l’analisi

Storytelling ovunque: come la rete trasforma informazione e politica



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Nell’ecosistema digitale la narrazione domina: notizie, propaganda, marketing e social diventano storie che orientano percezioni e scelte. Piattaforme e governi competono per controllare agenda e fatti, mentre bolle, fake news e paura rafforzano nuove forme di consenso

Pubblicato il 20 feb 2026

Lelio Demichelis

Sociologo della tecnica e del capitalismo



storytelling

Ci piace raccontare storie. Ci piace ascoltare storie. Crediamo alle storie che ci vengono raccontate e ne chiediamo sempre di più – e più che razionali e pragmatici, più che rifarci ai soli fatti, siamo narrativi compulsivi.

Perché vogliamo storie senza fine

Crediamo alle favole anche se poi ci diciamo di non credere alla favole. Anche i numeri – che servono a creare il Big Data e a nutrire l’i.a. – sono narrazione,  producono narrazione di noi stessi nel capitalismo della sorveglianza e servono a darci le narrazioni che vogliamo attraverso le bolle di filtraggio.

Tutto, oggi – ma non da oggi – è narrazione, tutto è storytelling[i] (l’arte di raccontare storie, nata quasi in contemporanea con la comparsa dell’uomo come strumento di socializzazione, ma poi diventata una industria capitalistica con l’industrializzazione della produzione di storie, cioè con l’industria culturale di cui scrivevano Horkheimer e Adorno nel 1947, poi diventata una potentissima arma di manipolazione), anche ciò che chiamiamo eventi sono una narrazione; e tutto è seriale (le serie televisive), tutto è sempre uguale ma sempre diverso (vogliamo storie sempre diverse ma tutte le storie si somigliano e si devono somigliare nella loro struttura narrativa e nei contenuti che vogliono trasmettere, perché ci piace ciò che sembra nuovo ma che insieme ci rassicura, somigliando alla vita reale).

Quando tutto diventa storytelling: media, consumo, intrattenimento

Narrazioni/storie sono le pubblicità (il marketing è un gigantesco affabulatore di merci), appunto le serie televisive, i film, i video su YouTube e similari, i social, gli/le influencer, le stesse informazioni sono presentate nella forma di narrazioni (il modello è stato la Repubblica), le sciagure diventano narrazioni, la propaganda e le ideologie politiche sono una forma di narrazione (fascismo e nazismo erano soprattutto narrazioni, narrazioni orali e scenografiche erano le adunate popolari), narrazioni sono pure le fake news (e molti ci credono davvero, più che alla verità), narrazioni sono i complottismi, la moda (Valentino e Armani su tutti), le community e la narrativa schiaccia la saggistica (poco attrattiva la seconda: obbliga a pensare) nelle librerie fisiche e online. Narrazione è la propaganda incessante e ormai nauseante a favore dell’intelligenza artificiale, che si impone come dato di fatto attraverso la narrazione, sempre virtuosa di se stessa, fatta da se stessa.

Narrazione al tempo della rete e politica della paura

Narrazione/fake news/propaganda è la produzione della paura e della criminalizzazione dei migranti e dei rom, narrazione/fake news/propaganda è la paura della Russia (“ci invaderanno da qui a tre anni, arriveranno fino al Portogallo” – ed è inutile ribattere che se non riescono neppure a conquistare il Donbass…), utile però per spostare l’attenzione e gli investimenti dall’ecologia al riarmo, molto più vantaggioso in termine di profitto capitalistico a breve termine.

Trump, Progetto 25 e l’horror politico come trama

Narrazioni sono le follie deliranti di Trump con il suo MAGA, narrazione è il Progetto 25 della Heritage Foundation, e narratori dell’horror politico e sociale sono i complici di Trump (“Stephen Miller, architetto squilibrato della pulizia etnica, Russel Vought, sovrintendente alla decostruzione dello stato amministrativo e picconatore del patto sociale, Pete Hegseth, ministro delle guerre in versione Marvel, Pam Bondi, gendarme incaricata delle vendette personali del presidentissimo. […]

Sopra a tutto un’oligarchia complice di uno storico peculato articolato in cripto affari e smercio di indulgenze, il lucro ostentato della dinastia Trump”[ii]); e narrazione è stato il rapimento di Maduro con l’accusa di essere un narcotrafficante, dopo che lo stesso Trump aveva graziato, un mese prima, Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras e condannato negli Stati Uniti a 45 anni di carcere per narcotraffico (evidentemente essere narcotrafficanti di destra è più vantaggioso che esserlo di sinistra).

Narrazione erano le favole pedagogiche di un tempo (“Attenti al lupo!”), narrazione sono i videogiochi, il fantasy e la sua ideologia più o meno nascosta, narrazioni sono le conferenze stampa della premier Meloni e i suoi continui cambi d’abito. Narrazione è il maccartismo di ieri e di oggi. Narrazione è il negazionismo climatico contro l’evidenza della scienza.

