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USA e Big Tech all’attacco: perché il Kosa rischia di arenarsi



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USA e big tech al contrattacco: il caso Imran Ahmed (CCDH) riapre lo scontro su DSA e libertà d’espressione, mentre il KOSA resta bloccato e la tutela dei minori online rallenta

Pubblicato il 23 gen 2026

Antonino Mallamaci

avvocato, Co.re.com. Calabria



big tech distopia

Da quando il diritto internazionale ha assunto, per i tanti autocrati in circolazione, la stessa valenza della carta straccia, nel mondo intero ci sono tante guerre che si combattono con le armi tradizionali. Ma non è esagerato definire guerra anche quella nella quale si fronteggiano ogni giorno le big tech e i loro sostenitori, da una parte, e coloro che tentano di arginare lo strapotere dei colossi tecnologici per tutelare la salute mentale e fisica, soprattutto di bambini e adolescenti, dall’altra.

Il primo di questi schieramenti può contare sull’appoggio incondizionato, potente e arrogante dell’amministrazione USA. Alla Vigilia di Natale, il Dipartimento di Stato ha preso di mira uno dei maggiori e più noti attivisti della battaglia contro gli eccessi delle aziende americane che, purtroppo, regnano in questo campo. Si tratta di Imran Ahmed, fondatore e CEO del CCDH (Center for Countering Digital Hate, Centro per il contrasto all’odio digitale), il quale è stato inserito in un elenco di cinque persone indesiderate e quindi da espellere dagli Stati Uniti.

Il giorno dopo, proprio il 25 dicembre, Imran Ahmed ha ottenuto da un giudice federale un ordine temporaneo che impediva al governo di arrestarlo.

Dopo una decina di giorni ancora, un secondo giudice ha esteso l’ordinanza del collega garantendo che, almeno fino a marzo, il CEO del CCDH non potrà essere arrestato. Ovviamente la punizione pensata per lui rappresenta una minaccia per qualsiasi ricercatore, sostenitore e attivista che sfidi i giganti dei social media.

Il caso Ahmed e l’ombra delle Big Tech negli Stati Uniti

Ciò appare evidente dalle parole che il segretario di Stato in persona, Marco Rubio, ha pubblicato su X: “in Europa, posizioni ideologiche hanno determinato l’assunzione di decisioni ordite contro le piattaforme tecnologiche americane. L’UE vuole censurare i punti di vista che non condivide, ma l’amministrazione Trump non tollererà più questi atti eclatanti di censura extraterritoriale”.

Secondo Ahmed, intervistato dalla CNN, questa è un’affermazione strana e confusa: “la Commissione Europea ha recentemente multato X per non aver rispettato le regole del DSA (Digital Services Act) sulla trasparenza. Il Regno Unito ha annunciato un’indagine sulla proliferazione dell’antisemitismo on line dopo un attacco terroristico a una sinagoga. Penso che, in realtà, si tratti semplicemente di grandi aziende tecnologiche che rifiutano di essere ritenute responsabili”.

Ahmed, tempo fa, ha dovuto affrontare Elon Musk in un’aula di tribunale. Il giudice californiano, chiamato su sua denuncia a valutare il comportamento del CCDH nei confronti di X, lo ha trovato assolutamente in linea con il diritto dell’organizzazione alla ricerca e alla pubblicazione dei risultati sancito dal Primo Emendamento della Costituzione a stelle e strisce.

Il CCDH ha rilevato incitamento all’antisemitismo e contenuti dannosi per la mente dei bambini e degli adolescenti che provocano disturbi alimentari e autolesionismo. Come una lettera redatta dal chatbot di IA per un tredicenne nella quale il piccolo annunciava l’intenzione di suicidarsi.

Tutela minori online: la domanda che resta aperta

«Oggi il Senato ha compiuto un passo cruciale bipartisan per rendere i nostri ragazzi più sicuri online. Ci sono prove inconfutabili che i social media e altre piattaforme online contribuiscono alla crisi della salute mentale giovanile. Oggi, i nostri figli sono sottoposti a un selvaggio west online, e le nostre attuali leggi e regolamenti non sono sufficienti a prevenirlo. È ora di agire. […] L’ultima volta che il Congresso ha preso misure significative per proteggere bambini e adolescenti online è stato nel 1998, prima dell’onnipresenza dei social media e degli smartphone. I nostri figli hanno aspettato troppo a lungo per la sicurezza e la privacy che meritano e che questo disegno di legge fornirebbe. Questo è più importante che mai con l’uso crescente dell’IA».

Questo brano non è tratto da un rapporto del CCDH o di qualsiasi altro soggetto con le medesime finalità. No: è contenuto in un atto ufficiale del Senato degli Stati Uniti del 30 luglio 2024, quando venne approvato a larghissima maggioranza (91 favorevoli e 3 contrari) il KOSPA (Kids’ Online Safety and Privacy Act).

La legge ne riuniva due: il KOSA (Kids’ Online Safety Act) e il COPPA 2 (Children Online Privacy Protection Act 2), quest’ultimo un aggiornamento del Children Online Privacy Protection Act del 1998. Facendo un passo indietro, gli USA, nel 2023, avevano avviato l’iter per l’approvazione di una normativa volta a tutelare la sicurezza dei minori online.

Dopo l’esito del 30 luglio sarebbe stato lecito attendersi una rapida approvazione da parte dell’altro ramo del Parlamento americano, la Camera dei Rappresentanti. Ma le cose sono andate diversamente.

