crisi del giornalismo

Quanto piace al potere la morte della verità



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Centrale per il futuro dell’informazione è tutelare l’infrastruttura della verità, ora erosa dal potere per i propri fini, con strumenti politici legati a doppio filo con le piattaforme digitali. Posta così la questione è chiara: non si tratta solo di difendere il giornalismo, ma tutelare una verità condivisa, agibile per le democrazie

Pubblicato il 9 gen 2026

Alessandro Longo
Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu



crisi della verità

Per anni il dibattito sulla crisi del giornalismo si è concentrato su alcuni punti di basso livello. Trasformazione digitale, modelli di business, fiducia del pubblico. Oggi quel perimetro non basta più. La libertà di stampa, nelle democrazie (sempre più) digitali, non dipende soltanto da ciò che i giornalisti scrivono o da come lavorano, ma da chi controlla le infrastrutture attraverso cui le notizie circolano, si finanziano, si rendono visibili e soprattutto si conservano nel tempo.

Vista così, la questione appare più chiara. Non si tratta più solo di difendere il giornalismo, ma di tutelare l’infrastruttura della verità, ora erosa dal potere per i propri fini, al tempo stesso politici ed economici.

È una consapevolezza che emerge con forza anche nel dibattito internazionale più recente, ben rappresentato in questi giorni dalla serie di podcast Journalism 2050 della Columbia Journalism Review.

Prezioso anche il contributo, su queste pagine, della commissaria Laura Aria di Agcom in particolare di fronte a quello che l’AI sta facendo al sistema dell’informazione.

Il punto ora non è più solo esaminare il malato ma anche capire che fare.

Riguarda prendere atto davvero del modo in cui le piattaforme digitali sono diventate, di fatto, il nuovo ambiente regolativo del giornalismo, senza però assumere le responsabilità pubbliche che storicamente hanno accompagnato i media di massa.

Quando la piattaforma diventa l’infrastruttura della sfera pubblica

Google, Meta, X, TikTok non sono più da tempo semplici canali di distribuzione. Sono contemporaneamente mercati pubblicitari, sistemi di ranking, archivi temporanei, arbitri di reputazione e – sempre più – interfacce cognitive che riassumono, sintetizzano e rispondono al posto delle fonti originali. Questo cumulo di funzioni produce un effetto strutturale: il giornalismo non controlla più i nodi critici della propria esistenza economica e democratica.

La letteratura antitrust lo documenta da tempo. Il rapporto della UK Competition and Markets Authority sul mercato della pubblicità digitale ha mostrato come l’elevata concentrazione in search e display advertising consenta alle grandi piattaforme di estrarre valore dall’attenzione e dai dati degli utenti, lasciando agli editori una quota residuale dei ricavi. Studi analoghi della Federal Trade Commission statunitense e dall’UE su Google soprattutto e dell’Ocse descrivono un fenomeno simile: chi controlla l’intermediazione controlla il mercato, indipendentemente dalla qualità del contenuto prodotto.

Per il giornalismo questo ha un impatto diretto: meno risorse per inchieste, esteri, contenziosi legali; maggiore pressione a produrre contenuti “compatibili” con gli algoritmi di visibilità. Non è censura classica, ma dipendenza strutturale.

L’asimmetria normativa: mezzi senza obblighi da mezzi

A rendere il quadro più instabile è l’asimmetria regolatoria che ha accompagnato la crescita delle piattaforme. Negli Stati Uniti, la Section 230 del Communications Decency Act ha garantito per decenni un’ampia immunità ai gestori di piattaforme rispetto ai contenuti ospitati. In Europa il quadro è stato diverso, ma comunque prudente: per anni le piattaforme sono state trattate come meri intermediari tecnici, non come attori centrali della sfera pubblica.

Solo con il Digital Services Act l’Unione europea ha provato a colmare questo vuoto, introducendo obblighi specifici per le piattaforme di grandi dimensioni: valutazione dei rischi sistemici, trasparenza pubblicitaria, audit indipendenti, accesso ai dati per i ricercatori. È un cambio di paradigma rilevante, ma incompleto. Come hanno osservato più volte studiosi e policy maker, il problema non è tanto la norma quanto l’enforcement: senza accesso reale ai dati e senza sanzioni rapide e credibili, la regolazione rischia di restare un esercizio formale.

Per il giornalismo, l’accesso ai dati non è un dettaglio tecnico. È ciò che consente di misurare la diffusione della disinformazione, l’amplificazione di contenuti d’odio, le campagne coordinate. Senza evidenze verificabili, anche la difesa della libertà di stampa diventa retorica.

