Dal 2020 a oggi, in soli 6 anni, il mondo e l’Europa in particolare ha vissuto crisi intense: la pandemia, la guerra in Ucraina e la crisi energetica, la guerra dei dazi aperta dall’amministrazione Trump e da ultimo, ma ancora più preoccupante, la crisi in Medio Oriente che minaccia la stabilità economica, le prospettive di crescita e ancora di più la sicurezza e la pace globale.
In 6 anni il nostro mondo è stato scosso da sollecitazioni impensabili, che hanno richiesto alle imprese di adattarsi, di essere reattive e cambiare strategia, di investire per restare competitive.
Vale per l’Italia ma vale per l’Europa, che si è scoperta a più riprese vulnerabile sotto il profilo energetico, poco coesa sotto il profilo della difesa, frammentata nel suo mercato interno e nel realizzare investimenti comuni e per questo in difficoltà nella competizione con le superpotenze economiche, Usa e Cina.
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Competitività industriale e nuova capacità di adattamento
Nonostante lo scenario critico, gli imprenditori non mollano la presa sul futuro. Essere ottimisti non vuol dire non essere realisti, semmai implica mettere in fila le priorità, trovare nuove vie e adattarsi.
Ancora di più, diventa essenziale cercare alleanze, strategiche e necessarie perché siamo consapevoli che affrontare il mare in tempesta richieda un lavoro di squadra. Per guardare avanti serve condividere, coprogettare, competere ma in un’ottica collaborativa.
Le fragilità strutturali tra Italia ed Europa
L’Italia ha problemi strutturali che si chiamano debito pubblico, calo demografico, burocrazia e pressione fiscale, costi dell’energia. Abbiamo imparato a farci i conti, ma non ci arrendiamo di fronte alla loro insuperabilità. Ecco perché crediamo che per affrontare il futuro, oggi, deve partire dalla consapevolezza che occorra invertire la rotta.
Senza rinvii, senza tentennamenti. In Italia come in Europa, le politiche pubbliche devono mettere al centro la crescita, la tenuta sociale, la salvaguardia dei principi liberali e democratici che hanno consentito al mercato di prosperare negli anni. Chiudersi, cercare risposte al nostro interno con l’unico obiettivo di proteggerci è esattamente l’opposto di ciò di cui abbiamo bisogno.
Nel dialogo con le istituzioni, dobbiamo individuare strategie per bilanciare la necessità di una competizione giusta con i partner esteri, l’affidabilità e tutela del nostro sistema produttivo con strategie di apertura dei mercati, di riduzione delle barriere allo sviluppo del mercato interno, di deciso potenziamento dell’innovazione: la nostra risposta principale alla crisi di competitività e al rischio di recessione.
Non si tratta di chiedere qualcosa alla politica, ma di condividere un’agenda di futuro e definire azioni con tempi adeguati e soprattutto con una postura di credibilità e affidabilità: vale in Italia e vale soprattutto in Europa, vero luogo decisionale e di politica economica.
Competitività industriale, innovazione e digitalizzazione
Prima di tutto, e su tutto l’innovazione e la digitalizzazione. Mentre scrivo, stiamo quasi accantonando l’IA generativa per concentrarci sugli agenti. Non manca molto a che umanoidi e robot collaborativi entrino in azienda, nelle nostre case. E dobbiamo agganciare la sfida per restare competitivi e ridurre i costi, aumentando la competitività.
Dobbiamo innovare i prodotti, ripensare le filiere industriali e cercare di farlo a livello europeo: maggiore collaborazione sui dati e sulla creazione di valore tra grandi Players capaci di trainare le PMI. Dare forza e gambe alla nostra intelligenza industriale, che è ovunque nella nostra manifattura di eccellenza.