Cosa prevedeva il KOSPA e perché è rimasto incompiuto

Cosa prevedeva il KOSPA? Per proteggere la vulnerabilità digitale dei minori, e prevenire pericoli e danni specifici, la sezione 103 conteneva una salvaguardia contemplando che, qualora le piattaforme fossero state consapevoli che la persona che interagiva con loro fosse un minore, avrebbero dovuto fornire misure di protezione facilmente accessibili e di semplice utilizzo.

Il KOSPA, tuttavia, come abbiamo detto, non è stato approvato in tempo dal 118° Congresso e, dopo l’arrivo di Trump, il Senato ha riproposto la normativa con la vecchia denominazione di Kids Online Safety Act (KOSA), mentre il COPPA 2.0 è stato riproposto separatamente.

Il KOSA mantiene in gran parte la formulazione della versione presentata nel 118° Congresso, riproponendo gli obblighi per le piattaforme interessate di proteggere i minori e mitigare i potenziali danni. Ma la Sezione 102 introduce una norma che avrebbe l’intento di impedire a qualsiasi ente di limitare la libertà di parola e di espressione, nel rispetto del Primo Emendamento.

Controlli parentali, trasparenza e segnalazioni: cosa chiede il KOSA

Il nuovo KOSA, a differenza del DSA europeo, analizza specificamente gli strumenti di controllo parentale per proteggere i figli, in modo che i genitori possano supportarli nell’utilizzo della piattaforma, specialmente per quanto riguarda la capacità di gestire la privacy e le impostazioni dell’account.

I genitori devono anche avere la possibilità di limitare gli acquisti e le transazioni finanziarie effettuate dalla loro prole, oltreché di visualizzare le metriche del tempo totale trascorso sulla piattaforma e di porre un limite al tempo di utilizzo.

Per quanto riguarda i meccanismi di segnalazione (che possono essere attivati dai genitori, dai minori e dalle scuole), anche in questo caso le piattaforme sono tenute a fornire uno strumento facilmente accessibile per consentire la presentazione in modo semplice di segnalazioni di danni subiti, creando quindi a tal fine un “punto di contatto elettronico specifico”.

Pertanto, una piattaforma deve stabilire un processo interno tempestivo ed efficace per ricevere e rispondere a tali segnalazioni. Prima della registrazione di un utente identificato come minorenne, la piattaforma deve fornire informazioni chiare, ben visibili e di facile comprensione sulle proprie politiche e pratiche in materia di tutela dei minori e sull’accesso agli strumenti di controllo parentale.

Devono inoltre essere fornite informazioni sul possibile utilizzo o fornitura di un prodotto, servizio o funzionalità (compreso qualsiasi sistema di raccomandazione personalizzato) che presenti un rischio elevato di danno per i minori.

Quando gestisce un sistema di raccomandazione personalizzato deve inoltre specificare, nei propri termini e condizioni, le modalità di funzionamento di tale sistema, compreso il modo in cui tratta i dati personali. Devono, altresì, essere fornite informazioni sulle modalità con cui i minori (o i loro genitori) possono rinunciare al sistema di raccomandazione personalizzato o gestirlo.

Per gli infratredicenni, il KOSA prevede che la piattaforma dovrà fornire ulteriori informazioni sugli strumenti e sulle modalità di tutela parentale e ottenere il consenso verificabile in occasione del primo utilizzo del servizio da parte del bambino.

NetChoice, Primo Emendamento e lo stallo della legge

Insomma, sia pure con l’intervento diluitivo sulla libertà d’espressione, la normativa servirebbe a mitigare i rischi nella vita online dei minori. Tuttavia, non sembra che, allo stato attuale, sia in vista il suo definitivo licenziamento da parte del Parlamento USA.

L’esercito delle Big Tech e dei suoi fiancheggiatori sembra avere la meglio grazie anche al supporto di NetChoice, lobby tecnologica che rappresenta, tra gli altri, Google e Meta. A suo avviso, il KOSA è “cattivo sia dal punto di vista politico che da quello legale”, tanto che molti tribunali hanno ripetutamente bloccato questo tipo di disposizioni.

NetChoice è cresciuto notevolmente in potere e influenza nell’ultimo decennio e ha promosso cause che hanno interrotto il cammino di leggi statali di regolamentazione del settore, in particolare quelle sulla protezione dei minori.

Per vincere su questioni come privacy, sicurezza dei bambini, e-commerce e tasse, il gruppo di lobbying si è basato su una nuova applicazione del Primo Emendamento. NetChoice ha sostenuto che le leggi statali equivalgono in vari modi a una censura e che, sebbene siano finalizzate a proteggere i bambini, combattere la disinformazione e rafforzare la privacy, di fatto limitano l’accesso ai contenuti e potrebbero minare la libera espressione di individui e aziende di social media.

Con queste argomentazioni, le Big Tech e la loro rappresentante tentano di forzare i limiti del Primo Emendamento, ampliando le interpretazioni della definizione di libertà di religione, stampa e parola per fornire protezioni nell’era di Internet.

I lobbisti affermano che Meta, Google, Snap e altre società di social media sono moderne tribune per il dibattito pubblico e che i contenuti che ospitano e diffondono rientrano nel “discorso protetto”. La strategia sembra avere successo, sia davanti ai giudici, sia per frenare, come abbiamo visto, ogni tentativo di regolamentazione a livello federale.

Sembra di poter affermare che i passi avanti fatti negli ultimi anni, a livello almeno di consapevolezza del problema, siano messi in discussione dalla svolta politica statunitense. A meno di stravolgimenti al momento imprevedibili, nulla di buono sembra profilarsi all’orizzonte.

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