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Adozione fibra: risolvere il problema senza norme capestro



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Il mercato europeo della fibra continua a crescere e amplia la copertura, ma il vero punto critico resta l’adozione, ricorda Ftth Council. In questo quadro, imporre per legge lo switch-off del rame entro il 2036 rischia di creare distorsioni, penalizzare utenti e indebolire una transizione che sta già avanzando

Pubblicato il 18 mar 2026

Sergio Boccadutri

Consulente antiriciclaggio e pagamenti elettronici



fibra adozione
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Il recente rapporto Market Panorama del FTTH Council Europe restituisce la fotografia più aggiornata del mercato europeo della fibra ottica.

A livello EU39, le abitazioni raggiunte dalla fibra FTTH/B sono 295 milioni su un totale di 372 milioni di premises, con un tasso di copertura del 79,3 per cento.

Nel perimetro EU27 più il Regno Unito, il dato scende al 76,8 per cento, con 191 milioni di abitazioni coperte su 248 milioni.

Adozione fibra in Europa per Ftth Council

Sono cifre che raccontano un mercato in piena espansione: nell’ultimo anno sono state raggiunte quasi 20 milioni di nuove abitazioni, con la Germania in testa per volumi assoluti (4,9 milioni di homes passed in più), seguita dal Regno Unito (2,79 milioni), dall’Italia (2,5 milioni), dalla Polonia (1,44 milioni) e dalla Francia (1,19 milioni).

I sottoscrittori FTTH/B nell’EU39 hanno raggiunto quota 160 milioni, e la crescita è stabile, alimentata da dinamiche di migrazione dalle reti legacy.

Eppure, proprio nel momento in cui questi numeri confermano che il mercato della fibra funziona e che la transizione dal rame procede con forza propria, la Commissione europea ha inserito nella proposta di Digital Networks Act un obbligo di dismissione delle reti in rame entro il 2035, trasformato in divieto assoluto di utilizzo di connessioni in rame dal 1° gennaio 2036.

È una scelta che merita una riflessione approfondita (tanto che anche il sottosegretario al digitale Alessio Butti ha espresso perplessità) perché dietro l’obiettivo di accelerare la transizione verso le reti di nuova generazione si nasconde un metodo che rischia di produrre effetti opposti a quelli dichiarati.

Il dato più significativo del rapporto, quello che dovrebbe far riflettere chi propone lo switch-off per decreto, non riguarda la copertura ma l’adozione.

Nell’EU27 più Regno Unito, 86 milioni di abitazioni raggiunte dalla fibra non hanno un abbonamento FTTH/B attivo: il 45 per cento del totale delle abitazioni coperte.

Il take-up rate medio europeo è del 54,9 per cento nell’EU27 più Regno Unito e del 54,4 per cento nell’EU39.

Detto altrimenti, quasi la metà dell’infrastruttura in fibra già costruita in Europa è sottoutilizzata.

Lo stesso FTTH Council Europe, che è la principale organizzazione europea di advocacy per la fibra ottica, riconosce che il mercato sta transitando dalla fase di espansione della copertura a quella della monetizzazione e dell’accelerazione dell’adozione.

La sfida, insomma, non è più costruire reti: è convincere gli utenti a usarle. E questo è un problema che non si risolve spegnendo il rame.

Switch-off del rame tra diritto e libertà di impresa

Il primo problema della proposta sullo switch-off del rame è di ordine giuridico e concettuale.

La stessa Commissione ammette, nei considerando del DNA, che l’obbligo costituisce una limitazione della libertà di impresa tutelata dall’articolo 16 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, giustificandola con i principi di necessità e proporzionalità.

Ma questo assunto è difficile da sostenere.

Le reti FTTC, che combinano la fibra ottica fino all’armadio stradale con il tratto terminale in rame verso le abitazioni dei clienti, garantiscono oggi connettività di qualità adeguata alla domanda espressa dalla grande maggioranza delle famiglie.

Non esiste alcun fallimento di mercato che giustifichi un intervento pubblico coercitivo di questa portata: gli operatori stanno già migrando verso la fibra sulla base di valutazioni commerciali, e il mercato sta svolgendo da solo il compito che la norma vorrebbe imporgli per legge.

Invocare l’interesse generale in assenza di una disfunzione concreta del mercato non è una giustificazione: è una petizione di principio.

I dati del rapporto del FTTH Council Europe lo confermano con evidenza: il numero di iniziative FTTH/B censite in Europa è salito a circa 430, e la composizione del mercato si è profondamente trasformata nell’ultimo decennio.