In questo quadro, l’impegno del Governo italiano è stato incoraggiante, poiché sono state messe a terra risorse importanti a sostegno dello sviluppo industriale. L’Iperammortamento di cui a maggio avremo il decreto attuativo e che si estenderà fino al 2028 va nella direzione auspicata da Confindustria, così come il credito d’imposta per gli esodati di Transizione 5.0. In tutto si tratta di 14 miliardi, che aiuteranno le imprese a svilupparsi approcciando in maniera concreta politiche energetiche e tecnologiche avanzate.
La produttività come nodo da sciogliere
Però per rafforzare in modo duraturo la dinamica della produttività, che è il tallone d’Achille della nostra crescita degli ultimi anni, è necessario agire su più fronti. Dovremo sostenere l’innovazione e l’efficienza delle imprese alla frontiera, promuovere la diffusione delle migliori pratiche gestionali e tecnologiche tra le realtà meno produttive, favorendone la crescita dimensionale, e agevolare una più efficace riallocazione delle risorse verso imprese e settori con maggiore potenziale.
Serve quindi una doppia spinta che arrivi dalla base industriale che è fortissima e basta guardare agli investimenti che non si sono fermati nemmeno durante le ultime settimane, ma anche dall’Europa, che deve fare di più l’Europa, assumendo posizioni chiare pro-impresa e pro-industria. Si deve avviare un piano di politica industriale con al centro investimenti, energia ed innovazione.
Il costo dell’energia nella competitività industriale
In secondo luogo, il costo dell’energia. Per capire cosa serva alle imprese italiane, basta guardare ai motivi del successo dei nostri prodotti all’estero. E indico tre ragioni principali: qualità dei prodotti; dinamica favorevole dei prezzi alla produzione; contenimento del costo del lavoro per unità di prodotto.
Appare evidente come queste tre grandi variabili, dipendano in maniera fortissima dal costo dell’energia. E su questo punto siamo esposti per colpa di regolamentazioni che spesso sono anti-impresa, penso al Cbam o alle regole europee sulla deforestazione, che costringono le aziende europee a obblighi di certificazioni interni e complessità normative, che spesso fanno desistere anche i più volenterosi. Attenzione però, non dobbiamo per questo abbandonare gli impegni di riduzione delle emissioni, anche nel settore automotive, ma serve un approccio maggiormente dogmatico, dove la neutralità tecnologica sia la regola.
Più in generale, il modello dei bonus e degli incentivi temporanei va accantonato, specie ora che ha mostrato tutti i suoi limiti di fronte a una crisi della portata di quella iraniana. Ecco perché dobbiamo con franchezza dirci che abbiamo una crisi strutturale nel settore energetico: gli investimenti nelle rinnovabili, per esempio, vanno potenziati e accelerati, perché nei prossimi anni costerà di più l’energia nel mentre in cui migriamo verso modelli più sostenibili. Non è immaginabile che serenamente ci si prepari a una contrazione dei consumi, a un aumento dei costi e a un conseguente rischio contrazione della produzione.
Competitività industriale, export e nuovi mercati
In terzo luogo l’internazionalizzazione. La diversificazione commerciale, specie ora che perderemo quote di export verso gli USA, circa 16 miliardi di euro nel medio periodo a causa dei dazi, ma anche verso altri mercati.
Dobbiamo quindi correre ai ripari, aprire nuove mete e tenere apertissimi i rapporti con il Medio Oriente un mercato alto spendente che è diventato instabile almeno nel breve termine, ma non ha perso il suo potenziale di sviluppo.
Capitale umano e politiche del lavoro
Infine, il capitale umano, che va basata su una crescita della quota di popolazione giovane tra i 15 e i 34 anni, che è scesa al 20,6% ed è destinata a calare ulteriormente: sono infatti 190mila i giovani che hanno lasciato l’Italia tra il 2019 e il 2023. Una politica industriale strutturale non può prescindere da un ripensamento profondo delle politiche del lavoro e della formazione, superando la logica degli incentivi alle assunzioni, per aggredire le cause strutturali della bassa occupabilità.










