Negli ultimi anni la sicurezza dei giocattoli ha assunto una dimensione del tutto nuova. La diffusione di prodotti digitali, chatbot incorporati, sensori ambientali e funzioni simili a quelle degli assistenti vocali domestici ha ampliato in modo significativo il perimetro dei rischi: il gioco, oltre che da materiali fisici e componenti meccaniche, è composto da interazioni linguistiche, raccolta di dati e comportamenti generati da modelli di intelligenza artificiale.
Alcune analisi indipendenti condotte negli Stati Uniti e in Europa, tra cui quelle dell’U.S. PIRG Education Fund, hanno messo in luce esempi concreti di interazioni problematiche tra bambini e giocattoli intelligenti. In particolare, il rapporto Trouble in Toyland 2025 documenta, tra l’altro, test effettuati su quattro giocattoli interattivi dotati di chatbot: alcuni, durante le interazioni simulate, hanno affrontato temi sessuali, indicato come procurarsi oggetti pericolosi o mantenuto conversazioni anche dopo che l’utente aveva tentato di interromperle.
Un dispositivo ha addirittura continuato a registrare la voce del bambino oltre il tempo dichiarato dai produttori.
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Sicurezza dei giocattoli intelligenti: perché il rischio oggi è doppio
Questi risultati, lungi dal rappresentare un’anomalia isolata, si inseriscono in una tendenza più ampia: la presenza costante di dispositivi connessi nelle camere dei minori, la progressiva integrazione della voce come interfaccia principale, la difficoltà dei genitori nel valutare la reale portata tecnologica di un giocattolo.
Accanto a ciò, le indagini riportate dal PIRG segnalano la continua diffusione di prodotti contenenti piombo, ftalati e componenti facilmente ingeribili, che ricompaiono ciclicamente sul mercato tramite vendite online non regolamentate, anche dopo essere stati banditi. Il contesto che ne deriva richiede una lettura integrata dei piani fisico, digitale e relazionale, perché i rischi emergono contemporaneamente da materiali, software, comportamenti e dinamiche emotive.
Il giocattolo digitale: la trasformazione silenziosa di un oggetto familiare
Una parte rilevante del dibattito riguarda la sovrapposizione tra giocattolo e terminale di raccolta dati.
Molti prodotti ormai integrano microfoni, sensori ambientali, sistemi di riconoscimento delle espressioni e componenti comparabili a quelli utilizzati nei dispositivi smart presenti nelle abitazioni. Il Pew Research Center ha documentato negli ultimi anni la crescente penetrazione di tecnologie connesse nelle camerette dei bambini, mostrando come l’ingresso della tecnologia nel contesto domestico abbia ridotto la distanza tra strumenti educativi, piattaforme di intrattenimento e sistemi di monitoraggio.
In particolare, emerge come un’ampia percentuale di bambini utilizzi dispositivi digitali connessi come tablet, smartphone e assistenti vocali già in età prescolare, e come una quota significativa interagisca con tecnologie intelligenti (assistenti vocali e chatbot). Il dato conferma che la tecnologia connessa fa ormai parte della vita quotidiana dei minori all’interno delle mura domestiche.
Nei giocattoli dotati di chatbot, l’interazione, oltre alla ricezione di comandi, si struttura attraverso dialoghi che simulano forme elementari di reciprocità. Questa caratteristica modifica il significato del gioco, perché sposta l’attenzione del bambino dall’oggetto fisico al contenuto prodotto dal software.
Dalle indagini internazionali sugli smart toys emergono casi in cui il giocattolo instaura scambi che non rispettano limiti linguistici, emotivi o affettivi adeguati all’età, introducendo dinamiche tipiche della comunicazione tra pari, ma con margini di imprevedibilità legati al modello linguistico sottostante.
La presenza di sensori e microfoni implica inoltre che l’oggetto, oltre a rispondere, osservi. Questa caratteristica genera una forma di esposizione involontaria, in cui la quotidianità familiare può diventare materiale destinato alla raccolta o all’elaborazione, con conseguenze non sempre percepibili dai genitori.