Nel 2011, gli operatori alternativi rappresentavano il 71 per cento delle abitazioni coperte, gli incumbent il 21 per cento e le utilities l’8 per cento.

A settembre 2025, gli incumbent hanno raggiunto il 41 per cento, gli alternativi sono scesi al 54 per cento e le utilities al 5 per cento.

Questo riequilibrio è il frutto di scelte strategiche e di investimenti miliardari compiuti in assenza di qualsiasi obbligo di switch-off.

La fibra, del resto, è un investimento che si giustifica da sé quando le condizioni economiche sono favorevoli: non ha bisogno che si spenga la tecnologia già presente per diventare attraente.

Anzi, in mercati come la Svezia, l’Italia e il Regno Unito, dove gli operatori wholesale-only coprono più della metà delle abitazioni raggiunte dalla fibra, il modello di business si regge sulla capacità di attrarre traffico e sottoscrizioni attraverso la qualità del servizio e la competitività delle offerte retail, non attraverso la soppressione di alternative.

È la concorrenza tra piattaforme, non la sua eliminazione, che spinge gli utenti a migrare verso la fibra.

Non a caso, paesi come la Spagna, dove la copertura FTTH/B ha raggiunto il 96,5 per cento delle abitazioni e il take-up sfiora il 93 per cento, hanno ottenuto questi risultati senza imporre alcun termine perentorio per la dismissione del rame: il mercato spagnolo ha semplicemente reso la fibra così diffusa e conveniente che gli utenti vi sono migrati spontaneamente.

Il caso francese è altrettanto significativo: con una copertura del 93,5 per cento, un take-up dell’89,4 per cento e il primato europeo per numero assoluto di sockets deployed (163,3 milioni), la Francia ha costruito la più imponente infrastruttura FTTH del continente senza ricorrere a diktat normativi sulla dismissione del rame.

E la qualità della rete francese si misura anche dalla velocità con cui gli operatori transalpini stanno aggiornando l’infrastruttura: il 75 per cento delle reti FTTH francesi è già stato migrato al protocollo XGS-PON, che garantisce capacità simmetriche fino a 10 Gbps, posizionando il paese nella fascia dei mercati più avanzati sotto il profilo tecnologico.

Switch-off del rame e rischio di sostituzione con mobile e FWA

Il secondo problema è tecnico e, paradossalmente, più pericoloso del primo.

Uno switch-off forzato non spingerà gli utenti verso la fibra, rischia invece di spingere gli utenti verso le reti mobili o il Fixed Wireless Access.

Quest’ultima tecnologia prevede che la fibra arrivi fino a un certo punto, dove poi una torre trasmette il segnale tramite onde radio: è per questo molto usata nelle aree rurali, dove il costo di posa dell’ultimo miglio in fibra risulta proibitivo rispetto alla densità abitativa (anche se in Italia per superare questo problema era stato previsto un investimento pubblico con bandi vinti da Open Fiber).

Il mobile a banda larga e l’FWA possono essere economicamente convenenti e immediatamente disponibili, ma non sono mai paragonabili a una connessione FTTC.

Una soluzione misto rame fino all’abitazione è un’infrastruttura qualitativamente superiore a quella mobile sotto ogni profilo: latenza, simmetria del traffico, stabilità del segnale, resilienza alle interferenze e scalabilità della capacità, capace già oggi a consentire attività come videoconferenze professionali o l’accesso ai servizi cloud.

Spegnere le soluzioni misto rame non è una transizione tecnologica: è una degradazione della qualità effettivamente disponibile imposta per legge.

E i dati mostrano con chiarezza quanto sia ampio il divario tra copertura teorica e capacità effettiva di servire gli utenti.

A livello EU27+UK, restano ancora 58 milioni di abitazioni da raggiungere con la fibra: non si tratta di un residuo marginale, ma di una quota significativa del patrimonio immobiliare europeo.

La Germania, che pure sta investendo massicciamente con quasi 5 milioni di nuovi homes passed in un anno, ha ancora 19,4 milioni di abitazioni scoperte su un totale di 44,2 milioni.

L’Italia, terzo mercato europeo per numero di abitazioni coperte con 22,6 milioni di homes passed, ne ha ancora 8,68 milioni da raggiungere, e la sua copertura si ferma al 72,2 per cento.

Il nodo italiano della domanda di fibra

In particolare, in Italia l’adesione a servizi in fibra sta crescendo con una variazione (secondo dati Agcom pubblicati nell’Osservatorio sulle Comunicazioni 4/25) da settembre 2024 a settembre 2025 del 22 per cento, di fatto il mercato si sta muovendo verso la fibra in modo autonomo, senza necessità di scorciatoie normative.

