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Transizione 5.0, cosa devono aspettarsi le aziende nel 2026



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I fondi per la transizione digitale ed ecologica restano scarsi e incerti: tra stop annunciati, rimodulazioni PNRR e ritardi attuativi, le imprese hanno investimenti bloccati e poche certezze. Il ritorno a Transizione 4.0 appare probabile, ma non risolve il problema della continuità

Pubblicato il 13 gen 2026

Nicola Testa

Presidente U.NA.P.P.A. Unione Nazionale Professionisti Pratiche Amministrative



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La costante dei finanziamenti rivolti alle imprese impegnate nella transizione digitale ed ecologica riguarda la carenza di fondi. Poco più di un mese fa, nel pieno della discussione sulla Legge di bilancio 2026, si era venuto a sapere che Transizione 5.0 avrebbe chiuso i battenti.

Le rimodulazioni del PNRR avvenute nel corso del 2025 avevano già costretto il governo a ridimensionare l’entità dei finanziamenti destinati a questa misura. A ciò si è aggiunta la necessità di reperire risorse che contraddistingue da sempre la stesura di ogni Legge di bilancio, non facendo in tal senso eccezione quella per l’anno corrente.

Da ultimo, il ritardo nell’approvazione dei decreti attuativi inerenti le modalità previste per il riconoscimento dei fondi e la complessità degli adempimenti procedurali da assolvere per farne richiesta hanno a loro volta contribuito a far ritenere che Transizione 5.0 fosse ormai giunta al capolinea. E soltanto la mobilitazione delle associazioni di categoria ha fatto sì che la questione non venisse prontamente derubricata.

Perciò il Ministero delle Imprese e del Made in Italy e il governo, all’ultimo istante, si erano impegnati ad assicurare il rifinanziamento degli investimenti in tecnologie digitali ed ecologicamente compatibili. Con un escamotage che prevedeva, da un lato, la chiusura di Transizione 5.0 e, dall’altro, il rinnovato potenziamento di Transizione 4.0, la misura che l’aveva preceduta in ordine di tempo.

Incentivi Transizione 4.0 e 5.0: investimenti bloccati e domande in attesa

Giusto per fare due conti: vi sono ad oggi circa due miliardi di investimenti sostanzialmente “bloccati” di aziende che restano in attesa di rifinanziamento attraverso gli incentivi di Transizione 5.0, poiché le risorse assegnate a questa misura nel 2025 risultavano già esaurite a novembre.

Finite le risorse, infatti, il MiMIT ha comunque continuato a raccogliere le domande. A ciò si deve aggiungere che, in sede di formulazione della Legge di bilancio 2026, a seguito della nuova rimodulazione del PNRR, le risorse ancora disponibili sono state spostate da Transizione 5.0 a Transizione 4.0.

Probabilmente perché quest’ultima forma di incentivi prevede un credito d’imposta del 20%, invece che del 40–45% massimo come previsto da Transizione 5.0. Allo stesso tempo, ministero e governo qualche giorno fa aggiornavano la situazione affermando che a Transizione 5.0 fossero stati destinati 2,750 miliardi, più di quanto necessario per “sbloccare” gli investimenti in attesa di rifinanziamento.

Le cifre in campo: PNRR, decreto e stanziamenti 2026

E cioè: 2,5 miliardi derivanti dalla rimodulazione del PNRR, 250 milioni appostati a fine anno con il decreto Transizione 5.0 (in attesa di approvazione in Parlamento).

Inoltre, allargando lo spettro anche ad altri interventi in favore delle imprese, nell’orizzonte della transizione digitale ed ecologica, la Legge di Bilancio appena approvata prevede per il 2026 sia 1,3 miliardi per Transizione 4.0 sia 2,3 miliardi per finanziare il credito d’imposta nella ZES unica, che oltre alle regioni del Mezzogiorno viene estesa anche Marche e Umbria.

L’incertezza come vero freno agli investimenti delle imprese

Ma al di là delle cifre che ancora per il prossimo anno possono considerarsi impegnate a supporto degli investimenti delle imprese, all’incirca 4,35 miliardi al netto dei due già potenzialmente impegnati sugli investimenti bloccati del 2025, il clima di incertezza generato da questo andirivieni di cifre e misure rappresenta sicuramente il vero problema di fondo.

Il risultato è che si naviga a vista e il mondo delle imprese non sa più cosa aspettarsi dalla politica industriale per la transizione digitale ed ecologica. Certo, la buona volontà non manca. Ma se si considera come l’orizzonte degli incentivi cambi in maniera estremamente repentina anche nell’arco di pochi mesi, si comprendono le difficoltà di chi deve oggi decidere su cosa e in che modo investire per i prossimi anni.

PNRR in scadenza e innovazione: l’impatto dell’IA

Inoltre, la transizione digitale non si è ancora compiuta: i progressi attesi dell’intelligenza artificiale – che sta significativamente impattando la digitalizzazione a diversi livelli – devono ancora sviluppare pienamente il loro potenziale di innovazione, e con giugno 2026 i finanziamenti legati al PNRR avranno termine.

E, per fortuna, almeno la transizione ecologica è ancora in larga parte da venire, grazie alla sua complessiva ridefinizione recentemente introdotta dall’Unione europea inaugurando la strategia del Clean industrial deal (in sostituzione della più radicale prospettiva del Green deal), così che tempi e impatti della transizione siano meno traumatici per l’insieme delle attività produttive continentali, a partire dal mondo dell’industria.

