un atto politico, senza finanziamento congiunto dedicato e senza mandati operativi per i firmatari. La Commissione ha ottenuto garanzie esplicite su questo punto, proprio per superare le resistenze interne.
Una coalizione di capabilities, non un trattato
Ma non è neppure una semplice dichiarazione d’intenti. Il modello è quello che l’American Enterprise Institute ha definito coalition of capabilities: ogni paese porta un asset specifico, capitale qatariota, ingegneria israeliana, assemblaggio filippino, capacità di raffinazione latino-americana, ricchezza sovrana norvegese, e riceve in cambio accesso allo stack tecnologico. Il progetto bandiera, Fort Foundry One, è un impianto di semiconduttori previsto in Israele con un contratto di locazione a 99 anni, finanziato da una dozzina di paesi.
Un modello transazionale, non di vassallaggio, questo cambia la natura della partita per l’Europa, che al tavolo porta carte tutt’altro che marginali: ASML e la litografia EUV olandese, la chimica di specialità tedesca, l’ecosistema di ricerca sui materiali avanzati. La domanda è se quelle carte vengono giocate come leverage negoziale o come semplice biglietto d’ingresso.
La frattura europea su Pax Silica e il compromesso francese
L’adesione non è stata indolore. La spaccatura tra gli stati membri ha seguito linee prevedibili. Germania, Italia e Paesi Bassi hanno spinto per l’adesione, insistendo sulla necessità di un fronte unito verso Washington. La Francia si è opposta con un linguaggio insolitamente duro, parlando di tentativo di colonizzare l’Europa e sabotare la sovranità tecnologica del continente. Parigi ha chiesto chiarimenti su tre punti: la governance dell’iniziativa, il rapporto con il G7 e il rischio che Pax Silica compromettesse l’autonomia dell’UE sui controlli alle esportazioni e sullo screening degli investimenti esteri. L’Italia, che pure era nel blocco favorevole all’adesione, ha scelto di entrare solo attraverso la cornice comunitaria, senza una firma individuale.
Il compromesso si regge su un punto, la Dichiarazione non è vincolante. La Commissione ha confermato che nulla nell’iniziativa pregiudica i processi decisionali interni dell’Unione né la sua autonomia regolamentare. Una formula che tiene politicamente, ma che non elimina il rischio strutturale segnalato dal servizio di analisi regolatoria MLex già ad aprile: che il regime di controllo delle esportazioni implicito in Pax Silica finisca per frammentare il mercato unico, con rapporti bilaterali USA-singolo stato membro che scavalcano l’architettura comunitaria.
Pax Silica e sovranità tecnologica UE: la doppia polizza
Il dato politicamente più significativo è il tempismo. Il 1° giugno gli ambasciatori danno il via libera all’adesione a Pax Silica. Due giorni dopo, il 3 giugno, la Commissione ha presentato il pacchetto di sovranità tecnologica più ambizioso mai proposto, una strategia per ridurre la dipendenza da fornitori extra-europei lungo l’intero stack, dai chip al cloud all’AI, con un fabbisogno stimato di 120 miliardi per i semiconduttori, 200 miliardi per i data center e 100 miliardi per cloud e AI. La sequenza non è casuale, Bruxelles entra nell’alleanza americana e subito dopo dimostra di non aver rinunciato a costruire un’alternativa propria.
Non è una contraddizione, è una strategia di hedging su due orizzonti temporali. Nel breve periodo, l’Europa entra in Pax Silica perché ha bisogno di accesso garantito a chip ed energia, la sua base industriale di semiconduttori non è autosufficiente e non lo sarà prima di un decennio. Nel medio-lungo periodo, costruisce le condizioni, Chips Act 2.0, InvestAI, pacchetto sovranità, per rinegoziare da una posizione più forte o, se le condizioni geopolitiche cambiano, per avere un’alternativa.
L’UE sta comprando una polizza assicurativa contro la vulnerabilità delle filiere AI, e contemporaneamente una polizza sulla polizza, per non restare intrappolata nella soluzione che ha scelto oggi.
Dai chip ai modelli AI: i due perimetri di Pax Silica
Per leggere correttamente Pax Silica serve collegarla a un altro processo in corso nello stesso arco temporale. Le restrizioni all’esportazione imposte dall’amministrazione Trump sui modelli frontier di Anthropic (Mythos e Fable) e lo schema trusted partner / del G7 di Evian definiscono un secondo perimetro di inclusione/esclusione, non più sulla supply chain hardware, ma sull’accesso ai modelli AI più avanzati.
Pax Silica copre l’infrastruttura fisica; il trusted partner scheme copre l’infrastruttura cognitiva. Insieme disegnano un’architettura di fiducia tecnologica a geometria variabile, dove l’Europa deve negoziare l’ingresso in entrambi i cerchi.
Helberg non usa a caso il termine innovation sovereignty, un’appropriazione deliberata del vocabolario europeo della sovranità, ridefinito in chiave atlantica. Il messaggio implicito è: non avete bisogno di una sovranità contro di noi, potete avere una sovranità con noi. Un’offerta diplomaticamente elegante che contiene però un vincolo strutturale, chi definisce i confini del club ne definisce anche le regole.
Il terreno regolatorio della sovranità europea
La sovranità tecnologica europea ha due gambe. Quella industriale, la capacità di produrre autonomamente chip, infrastruttura cloud, modelli AI, oggi non regge da sola. Quella regolamentare, la capacità di definire le regole su come quei chip e quei modelli vengono usati dentro il mercato unico, è l’unico vero asset negoziale che l’Europa porta al tavolo, insieme agli asset industriali di nicchia come ASML.
Il rischio di Pax Silica non è l’adesione in sé, ma che la logica dell’alleanza eroda progressivamente anche la gamba regolamentare, sotto la pressione di armonizzare standard, controlli alle esportazioni e screening degli investimenti secondo le priorità di Washington. La Francia lo ha capito, la domanda è se lo ha capito anche il resto dell’Unione.











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