la sfida della formazione

Ragazzi “insieme da soli”: il prezzo del sovradosaggio digitale



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La comunicazione digitale ha trasformato profondamente la socializzazione delle nuove generazioni. I giovani mostrano nuovi bisogni cognitivi ed emotivi, mentre scuola e famiglia faticano a rispondere. Restano aperte domande cruciali su identità, relazioni, benessere e trasmissione culturale tra generazioni

Pubblicato il 25 feb 2026

Mario Morcellini

Professore ordinario emerito in Sociologia della Comunicazione e dei Media digitali alla Sapienza Università di Roma



smartphone durante l’infanzia (1) dipendenza da smartphone nomofobia Bambini e internet

Dobbiamo avvicinarci alla verità sull’impatto della comunicazione, non nascondendoci che quella digitale rappresenta la vertenza più acuta e indecidibile, anche per la buona ragione che i suoi parametri sono progressivi e quasi fuori misura.

Un’ecologia mediale senza precedenti: i nuovi modi di conoscere

È nel mutamento

che le cose

si riposano.

Eraclito

Basti partire da un assunto: si tratta di capire un’ecologia mediale talmente nuova da abbandonare la dimensione lineare, storicamente connaturata all’esperienza sociale dei media.

Già questo sconvolge completamente l’approccio richiesto al ricercatore, perché congeda gli studi sulle politiche culturali e le analisi delle filosofie editoriali; in altre parole, dai cambiamenti esce completamente stravolta e riconfigurata la comunicazione generalista. Ma d’altro canto, ci mancano ancora troppe parole per capire la letterale devozione giovanile nei confronti del digitale.[1] In altre parole, cambiano radicalmente i modi in cui noi conosciamo.

Bisogni cognitivi e crisi della trasmissione culturale

Una tale questione induce a sottolineare nuovi bisogni cognitivi ed emotivi, evidentemente non soddisfatti e gratificati dalle precedenti culture e socializzazioni, aprendo un’ulteriore questione: come mai le appartenenze e le stesse dimensioni simboliche non solo del passato, ma persino quelle delle generazioni immediatamente precedenti, hanno visto radicalmente collassare la presa sulla vita e sulla mente dei nuovi venuti?

Per di più, a questa indebolita “capacità” si aggiunge un’ulteriore questione in termini di storia della cultura e dei suoi cambiamenti; le visioni del presente sembrano durature e onnipotenti, ma le loro basi sono fragili se non c’è manutenzione dei valori sottostanti.

Idolatria digitale e analisi di impatto: un paradigma necessario

Torniamo allora al tema dell’idolatria digitale, perché altrimenti si aggraverebbe (per una sacrosanta tentazione di rassicurazione) il deficit di analisi sull’impatto sociale di questo nuovo e potente tipo di comunicazione. Non serve un generico studio, ma una convinta applicazione del paradigma dell’analisi di impatto.

Ne consegue che il problema diventa più impellente per i giovani e per i ragazzi. Si tratta di capire la velocità del cambiamento, cosa i conseguenti nuovi comportamenti hanno sostituito o emarginato, riconoscendo che gran parte dei nuovi bisogni di questi target sembrano pienamente soddisfatti della comunicazione.

Giovani e digitale: diete mediali, conformismo e seduzione della rete

Tutto ciò significa allora che essa si è rivelata un distributore di socialità più o meno reale per le ultime generazioni al punto da porci una questione cruciale: come si ridefinisce la loro cultura e il sistema delle relazioni con la società? Non possiamo accontentarci solo di questa ipotesi speculativa, perché evidentemente siamo di fronte a trasformazioni sia della mente che delle forme di interattività, traducibili poi in specifiche “relazioni esterne” con i media, anche se appare chiaro che quelli old style non sono stati in grado di gratificare aspettative sempre nuove, indebolendo dunque la capacità interattiva dei media condannati all’aggettivo di “vecchi”, e dunque destinati al declassamento rispetto al front page delle scelte.

Appaiono in tutta la loro crudezza le differenze con l’universo adulto, ma è meno chiaro, in attesa di adeguati riscontri sui dati, quanto questi comportamenti di scelta possano profondamente impregnare di sé il tempo della formazione. Osservando il percorso evolutivo delle diete digitali possono diventare più chiari la mappatura delle scelte per classi di età, la graduazione delle interazioni con le diverse tappe della formazione scolastica e l’impatto dell’imitazione e del conformismo in riferimento alle singole età.