Narrazione al tempo della rete: regimi di verità e potere

Del rapporto tra potere e narrazione si occupa anche Martin Moore che dirige il Centre for the Study of Media, Communication and Power al King’s College (Università di Londra). Da ultimo concentrandosi sul potere autoritario e su quello (più soft) dei poteri cosidetti democratici. Scopo comune di tutte le forme di potere, politico ma oggi soprattutto capitalistico e tecnologico/tecnico, quello di imporre una verità, una narrazione, quella del potere – e molto dobbiamo, anche su questo tema a Michel Foucault e ai suoi studi sui processi di veridizione/regimi di verità, antichi e moderni, e sui meccanismi di governamentalizzazione biopolitica.

Stati, piattaforme e controllo dell’agenda: la sfera pubblica autoritaria

Sostiene Moore, rispondendo a Carl Miller[iii]: “Quando studiavo l’ascesa delle piattaforme – diventate di fatto la nuova piazza pubblica – era evidente che avrebbero avuto un ruolo enorme nella comunicazione politica globale.

Quello che non mi era chiaro, allora, era che i governi avrebbero reagito. In quel periodo sembrava che gli Stati fossero in ritirata: si parlava di fine del potere, di istituzioni in dissoluzione, di un processo di democratizzazione e frammentazione. Poi è diventato evidente che gli Stati – incluse sempre più anche le democrazie – stavano trovando modi per riprendersi il controllo di certe narrazioni politiche.

Arrivati al 2025, si vede chiaramente che molti governi hanno recuperato molto potere e continuano ad aumentarlo in modo pericoloso e poco democratico: il risultato è una sfera pubblica più autoritaria e l’avanzata di realtà sovrane”. Ancora di più oggi, infatti, “le news sono essenziali. Molti governi hanno capito che, per ottenere una supremazia narrativa – o dominanza [noi diremmo piuttosto egemonia]– devono controllare l’agenda e una parte dei fatti che rendono credibile quell’agenda. […] E se un governo riesce a controllare non tutte” le notizie, ma la maggior parte, è già molto avanti sulla strada della dominazione della narrazione nazionale. […] E noi umani mettiamo insieme il senso del mondo tramite storie complessive, quadri interpretativi”.

Storie, appunto, narrazioni, regimi di verità attraverso narrazioni fatte condividere.

E negli ultimi 10-15 anni – continua Moore – “questa logica si è diffusa ovunque: nel marketing (per vendere bisogna raccontare storie migliori), nelle istituzioni (se siamo in crisi dobbiamo raccontare meglio la nostra storia), e sempre di più in politica” – ma per noi soprattutto nel mondo capitalistico e tecnico (supra, l’i.a.).

Ancora Moore: “Qui entra il concetto di narrazione strategica: non è un racconto singolo, è una trama ampia con arco narrativo, origine, personaggi, spesso in termini binari (buoni/cattivi), e un andamento deterministico verso un punto di arrivo. […] Una volta fissata la cornice, ogni evento viene riportato attraverso quel prisma. […] I fatti non devono mai contraddire la storia complessiva: devono sempre trovare posto al suo interno” – e quindi la narrazione strategica diventa una ideologia, che spiega il passato, interpreta il presente e anticipa il futuro, come scriveva Hannah Arendt già nel 1951, a proposito delle origini del totalitarismo novecentesco.

Autoritarismo politico vs autoritarismo tecno-economico

Ma non ci sono solo gli stati, più o meno autoritari – come la Cina dove recentemente Xi Jinping ha detto che occorre impegnarsi a plasmare il cyberspazio con voci positive, valori mainstream [cioè cinesi e socialisti di mercato], rendendo internet una piattaforma vitale per l’orientamento ideologico, la coltivazione morale [e sottolineiamo orientamento ideologico e coltivazione morale] e l’eredità culturale[della Cina].

Bisogna approfondire la comunicazione online delle nuove teorie del partito, promuovere i valori socialisti fondamentali e creare più opere digitali significative, empatiche e influenti”[iv]. Che tuttavia è esattamente (e specularmente preoccupante per chi ama libertà, democrazia e responsabilità) ciò che stanno facendo anche il capitalismo & il sistema tecnico digitale occidentale, promuovendo (con i loro governi) i propri (dis)valori per il profitto del capitale, orientando  e coltivando le masse secondo l’ideologia del tecno-capitalismo.  

Già, perché accanto all’autoritarismo e al totalitarismo politico, vi è quello capitalistico e tecnico. Ma torniamo a Moore, che conferma: “C’è anche una specificità tecnologico-economica: adozione rapidissima dei social e grande dipendenza da servizi di messaggistica, in particolare WhatsApp, anche per via di dinamiche di piani-dati e accesso agevolato ai servizi Meta. Questo ha reso WhatsApp non solo un canale relazionale, ma anche una infrastruttura primaria per informazione e politica”. Per la politica, per il capitalismo ma anche o soprattutto, aggiungiamo a Moore, per la costruzione di un totalitarismo tecno-capitalista.