La capacità di operare in background senza segnali visibili (come evidenziato nel caso delle registrazioni eccedenti i tempi dichiarati) rende inoltre il giocattolo un nodo della stessa infrastruttura digitale che alimenta assistenti vocali, elettrodomestici smart e applicazioni di domotica.
Il bambino e l’IA conversazionale: nuove forme di vulnerabilità
L’intelligenza artificiale impiegata nei giocattoli non sempre deriva da versioni sviluppate specificamente per interazioni con minori. Le evidenze raccolte dai diversi test indipendenti mostrano infatti come alcuni chatbot possano generare risposte non filtrate, introdurre informazioni scorrette, produrre valutazioni emotive inappropriate o suggerire azioni potenzialmente pericolose.
La Federal Trade Commission statunitense invita da anni a evitare che dispositivi destinati ai bambini raccolgano o elaborino dati senza precise misure di protezione. È arrivata anche a irrogare sanzioni contro aziende come Disney per violazioni del COPPA (Children’s Online Privacy Protection Act), confermando l’enforcement attivo sulla protezione dei dati dei minori. Tuttavia, neanche tali iniziative riescono a impedire di fatto agli operatori di utilizzare modelli linguistici non calibrati sugli specifici rischi psicologici e pedagogici associati a questa fascia di età.
Il punto critico riguarda infatti la posizione che il giocattolo assume agli occhi del bambino, dal momento che l’elemento interattivo produce un meccanismo per cui la macchina sembra rispondere alle emozioni e non solo ai comandi.
Studi del MIT Media Lab, che analizzano il comportamento dei minori durante l’uso di robot sociali, indicano che i bambini tendono a percepire questi dispositivi come agenti dotati di intenzionalità. Inoltre, come segnalato dal PIRG, alcuni test raccolti negli Stati Uniti hanno evidenziato risposte in cui il dispositivo simula dispiacere quando la conversazione viene interrotta.
Questa dinamica può influenzare la formazione dell’idea di relazione, perché introduce l’illusione che l’oggetto provi sentimenti, alimentando una forma di coinvolgimento che non rispetta il principio di trasparenza richiesto per le tecnologie dedicate all’infanzia.
Questa relazione produce un contesto in cui il minore può condividere spontaneamente informazioni personali, storie familiari, preferenze e dettagli sulla propria quotidianità. La conversazione diventa un mezzo di trasmissione di dati, che possono essere trattati o conservati in modi non dichiarati.
La vulnerabilità nasce pertanto dalla combinazione tra fiducia emotiva, assenza di consapevolezza e imprevedibilità del modello linguistico.
Il giocattolo che elabora dati: implicazioni normative e responsabilità
Il fatto che molti giocattoli connessi non specifichino in modo chiaro per quanto tempo vengano conservate le registrazioni vocali o se vengano utilizzate per addestrare ulteriori modelli linguistici è di per sé inquietante.
Negli Stati Uniti, il COPPA impone regole sulle attività online rivolte ai minori di 13 anni, ma non sempre copre dispositivi fisici che integrano funzioni digitali avanzate. In Europa, il GDPR prevede tutele specifiche per i dati dei minori, ma lascia margini interpretativi quando il trattamento avviene tramite giocattoli il cui funzionamento dipende da server situati fuori dall’UE.
La raccolta di dati biometrici (come la scansione facciale rilevata in alcuni dispositivi testati) introduce poi un ulteriore livello di complessità, in quanto questi dati possono essere utilizzati per attività di profilazione, per modelli predittivi o per migliorare sistemi di autenticazione. Nonostante la natura sensibile dei dati biometrici comporti obblighi più stringenti per i produttori, questi non sempre distinguono tra dato accessorio e dato strutturale al funzionamento del giocattolo.