Una politica industriale per la transizione digitale: l’urgenza del 2026

È perciò quanto mai urgente delineare una politica industriale per la transizione digitale del nostro Paese. Occasione che si è mancata con la Legge di bilancio 2026, che come visto si è limitata ad alcuni interventi in continuità con le scelte legate all’utilizzo dei fondi PNRR.

A questo punto, è chiaro come non sia possibile aspettare la Legge di bilancio del prossimo anno, che se da un lato sarà inevitabilmente disegnata nel segno del ciclo politico elettorale, dall’altro giungerà con sei mesi di ritardo rispetto alla spinta fin qui assicurata dai fondi europei.

Incentivi Transizione 4.0 e 5.0: il ritorno al passato che si profila

Per intanto, almeno per quel che concerne Transizione 4.0 e 5.0, paradigmaticamente rappresentative delle politiche volte alla promozione di digitalizzazione e transizione ecologica degli ultimi anni, vi è con tutta probabilità da aspettarsi un ritorno al passato.

La decisione che al momento appare più plausibile è infatti quella di abbandonare una volta per tutte Transizione 5.0 (visti anche i suoi esiti fallimentari, sebbene principalmente non per colpa delle imprese) e dirottare l’insieme delle agevolazioni per gli investimenti digitali ed eco-compatibili sul binario di Transizione 4.0.

Con un conseguente vantaggio per i conti pubblici (ma, al contrario, non per le imprese) legato all’ammontare minore dei crediti di imposta (solo il 20%). Misura alla quale resterà affiancata la ZES unica, per la quale è lecito prevedere un incremento di domande in ragione dell’estensione delle regioni interessate, che includeranno oltre a quelle del Mezzogiorno Umbria e Marche.

Navigazione a vista e scelte strategiche: cosa imparare dagli errori

Lo scenario che se ne deriva, almeno per il prossimo anno, resta perciò caratterizzato da una sorta di “navigazione a vista”, comprensibile dal punto di vista dell’equilibrio dei conti pubblici ma assai meno nella prospettiva di un Paese che deve necessariamente investire sulle tecnologie di avanguardia se vuole restare al passo con i tempi.

Ma poiché siamo ancora all’inizio dell’anno, tempo solitamente contraddistinto da aspettative e auspici, proviamo per un attimo ad essere ottimisti, comprendendo le difficoltà di chi ha l’obbligo di far quadrare i conti ma cercando al tempo stesso di apprendere la lezione dagli errori e dalle incertezze del passato.

Perché Transizione 5.0 non ha funzionato e cosa fare subito

A detta di tutti gli osservatori e addetti ai lavori, Transizione 5.0 ha avuto il suo limite principale nel combinato disposto fra i ritardi con cui il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ne ha gestito l’implementazione, a partire dai tempi di approvazione dei decreti attuativi, e le complesse procedure amministrative previste per la presentazione delle istanze di finanziamento.

Rispetto al primo limite avrebbe senso procedere fin d’ora alla chiara definizione delle norme che disciplineranno l’assegnazione dei finanziamenti dal luglio 2026, una volta conclusa la spinta finora assicurata dai fondi del PNRR.

A tale proposito, ma giusto in chiave esemplificativa, ci chiediamo che senso abbia che il MiMIT aspetti il 28 febbraio, data entro la quale le imprese devono comunicare il completamento dei progetti di investimento che danno diritto agli incentivi di Transizione 5.0, per assumere una decisione definitiva.

Non avrebbe più senso fare una stima delle risorse che verranno assorbite e iniziare a definire, senza soluzione di continuità, gli indirizzi e le risorse necessarie per assicurare una politica industriale di sviluppo almeno a medio termine, per il prossimo biennio?

Semplificare le procedure per accedere ai finanziamenti

Rispetto al secondo limite, i cui effetti negativi sono ulteriormente amplificati dal combinarsi con il primo (se le procedure attuative sono definite in ritardo e gli adempimenti sono complessi, tutto diventa molto più complicato), potrebbe essere utile mettere a disposizione delle imprese corsie privilegiate per l’assolvimento degli adempimenti necessari per accedere ai finanziamenti.

Su questo fronte, in più occasioni, abbiamo offerto la nostra disponibilità a ragionare insieme ai dipartimenti ministeriali competenti per disegnare procedure più semplici, rapide e certe.

Un tornante decisivo per crescita e competitività dopo il PNRR

Siamo a un tornante decisivo per lo sviluppo economico futuro del nostro Paese. Dopo aver usufruito dei fondi del PNRR, decisivi nel determinare l’effetto “rimbalzo” del PIL che, all’indomani della pandemia, ci ha sottratto ai rischi di recessione, ora occorre delineare le politiche economiche e industriali più efficaci nel sostenere la crescita dei prossimi anni.

Anche perché il rischio di crescita zero (o di qualche decimale di punto superiore) è molto elevato. Tutti dobbiamo fare la nostra parte, consapevoli che “non ci sono pasti gratis” (le risorse non sono infinite), ma anche che questo è il tempo delle scelte strategiche, perché da domani dovremo tornare a camminare contando esclusivamente sulla forza delle nostre gambe.

Per portare a termine con successo la transizione digitale ed ecologica che stiamo attraversando è necessaria quella continuità nelle scelte e negli indirizzi strategici che ancora non si intravede con chiarezza.

È questa la vera sfida che attende il Paese e il governo in questo 2026.

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