Questo insieme di indagini, tutte urgenti e doverose, sono destinate ad un chiarimento concettuale già in termini di impostazione e possono riavviare una riflessione su come oggi il soggetto giovanile conosce la realtà sociale a fronte della seduzione digitale anche sotto il peso delle tante crisi stratificate e concentrate sulla condizione giovanile, a partire da quella che già semanticamente definisce il clima culturale circostante a questo passaggio della modernità: la flessibilità lavorativa che sappiamo essere ormai una cifra della realtà hic et nunc, ben più importante ed evocativa perché coinvolge la percezione stessa di un equilibrato rapporto con la dimensione sociale dell’esistenza; si profila dunque il rischio che una sostanziale rimozione o comunque un innaturale rinvio nel tempo del tema “società” finisca quasi per sfuggire alla mappa degli interessi comunicativi di ragazzi e giovani.

Flessibilità lavorativa e rimozione del tema “società”

Un nodo non meno interessante è la misura in cui la predominanza di interazioni virtuali modifica la postura e lo stile in cui il soggetto si confronta con il mondo circostante, costruendo priorità puntualmente nuove, e sempre conseguenti cancellazioni.

Riassumendo bruscamente l’interrogativo, quanta conoscenza sociale si sviluppa nelle società contemporanee in presenza delle tecnologie digitali? In altri termini, come si ridefinisce il sentimento relazionale di sé e il benessere tratto dal capitale sociale di generazione?

E tutto ciò senza trascurare che un’eventuale sopravvalutazione dell’esclusività nelle relazioni tra pari finisce per compromettere una visione non superficiale dei luoghi istituzionali definiti acutamente dal Rapporto Censis 2022[2], capaci di “ospitare il pensiero”.

“Insieme da soli”: ambienti segregati e distanza dagli adulti

C’è un’aria di staticità nella rassicurante ripetizione quotidiana dei comportamenti comunicativi. Qui la formula celebre di un titolo autorevole sulle trasformazioni digitali che ci ha insegnato a vedere gli uomini di oggi “insieme da soli“, porta a riflettere sul modo in cui l’interazione con le macchine digitali avviene prevalentemente in ambienti segregati, in stanze accuratamente chiuse agli adulti che, alla lunga, tutto sono meno che una comfort zone.

O meglio, è percepita e vissuta come benessere, ma in realtà diventa una sistematica presa di distanza rispetto ad adulti che potrebbero essere significativi, ridotti troppo spesso al ruolo di “impiegati agli affetti”. In generale, tende a sfumare sullo sfondo ogni riferimento alla dialettica bene/male, quasi ridotta a una griglia per leggere un film o una serie.

Indagini etnografiche e ruolo di genitori e docenti

Raggiungiamo così l’ulteriore indizio che le indagini meramente qualitative risultino decisive per valorizzare il peso percentuale dei trend osservati, ma dicono poco se questi non sono riscontrati, magari anche su piccoli campioni, grazie ad indagini etnografiche volte a restituirci fotografie di giovani in situazione digitale.

Solo così diventano gli interrogativi su cosa fanno, quanto diversi risultano persino rispetto alla leva giovanile immediatamente precedente, quanto contano per loro le scelte tematiche che adottano, e infine come stanno in termini di benessere e completezza dell’esperienza biografica.

Rispetto a interrogativi così pertinenti e penetranti, noi adulti cerchiamo di interrogarci ma troppo spesso finiamo per adagiarci su quello che inevitabilmente finiscono per fare i genitori; assistiamo quasi come spettatori. Un rischio che lambisce anche gli stessi docenti, parte integrante di questo discorso per le inedite difficoltà che la dominazione tecnologica regala alla loro funzione.

Del resto, le loro stesse scelte comunicative mostrano un’inevitabile capacità di armistizio per non apparire “fuori corso” agli occhi dei loro studenti.

Povertà culturale e digitale: il lavoro di rimediazione educativa

È necessario allora cominciare a proporre specifici servomeccanismi, comunque attinenti alla varietà che sempre dovrebbe accompagnare la formazione di base, la cultura e l’esplorazione dei campi della comunicazione, anche quando si tratta di competenze digitali.

Una situazione che consente una diversa prossimità rispetto a una conoscenza di cui abbiamo bisogno per vivere e interagire significativamente con gli altri. Molto più difficile, però, si presenta il vero e proprio “lavoro dello spettatore” per giovani e soprattutto bambini, senza considerare un’ulteriore criticità: quella dei “poveri culturali e digitali“.

Chi davvero ce la farà a variegare il loro sovradosaggio digitale con gli altri mondi e interessi che servono per crescere, potendo contare così su un dialogo significativo e adeguato con il contesto e l’ambiente? Solo insegnanti e genitori “sanno” la difficoltà e la fatica di un lavoro di rimediazione e “rammendo” delle tante assenze di contenuti e valori che non è difficile riconoscere negli atlanti semantici del digitale. Ma la vita quotidiana ha sempre fretta e induce ad andare avanti.