Che fare allora? Moore: “Bisogna riconoscere che viviamo in un ambiente informativo molto diverso rispetto a vent’anni fa: istituzioni e processi democratici devono evolvere. Un elemento interessante è la crescita dei truth seekers: OSINT, fact-checker, reti internazionali che mettono in discussione le versioni governative” – ma altrettanto, se non di più, bisognerebbe fare, aggiungiamo, per smascherare le narrazioni ideologiche e distopiche del capitalismo e della tecnica.

Una storia antica, oggi digitale: Packard, Marcuse, Bernays

Cioè che scrive Moore, come anticipato sopra richiamando Foucault, non è nuovo -ma fa bene Moore a ricordarlo. Già Vance Packard, nel suo Persuasori occulti, ricordava – eravamo nella seconda metà degli anni ’50 – che i persuasori più accorti, cioè i narratori, “si servono di parole-chiavee di immagini-chiave(per la manipolazione, quindi non per la persuasione) per suscitare nei consumatori le reazioni desiderate e indotte da parte degli uomini del marketing, sia esso commerciale o politico.

Di più: “quando si è riusciti a tradurre in termini di persuasione [di narrazione] uno schema di reazioni, diventa facilissimo applicarlo su larghissima scala, poiché tutti noi” – Packard citava un testo di Clyde Miller, Meccanismo della persuasione– ”siamo creature dai riflessi condizionati e tutti i problemi della persuasione si riducono, quale che sia la merce che si vuol vendere, bibite o filosofia politica, a uno solo: sviluppare questi riflessi condizionati mediante l’uso di parole-chiave, simboli-chiave o azioni chiave”. Cioè, di nuovo, narrazioni.

E ancora. “La società classista manipola la struttura pulsionale” delle masse e degli  individui, affermava Herbert Marcuse nel 1978, “dapprima del tutto indirettamente e poi, con il progresso della tecnica e della psicologia, sempre più direttamente ed efficacemente”, riconoscendo che “la manipolazione della struttura pulsionale è una delle più importanti leve per lo sfruttamento e l’oppressione nella società tardocapitalistica”.

E ancora più indietro, andiamo a rileggere Edward L. Bernays, figura di potere poco nota eppure importantissima, che ha avuto grande influenza sulla trasformazione dei modi con cui il poterepuò essere esercitato attraverso il sapere psicologicosugli uomini. Un esercizio che avviene anche nelle democrazie, che dunque diventano democrazie solo formali, e che priva deliberatamente il cittadino della consapevolezza di essere cittadino-soggetto, riducendolo a oggetto del potere[e delle sue narrazioni, del suo regime di verità] facendogli però credere di essere libero e sovrano.

Bernays è stato consulente di governi, della Cia, di grandi imprese; è considerato uno dei padri del marketing e delle public relations – e guarda caso era nipote di Freud. La sua opera più importante (del 1928) è Propaganda, ma il sottotitoloè ancora più chiaro (e inquietante): Della manipolazione dell’opinione pubblica in democrazia; ovvero: come organizzare la fabbrica del consenso; o meglio ancora dell’assenso– ancora più passivizzantedel consenso, se passa attraverso narrazioni e storie. Secondo Bernays, “la manipolazione consapevole e intelligente delle abitudini e delle idee delle masse è un aspetto importante del funzionamento di una società [anche] democratica” e coloro che manipolano “appartengono ad una sorta di governo invisibile che regge le sorti del paese”, utilizzando la propaganda, le narrazioni “per dare forma al caos”.

Perché il pubblico (come aggiungeva uno dei maestridi Bernays, Walter Lippmann) “deve stare al suo posto affinché gli uomini responsabilipossano vivere senza il timore di essere calpestati o incornati dalla mandria di bestie selvagge”. Ma chi sono gli uomini responsabili (o irresponsabili, vedi Trump), ingegneri del consenso/assenso, narratori di narrazioni? Politici, industriali, finanzieri, pubblicitari, i mass media, il mondo dell’economia: “Sono loro che tirano le fila, controllano l’opinione pubblica, sfruttano le forze sociali esistenti, inventano altri modi per organizzare il mondo e guidarlo” – e oggi ancora Trump[v].

A questo servono le narrazioni. Siano esse politiche, ma oggi soprattutto capitalistiche e tecniche. Da Bernays all’intelligenza artificiale, da Hitler a Trump, la storia si ripete. Però digitale.

Bibliografia


[i] C. Salmon, “Storytelling. La fabbrica delle storie”, Fazi, Roma, 2008

[ii] L. Celada, “ Un anno dopo: il patto faustiano con un re psicotico” – “il manifesto” del 20 gennaio 2026

[iii] https://www.linkedin.com/redir/redirect?url=https%3A%2F%2Fpodcasts%2Eapple%2Ecom%2Fhr%2Fpodcast%2Fwhy-do-authoritarians-want-to-control-the-news-with%2Fid708371900%3Fi%3D1000738782778&urlhash=AQSO&trk=public_post_feed-article-content

[iv] L. Demichelis, “La Cina è stra-vicina” – https://centroriformastato.it/la-cina-e-stra-vicina/

[v] Riportato in L. Demichelis, “La società-fabbrica”, Luiss UP, Roma, 2023, pag. 65 e segg.

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