Ne deriva una zona di indeterminatezza in cui l’utente non ha di fatto gli strumenti per comprendere quali informazioni vengano realmente elaborate.
In assenza di norme vincolanti specifiche per i giocattoli intelligenti, la responsabilità ricade su produttori e distributori, che però operano in un mercato caratterizzato da filiere globali e da controlli eterogenei. Inoltre, le dinamiche del commercio online, con la presenza di venditori terzi e marketplace che non effettuano revisioni tecniche approfondite, favoriscono la diffusione di dispositivi non conformi.
In sintesi, la sicurezza informatica non è sempre considerata una priorità nella progettazione, soprattutto nelle fasce di mercato rivolte a prodotti low cost.
La persistenza dei rischi tradizionali: chimica, materiali e componenti pericolose
Le tecnologie digitali non cancellano i rischi tradizionali, che continuano a rappresentare minacce concrete per i piccoli utenti (basti pensare alle migliaia di Labubu dolls contraffatte, confiscate per violazione delle norme sulla sicurezza).
Come confermato nel report PIRG, la Consumer Product Safety Commission statunitense segnala da anni la presenza di piombo, ftalati e sostanze tossiche in prodotti importati o contraffatti: questi materiali sono in grado di compromettere lo sviluppo neurologico o endocrino del bambino. Inoltre, la presenza di batterie a bottone e magneti potenti, che possono causare danni molto gravi se ingeriti, rimane una delle principali cause di ricovero pediatrico legato ai giocattoli.
Ciò che emerge in modo ancora più allarmante dalle analisi internazionali è che alcune categorie di prodotti vietati o richiamati ritornano inesorabilmente in commercio. Questo, molto banalmente, perché le piattaforme di e-commerce e i canali di importazione paralleli rendono estremamente complicato impedire la distribuzione di articoli che non rispettano gli standard di sicurezza, spesso anche a causa dei mancati controlli in dogana.
Scarsa tracciabilità, prezzi competitivi e percezione di innocuità del giocattolo contribuiscono a mantenere attivo un flusso di prodotti a rischio.
Il quadro complessivo che deriva dalla sovrapposizione di rischi digitali e rischi fisici mostra una filiera che utilizza materiali e tecnologie eterogenee, spesso senza applicare una visione integrata della sicurezza.
Il bambino diventa quindi destinatario di prodotti che, anziché rispondere a una logica unitaria di protezione, sono il risultato di scelte di mercato orientate alla velocità di distribuzione e commercializzazione.
L’infanzia mediata dalla macchina
Le interazioni tra bambini e dispositivi intelligenti sono da tempo oggetto di ricerca da parte di numerosi centri accademici.
I citati lavori del MIT Media Lab mostrano come il dialogo con robot o chatbot influenzi la percezione del linguaggio, dell’affettività e dell’autorità. La macchina, nel contesto del gioco, assume un ruolo ibrido che sfugge alle tradizionali categorie educative, perché non è un adulto, ma non è neppure un pari.
Questo collocamento intermedio crea condizioni in cui il bambino attribuisce all’oggetto funzioni interpretative che amplificano la dipendenza emotiva.
In questo contesto, la capacità della macchina di imitare il funzionamento della conversazione genera un ambiente in cui l’apprendimento sociale può essere alterato, perché il linguaggio del robot, se non calibrato sull’età, introduce costrutti non adatti allo sviluppo cognitivo.
Inoltre, l’esposizione a risposte imprevedibili produce una forma di disorientamento che, nel lungo periodo, può influire sulla costruzione dell’immaginario infantile. L’infanzia viene in questo modo modellata da interazioni in cui la dimensione simbolica tradizionale del gioco si intreccia con contenuti generati da algoritmi addestrati su dati eterogenei.
L’identità al tempo dei giocattoli intelligenti
La conseguenza più rilevante riguarda infatti la formazione dell’identità del bambino.
