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Robotica umanoide, come adottarla in azienda: strategie e consigli



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Un ambito ancora in fase iniziale di esplorazione commerciale: ecco cosa sapere, e cosa aspettarsi, dal settore della robotica umanoide e le priorità da considerare

Pubblicato il 17 feb 2026

Mauro Colopi

Partner Bain & Company



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Human vs artificial intelligence concept. Business job applicant man competing with cartoon robots sitting in line for a job interview

Negli ultimi due anni la robotica umanoide è passata da essere una curiosità tecnologica a tema centrale nel dibattito dell’industriale globale. Demo spettacolari, annunci di grandi player tech e un’accelerazione senza precedenti degli investimenti hanno riportato una domanda chiave al centro delle decisioni dei CEO: “Quando, e soprattutto dove, i robot umanoidi genereranno valore economico reale?”

Nel 2024, le startup di robotica umanoide hanno raccolto oltre 2,4 miliardi di dollari di investimenti dal venture capital, più del doppio rispetto all’anno precedente. Stati Uniti e Cina concentrano circa l’80% dei capitali globali in questo spazio, segnalando una corsa geopolitica all’automazione avanzata.

Le proiezioni di mercato convergono su un valore di mercato compreso tra 120 e 260 miliardi di dollari entro il 2035, con vendite annuali potenziali di 6 –10 milioni di unità, a seconda dello scenario di adozione. Tuttavia, Bain & Company evidenzia come il capitale stia anticipando la maturità operativa, creando un disallineamento temporale tra aspettative e sviluppo su scala.

Robotica umanoide, lo scenario

La robotica umanoide oggi si trova nella fase iniziale di esplorazione commerciale: molte tecnologie sono già disponibili, ma l’adozione su scala resta contenuta e limitata a progetti pilota o casi d’uso specifici. I primi casi di uso industriale includono attività ripetitive in ambienti strutturati, come nella logistica con l’automazione di processi di trasporto, l’accatastamento o il line feeding. Dove i processi richiedono adattabilità, riconfigurazione frequente o interazione in ambienti progettati per l’essere umano, l’approccio umanoide può offrire un vantaggio competitivo rispetto a soluzioni rigide o fortemente vincolate all’infrastruttura.

Un nodo chiave è rappresentato dal costo totale delle risorse umanoidi: oggi un robot umanoide ha un costo hardware compreso tra i 35.000 e i 55.000 dollari per unità, con oltre il 90% della distinta base attribuibile alla meccatronica (attuatori, sensori, sistemi di controllo). Il software, pur strategico, pesa meno sul costo unitario rispetto alla percezione comune.

Il futuro della robotica umanoide

Tuttavia, in una prospettiva dei prossimi cinque anni, l’equazione di costo potrebbe evolvere rapidamente in favore di un’adozione a scala di una risorsa via via sempre più accessibile. Il nostro recente Tech Report evidenzia una contrazione annua dei costi dei componenti tra il 7% e il 9%, grazie a modularità, semiconduttori più economici e maggiore scala produttiva.

Ad ogni modo, la sfida non è più solo sulle componenti strettamente tecnologiche ma si sposta anche sulle performance energetiche. La batteria resta il principale collo di bottiglia economico. Oggi l’autonomia media è di circa 2 ore, contro un target industriale di 8 ore e una densità energetica richiesta di circa 800 Wh/kg, ancora lontana dalle tecnologie commerciali. Per questo prevediamo che soluzioni come battery swapping e fast charging saranno decisive per rendere sostenibili i modelli di business nei prossimi 5–7 anni, più della chimica delle batterie stessa.

In alcuni scenari, la parità di costo con la forza lavoro umana per specifiche categorie di attività potrebbe essere raggiunta entro i prossimi cinque anni, accelerando ulteriormente l’interesse da parte delle imprese. Tuttavia, come per molte tecnologie emergenti, il valore non risiede nella tecnologia in sé, ma nella sua applicazione mirata e integrata nei processi aziendali.