Libertà di stampa sotto minaccia: il laboratorio dei conflitti

Le dinamiche più estreme rendono visibile ciò che altrove resta latente. Nei conflitti armati, come quello in corso a Gaza, la libertà di stampa è sotto attacco diretto: uccisioni di giornalisti, blackout informativi, delegittimazione sistematica dei reporter locali, schedati dal potere come terroristi.

Il Committee to Protect Journalists ha registrato nel 2024 e 2025 livelli record di giornalisti uccisi, con una concentrazione senza precedenti in alcuni teatri di guerra.

Ma la novità non è solo la violenza fisica.

A essere sotto attacco è l‘infrastruttura base dell’informazione (o della verità, come ci piace chiamarla).

L’intero ciclo informativo – raccolta, pubblicazione, conservazione – dipende da infrastrutture digitali fragili: upload rischiosi, contenuti soggetti a rimozioni automatiche da parte delle piattaforme o a policy opache su ciò che è consentito e cosa non lo è.

In questi contesti la censura non si manifesta solo come divieto, ma come erosione della prova: ciò che non è archiviato, verificabile, recuperabile nel tempo diventa facilmente contestabile o riscrivibile.

Archivi deboli, memoria fragile

Qui emerge uno dei punti più sottovalutati della crisi contemporanea: la debolezza degli archivi digitali. Il giornalismo non produce solo notizie, ma prove: documenti, video, testimonianze, dataset. Se questi materiali possono scomparire per una decisione di piattaforma, un automatismo di moderazione o una pressione legale indiretta, la funzione democratica dell’informazione viene compromessa a monte.

Il caso dei servizi di archiviazione del web – usati quotidianamente da giornalisti, ricercatori e magistrati per congelare pagine online – è emblematico. Le recenti notizie su indagini federali USA che coinvolgono Archive.is mostrano quanto la memoria pubblica digitale sia esposta. Non è un problema marginale o “tecnico”: è una questione di continuità della conoscenza.

A questo si aggiunge l’effetto delle rimozioni algoritmiche. In ambiti sensibili – guerre, terrorismo, diritti umani – contenuti di interesse pubblico possono essere classificati come “violazioni” e rimossi senza un contraddittorio efficace. La perdita non è solo per il singolo autore, ma per l’intero spazio pubblico. E’ successo a una delle giornaliste intervenute nel podcast: Google ha cancellato in automatico il suo archivio Drive di documenti di terroristi.

Il tradimento di internet

Chi ha vissuto internet dei primordi ha in bocca il sapore di un tradimento storico. L’idea che Internet, nato come infrastruttura aperta di emancipazione cognitiva e pluralismo, sia diventato l’esatto opposto di ciò che prometteva.

Nel podcast Journalism 2050 questo passaggio è raccontato come una disillusione generazionale — l’euforia dei blog, della partecipazione diffusa, della “macchina da stampa per tutti” — come ricorda Jay Rosen, uno dei principali fautori di quest’idea vent’anni fa.

E trova una cornice teorica più ampia nel lavoro di Tim Wu, in particolare nel suo nuovo libro The Age of Extraction.

Wu descrive Internet come un ecosistema che, dopo una fase iniziale di apertura e sperimentazione, è stato progressivamente colonizzato da attori capaci di trasformare l’attenzione umana nella risorsa economica centrale. Il sogno originario — più voci, più conoscenza, più libera circolazione delle idee e persino l’utopia di abbattere così ogni autocrazia rimasta — viene così sostituito da un modello industriale che funziona per estrazione e concentrazione: estrazione di dati, di tempo, di comportamenti; concentrazione di potere economico, informativo e simbolico.

Prima la Cina ha dimostrato che l’autocrazia può convivere con internet e con i suoi vantaggi economici.

Ora l’abuso del potere verso la libertà di informazione entra anche nei Paesi democratici, a opera di Governi populisti e big tech, nota lo stesso Rosen.

È qui che il “tradimento” diventa strutturale. Non si tratta di un incidente di percorso o di una deriva imprevista, ma dell’esito logico di un mercato della comunicazione lasciato senza contropoteri, in cui — come ricorda Wu — la storia dei media insegna che senza regole il ciclo tende sempre a chiudersi in forme di monopolio o oligopolio.

Nel podcast questa dinamica viene riletta in chiave culturale e politica: la promessa di un web che avrebbe dissolto le “masse” in pubblici attivi si è rovesciata in un ambiente che tratta di nuovo le persone come aggregati da misurare, profilare e indirizzare.

Si ricorda la famosa frase di Ortega y Gasset (1883-1955): non esistono le masse, ma solo modi di vedere le persone come masse. Questi modi servono al potere, politico ed economico, per estrarre consenso e profitti.