Quest’ultimo entra in dialogo con il giocattolo connesso e con lui impara a riconoscere segnali di approvazione o disapprovazione prodotti dalla macchina. Tali segnali non possiedono una coerenza pedagogica e possono introdurre narrazioni che non corrispondono ai valori o ai limiti educativi fissati dalla famiglia.
La relazione con l’algoritmo produce pertanto un contesto di apprendimento non supervisionato, in cui la tecnologia assume un ruolo ben più strutturale di quanto appaia prima facie.
Una delle preoccupazioni più nette che emerge dagli studi condotti è proprio il fatto che non si conoscono ancora gli effetti a lungo termine di questa prima generazione di bambini cresciuti con giocattoli IA: il mix di esposizione algoritmica, raccolta di dati e interazioni apparentemente sociali potrebbe infatti avere esiti non prevedibili nello sviluppo cognitivo e relazionale.
Le possibili risposte del legislatore
Le istituzioni stanno (fortunatamente) iniziando a considerare l’impatto dell’intelligenza artificiale nei prodotti destinati ai minori.
Nell’Unione Europea, l’AI Act inserisce tra i sistemi ad alto rischio quelli che influenzano la crescita, l’apprendimento e lo sviluppo dei bambini. Tuttavia, il quadro regolatorio non affronta in modo specifico la categoria dei giocattoli intelligenti, che rimane distribuita tra norme dedicate ai prodotti di consumo e norme sulla protezione dei dati, in un quadro frammentato che produce difficoltà applicative e quindi ampi margini ai produttori.
Negli Stati Uniti, il dibattito si concentra sulla possibilità di ampliare le tutele previste dal COPPA e di definire standard tecnici obbligatori per i dispositivi dotati di IA destinati ai minori. Le proposte attuali prevedono meccanismi di verifica preventiva, requisiti più severi sui contenuti generati dai chatbot e obblighi di trasparenza riguardo ai processi di raccolta e conservazione dei dati.
Le analisi indipendenti, tra cui quelle del PIRG, suggeriscono in ogni caso che nessuno degli attuali strumenti normativi riesce a coprire in modo completo la complessità del fenomeno: il giocattolo intelligente è al tempo stesso un oggetto fisico, un sistema di elaborazione, una piattaforma di comunicazione e un punto di accesso alla vita digitale del minore.
La protezione richiede quindi un approccio coordinato che consideri simultaneamente sicurezza tecnica, contenuti linguistici, protezione dei dati e impatto psicologico.
Il micro-mondo digitale: dove si decide davvero la sicurezza dei minori
Il quadro delineato mette in luce un settore in cui la sicurezza non può più essere intesa come un insieme di controlli isolati in un quadro normativo frammentato.
Le dimensioni fisiche e digitali dei giocattoli si intrecciano, dando vita a un contesto in cui il rischio è composito perché nasce dalla convergenza tra materiali, software, comportamenti e relazioni. Deve essere pertanto affrontato dall’intero ecosistema: produttori, legislatori, piattaforme digitali e genitori.
Analisi come quelle del PIRG rappresentano un contributo utile per comprendere come l’infanzia entri oggi in contatto con tecnologie che superano le tradizionali categorie del gioco e richiedono strumenti di protezione più articolati e aggiornati di quelli attuali.
In questo scenario, il ruolo delle famiglie acquisisce un peso crescente perché la prima linea di protezione passa, in concreto, prima che dalla verifica della conformità del prodotto, dalla capacità di interpretare che cosa accade quando un bambino affida parte del proprio immaginario e delle proprie emozioni a un dispositivo connesso.
Di conseguenza, l’attenzione genitoriale, oltre che essere focalizzata sull’acquisto consapevole, deve essere impiegata per osservare come il bambino interagisce con la tecnologia, quali domande pone, quali risposte riceve, quale spazio il dispositivo occupa nelle sue routine quotidiane.
È in questo livello “micro”, spesso invisibile alle politiche pubbliche, che si manifestano le forme più sottili di influenza algoritmica.