Desocializzazione: giovani senza memoria e formazione senza futuro

Stiamo descrivendo con insistenza giovani accasati nella comunicazione che, se e quando privi di altre forme di relazioni sociali significative, rischiano di apparire “campioni senza valore”, spesso senza memoria e comunque in ritardo sostanziale rispetto all’acquisizione di un’autonomia che non sia semplicemente una posa, o una nuova coperta digitale buona per tutti e rassicurante solo in apparenza.

Il contrasto con la formazione non può essere più clamoroso perché essa è per definizione azione sociale, apertura all’altro, scoperta continua di volti diversi. Il carattere imperioso della comunicazione digitale sembra quasi ridurre le reali aperture agli altri, sostituite da una semplice e generica connessione. Visti da fuori è come se i ragazzi di oggi, intrisi di digitale, sembrassero credere che per essere, esistere, sentirsi vivi, non c’è bisogno di avere un passato.

Ma così persino il licenziamento della storia finisce per togliere spazi di conoscenza ad una condizione giovanile che difficilmente potrà recuperare, più avanti, nel tempo di crescita. Ecco la regione in forza di cui le verifiche di queste ipotesi intellettuali dovranno essere rigorose e ripetute, perché sempre sappiamo che la cultura trova comunque altre vie per affermarsi, ma senza nascondere l’assunto che oggi è il digitale a formare i nuovi italiani.

Scarto generazionale e declino della socializzazione tradizionale

Ho dedicato un saggio alla tematica che sto tratteggiando, definendo la situazione della formazione di oggi come desocializzazione[3]; termine e concetto sono entrambi stressanti, ma è difficile non accorgersi della solitudine formativa in cui i ragazzi di oggi credono di costituire la propria autonomia, sempre e comunque enfatizzando le differenze con gli adulti: non è più solo il normale ritmo dello scarto generazionale.

C’è qualcosa di più e di diverso che probabilmente chiama in causa un esaurimento o almeno un declino della forza della scuola e della formazione definite tradizionali: un elemento radicale di danno inferto alle nuove generazioni, perché nasconde un ossequio sostanziale ad un modello di inculturazione non identitario, per troppi aspetti formattato sulla globalizzazione degli immaginari mediali e tecnologici.

Serve il coraggio di assumere che la socializzazione tradizionale, convinta che il suo curriculum abbia ancora la forza di coltivare e “produrre” l’ingresso in società dei nuovi venuti, non mostra un’adeguata capacità di difesa e autodifesa, resa peraltro difficile dal festival dell’obbedienza al mondo nuovo; rischia così di mancare uno sguardo critico nei confronti di culture e mondi inediti[4], di cui non abbiamo potuto sperimentare criticità o riduzionismi, smarrendo una preoccupazione che l’educazione ha sempre valutato: il principio di precauzione.


Note

[1] Ho collaborato nell’ultimo biennio a due riflessioni pubbliche sul tema per altrettanti volumi editi dall’Ufficio Studi Rai per impulso del suo direttore Francesco Giorgino. Il primo contributo introduce la seconda parte del volume intitolato Trasformazione digitale e intelligenza artificiale, Rai Libri, Roma 2024, con un capitolo intitolato “Cambiare senza smettere di essere”. A sua volta, lo studio più recente è intitolato “Sharing generation. Un orizzonte nuovo per l’interfaccia giovani/Rai” in corso di pubblicazione, per la stessa casa editrice, e intitolato Le nuove generazioni e i Media audiovisivi, conquistare l’attenzione dei GenZ e della GenAlpha, Rai Libri, Roma 2026.

[2] Cfr. sia il tradizionale Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, FrancoAngeli, Milano 2022, sia il Rapporto Wind Tre – Censis, “La nuova fase della Digital-Life in Italia”, III Edizione, 2023.

[3] Sull’insieme degli argomenti qui trattati rinvio all’editoriale che apre il Numero monografico da me curato per la Rivista Paradoxa e dedicato a “Giovani e società. Fine della trasmissione?”, Anno XVI, n. 4 (ottobre-dicembre 2022).

[4] Su questi temi cfr l’intero lavoro di Maryanne Wolf. In particolare cfr. M. Wolf, Lettore vieni a casa, Edizioni Vita e pensiero, Milano 2018. Ma per una prospettiva fondata su un’indispensabile “bi-alfabetizzazione” (ai contenuti del canone classico e al digitale) e per la descrizione di un’efficace media education focalizzata su un autentico digital wellbeing in grado di coniugare tradizione e innovazione, si veda anche M. Gui, Il digitale a scuola. Rivoluzione o abbaglio?, Il Mulino, Bologna 2019.

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