Internet è diventata la più grande macchina di estrazione di massa e da persone trasformate in massa profilata.

La tecnologia che doveva moltiplicare le differenze finisce per appiattirle; l’infrastruttura che doveva favorire il dissenso premia ciò che polarizza; la libertà di espressione si trasforma in libertà di amplificazione per chi controlla l’algoritmo.

Sono i temi che molto opportunamente tratta Riccardo Luna nel suo nuovo Qualcosa è andato storto.

In questo senso, il tradimento del sogno di Internet non è solo un problema del giornalismo, ma il nodo centrale di una crisi democratica più ampia: quando l’architettura dell’informazione è progettata per massimizzare l’attenzione e non la comprensione, la verità diventa più fragile, la memoria più corta e il potere molto più difficile da contestare.

Il vecchio mantra di Jay Rosen (“il giornalismo migliora quando chi è fuori dalla redazione partecipa”) diventa ambivalente: la partecipazione è reale—blog ieri, Substack oggi, mentre i social sono sempre più intrattenimento video —ma dentro un ambiente in cui, senza regolazione e senza robustezza, “la moneta cattiva scaccia quella buona”, come lui dice richiamando la legge di Gresham.

Nel mercato della parola non regolato, vince chi monetizza più velocemente attenzione, rabbia, appartenenza; non chi investe di più in verifica, contesto e responsabilità.

Dalle piattaforme all’AI: chi controlla l’interfaccia della conoscenza

Un ulteriore salto di scala è rappresentato dall’intelligenza artificiale generativa. I grandi modelli linguistici non si limitano a distribuire contenuti: li sintetizzano, li riassumono, li presentano come risposte uniche e “neutre”. Il rischio, segnalato da numerosi studi accademici, è un appiattimento cognitivo: la pluralità delle fonti viene compressa in output uniformi, difficili da contestare perché privi di una paternità editoriale chiara.

Quando l’interfaccia dominante di accesso all’informazione non è più l’articolo, ma la risposta sintetica, il potere delle piattaforme si sposta dalla distribuzione alla mediazione della conoscenza. Anche qui il problema non è tecnologico in sé, ma istituzionale: chi garantisce trasparenza, tracciabilità delle fonti, possibilità di verifica?

In crisi l’infrastruttura della verità, non solo il giornalismo

Ridurre tutto questo a una crisi “dei giornali” significa mancare il bersaglio. Il nodo è infrastrutturale, si diceva. La libertà di stampa nel digitale dipende da condizioni che vanno oltre la singola redazione: pluralismo nei mercati pubblicitari, accesso ai dati, archivi robusti, tutele legali aggiornate per chi fa informazione fuori dai media tradizionali, capacità delle istituzioni di imporre regole a chi gestisce infrastrutture critiche della sfera pubblica.

La storia insegna che la censura non arriva sempre con i divieti espliciti. A volte – come durante il maccartismo negli Usa anni 50, nella Germania Est, in Unione Sovietica – si manifesta come sparizione silenziosa di titoli, testate e istituti di ricerca. Altre volte come saturazione di rumore e confusione. Al potere non serve più convincerci che le sue affermazioni sono vere; gli basta convincerci che nulla è vero, tutto è relativo, minando la fiducia nel giornalismo e in qualsiasi contro-potere (compresa la magistratura). L’ha fatto il Nazismo, ora lo fa Donald Trump, con strumenti forse solo apparentemente più democratici.

Quello che accade a Gaza, per gli autori del podcast, è solo il sintomo più grave di questa crisi perché l’erosione della verità è portata alle estreme conseguenze. Si tratta di un fenomeno molto diffuso dopo l’11 settembre: quando c’è un’accusa di terrorismo o un collegamento con un’organizzazione terroristica, all’improvviso si passa dall’essere innocenti fino a prova contraria all’essere colpevoli fino a prova contraria.

Quella colpevolezza è essenzialmente la soglia legale utilizzata per rendere accettabile un omicidio. Non solo. Altre persone hanno paura di criticare queste azioni perché sembrerebbe che stiano difendendo persone associate a gruppi militanti. Hanno paura di difenderli perché ciò metterebbe in discussione il loro giornalismo. Sono terrorizzati all’idea di essere raggruppati e screditati – raccontano gli autori del podcast. Il giornalismo ovvero la libera informazione ovvero la verità muore così due volte. Con i giornalisti uccisi e con il fumus creato dal potere intorno a loro.

La delegittimazione politica di certe persone (e istanze) va ora di pari passo con la macchina digitale.