Cosa possono fare le aziende

L’approccio strategico per le aziende non è inseguire la forma umanoide per dare seguito semplicemente al passo successivo nell’evoluzione tecnologica, ma identificare processi di lavoro dove l’autonomia fisica ha un vantaggio competitivo rispetto alle soluzioni tradizionali, quali la robotica stazionaria o la software automation.

Se implementata come parte integrante della strategia operativa, e non come iniziativa isolata, la robotica umanoide può abilitare nuovi livelli di flessibilità in ambienti dinamici, come magazzini ibridi, stabilimenti con mix produttivo elevato o catene di montaggio riconfigurabili. Inoltre, consente di superare i limiti della programmazione rigida, gestendo compiti ad alta variabilità e riducendo la necessità di profonde riprogettazioni dei layout o delle infrastrutture. In questo senso, i robot umanoidi non sostituiscono l’automazione esistente, ma ne ampliano il perimetro di applicabilità. Tuttavia, l’ampiezza di questa diffusione dipenderà dalla capacità di superare una serie di barriere tecnologiche e organizzative.

Le aziende vedono in tale opportunità una soluzione per ovviare a carenze strutturali di forza lavoro, pressione sui sistemi produttivi e per essere al passo con i progressi tecnologici. Entro i prossimi cinque anni, i robot umanoidi potrebbero affrontare una gamma crescente di compiti fisici, non solo nelle linee di produzione ma anche in servizi quali ristorazione, sanità e costruzione.  

Le priorità da affrontare

Nonostante l’entusiasmo degli investitori e le previsioni riguardo i benefici nella loro applicazione, il percorso verso l’adozione su larga scala non è lineare. Le principali sfide riguardano l’autonomia operativa, l’ecosistema tecnologico, l’infrastruttura e la sicurezza. Come per molte delle tecnologie disruptive, la robotica umanoide non è determinata solo dall’hardware, ma dalla capacità di integrarsi nei processi esistenti con efficienza e affidabilità.

Molte realtà non hanno ancora capacità industriali pienamente autonome, così come non riescono ancora ad essere al passo con i bisogni tecnologici, quali sensori, software AI o interfacce – che dovrebbero coesistere in sinergia tra loro. Infine, ma non meno importante, è necessario possedere piattaforme robuste e protocolli sicuri prima di poter far operare i robot umanoidi fianco a fianco con gli esseri umani.

In questo contesto, attendere che la tecnologia raggiunga una maturità “perfetta” può rivelarsi una scelta rischiosa. Le aziende leader sono quelle che iniziano oggi a esplorare casi d’uso concreti, attraverso progetti mirati in ambienti controllati. Queste iniziative consentono di raccogliere dati operativi reali, validare le ipotesi di business case, rafforzare la fiducia degli stakeholder e, soprattutto, sviluppare competenze interne difficilmente replicabili nel breve periodo.

Robotica umanoide in azienda, i consigli per i CEO

Per i CEO che vogliono trasformare tali sfide in opportunità competitive, è essenziale iniziare con casi d’uso ad alto valore e a basso rischio, dove i benefici operativi possono essere misurati rapidamente. Vi è anche la necessità di valutarne l’integrazione con workflow già esistenti, pensando ai robot umanoidi come parte di un ecosistema più ampio di automazione e investire in competenze interne per gestire la scalabilità di questa tecnologia.

Tuttavia, è fondamentale sottolineare come questi robot non sono destinati a sostituire la forza lavoro umana. Piuttosto, saranno un complemento al lavoro umano esistente: ciò comporta un cambiamento nella natura del lavoro umano che si sposterà sempre più verso ruoli di alta complessità decisionale, supervisione dei sistemi e manutenzione dei robot.

Il divario tra potenziale e realtà non deve essere interpretato come una barriera invalicabile, ma come una finestra strategica di opportunità. I robot umanoidi rappresentano una frontiera dell’automazione che merita l’attenzione strategica delle imprese industriali e tecnologiche, in quanto una trasformazione in corso d’opera, che richiede visione, sperimentazione e pragmatismo.

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