Le armi digitali contro la verità

Un’inchiesta della BBC ha mostrato come Meta ha oscurato le voci dei palestinesi dopo l’inizio della guerra a Gaza; forse uno dei peggiori schiaffi all’ottimismo del citizen journalism che Rosen immaginava potenziato da internet.

Organizzazioni per i diritti e osservatori hanno segnalato riduzioni di reach, rimozioni e penalizzazioni che colpiscono in modo sproporzionato contenuti pro-Palestina o legati a diritti umani. Meta in alcuni casi ha attribuito episodi a bug o a misure temporanee di enforcement, ma le contestazioni parlano di un pattern ricorrente. Ci sono casi documentati di account pro-Palestina resi non disponibili o “lockati”, con motivazioni ufficiali legate a sicurezza o policy, ma contestati da attivisti e watchdog come restrizioni di fatto alla circolazione di informazione e testimonianz

Strumenti come la deindicizzazione, la demonetizzazione, la cancellazione automatica o la distruzione irreversibile degli archivi concorrono alla perdita della memoria, ossia dei pochi elementi che possiamo ancora portare a supporto della verità. Attaccata poi frontalmente dalla disinformazione armata dall’intelligenza artificiale (video e testuale).

I fini delle big tech per il profitto a ogni costo e dei politici populisti come Trump convergono ora, mai con così tanta forza come in questo periodo.

In questo senso, il dibattito internazionale – incluso quello alimentato da Journalism 2050 – pone una domanda che riguarda direttamente l’agenda digitale europea: può esistere libertà di stampa e – più in alto – una verità condivisa agibile per le democrazie, senza sovranità sulle infrastrutture dell’informazione?

Se la risposta è no, allora il futuro del giornalismo non si gioca solo nelle redazioni, ma nelle scelte di regolazione, concorrenza e governance tecnologica che le democrazie sapranno (o non sapranno) mettere in campo nei prossimi anni.

Una partita in cui l’Europa non si è mai sentita così sola.

Bibliografia

Libri e saggi su piattaforme, potere e informazione

  • Tim Wu, The Age of Extraction: How Tech Platforms Conquered the Economy and Threaten Our Future Prosperity, Knopf, New York, pubblicato 4 novembre 2025 — analizza in modo critico la trasformazione di Internet da promessa di democratizzazione a sistema di estrazione di valore economico e cognitivo.
  • Tim Wu, The Attention Merchants: The Epic Scramble to Get Inside Our Heads, Knopf, 2016 — storicizza la commercializzazione dell’attenzione come risorsa economica.
  • Tim Wu, The Curse of Bigness: Antitrust in the New Gilded Age, Columbia Global Reports, 2018 — approfondisce il ruolo dell’antitrust nella governance delle grandi imprese tecnologiche.
  • Jay Rosen, What Are Journalists For?, Yale University Press, 1999 — riflessione fondamentale sulla funzione democratica del giornalismo.
  • Jason Stanley, How Propaganda Works, Princeton University Press, 2015 — analisi del funzionamento della propaganda e della manipolazione dell’informazione.
  • Riccardo Luca, Qualcosa è andato storto (Solferino, 2025)

Rapporti e studi istituzionali

  • UK Competition and Markets Authority (CMA), Online Platforms and Digital Advertising Market Study, 2020 — studio di riferimento sulla concentrazione nei mercati pubblicitari digitali.
  • OECD, An Introduction to Online Platforms and Their Role in the Digital Transformation, 2019 — quadro comparativo internazionale sull’impatto delle piattaforme.
  • Federal Trade Commission (FTC), Competition and Consumer Protection in the 21st Century, 2020 — rapporto sulla concorrenza e i rischi dei mercati digitali.

Libertà di stampa, conflitti e censura

  • Committee to Protect Journalists (CPJ), rapporti annuali su giornalisti uccisi e rischi per la stampa.
  • Reporters Without Borders (RSF), World Press Freedom Index.
  • Human Rights Watch, Meta’s Broken Promises: Systemic Censorship of Palestine Content on Instagram and Facebook — documento che denuncia la moderazione sproporzionata del contenuto palestinese.
  • BBC News Arabic / BBC World Service — inchieste su come le piattaforme hanno ridotto reach e engagement di media palestinesi dopo ottobre 2023.

Teoria filosofica, memoria e massa

Hannah Arendt, Verità e politica — riflessione sulla verità e le condizioni per la sua sopravvivenza nelle società politiche.

José Ortega y Gasset, La ribellione delle masse — classico sulla visione delle masse nella sfera pubblica.

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Marco
Marco
15 minuti fa

Inquietante…

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