L’altro dato che colpisce è che nello stesso periodo sono cresciuti dell’11 per cento anche gli abbonamenti a servizi FWA, il che dimostrerebbe anche l’indisponibilità del rame non favorirebbe necessariamente la fibra, anche laddove questa fosse disponibile.

Il vero nodo italiano, insomma, non sta nel deficit di copertura in fibra (e dunque in un’offerta insufficiente che limiterebbe meccanicamente gli abbonamenti) ma nel fatto che la domanda di connessioni in fibra resta debole anche là dove la rete in fibra è già presente e disponibile.

Switch-off del rame e condizioni minime della proposta DNA

Il terzo problema è procedurale e riguarda il meccanismo stesso dello switch-off così come disegnato nella proposta del DNA.

Fino al 31 dicembre 2035, il passaggio è subordinato al soddisfacimento di condizioni minime: almeno il 95 per cento di copertura in fibra nell’area interessata e disponibilità di offerte economicamente accessibili.

Ma queste condizioni, lungi dal rappresentare una garanzia sufficiente, sono esse stesse profondamente problematiche.

La soglia del 95 per cento implica che lo switch-off possa scattare legittimamente lasciando scoperto il 5 per cento delle abitazioni di un’area.

In un paese come la Germania, che conta 44,2 milioni di abitazioni, quel cinque per cento equivale a oltre 2,2 milioni di famiglie; in Italia, con 31,25 milioni di abitazioni, si parla di oltre 1,5 milioni di nuclei.

Non è una franchigia trascurabile: sono milioni di persone che, per effetto di una norma europea, perderebbero l’accesso alla tecnologia misto-rame nel momento stesso in cui questa è ancora sufficiente alle loro abitudini di consumo.

Uno switch-off così concepito non rappresenterebbe soltanto un’ingerenza nelle scelte industriali degli operatori, ma anche un’imposizione sulle preferenze dei consumatori.

Il rovescio della medaglia è fin troppo chiaro: lo spegnimento del rame cessa di essere una transizione tecnologica e diventa una scelta ideologica (quasi una scelta etica) sulla fibra elevata a obbligo di legge, spacciato per necessità tecnica.

Le aree residue e i limiti delle offerte accessibili

Peraltro, molto dipende da come viene definita l’area interessata: se le unità geografiche sono sufficientemente ampie, una copertura del 95 per cento a livello aggregato può mascherare zone residuali (tipicamente rurali, montane o a bassa densità, ma non solo) dove la copertura reale è prossima allo zero.

È precisamente in queste zone che il rame, spesso attraverso soluzioni FTTC, rappresenta oggi l’unica connessione fissa affidabile.

Inoltre, la condizione relativa alle offerte “economicamente accessibili” è formulata in termini vaghi e privi di parametri oggettivi applicabili a livello europeo: la proposta non specifica a quale velocità minima debba corrispondere l’offerta, non prevede soglie di qualità del servizio, non distingue tra copertura nominale e possibilità effettiva di attivazione.

Un’abitazione potrebbe così risultare “coperta” dalla fibra perché si trova nel raggio teorico di un nodo ottico, senza che l’ultimo tratto di collegamento sia stato posato o sia attivabile in tempi ragionevoli.

Le condizioni minime, inoltre, riguardano esclusivamente la disponibilità dell’infrastruttura, non l’effettiva migrazione degli utenti.

Riprendendo i dati del rapporto (secondo cui il 45 per cento delle abitazioni raggiunte dalla fibra non ha un abbonamento attivo) il divario tra copertura e adozione è il nodo strutturale del mercato europeo della fibra.

Un meccanismo di switch-off che ignora completamente il lato della domanda e si limita a verificare l’esistenza teorica di un’offerta rischia di produrre l’esito paradossale di spegnere una tecnologia che gli utenti ancora utilizzano per imporre loro il passaggio a una tecnologia che non hanno scelto di adottare per ragioni che non hanno nulla a che fare con la preferenza tecnologica, ma con i costi, la complessità delle procedure di migrazione o l’assenza di un bisogno percepito.

Dal 1° gennaio 2036, poi, l’obbligo scatta indipendentemente da qualsiasi vincolo, trasformando una misura condizionata in un divieto assoluto con scadenza perentoria.

Nessun paese europeo, nemmeno quelli con tassi di copertura in fibra superiori al 90 per cento, ha adottato un approccio analogo.

La ragione è semplice: il rischio di lasciare qualcuno senza connettività adeguata è reale, e le conseguenze politiche e sociali di un digital divide prodotto dalla regolazione sarebbero difficili da gestire in una miriade di casi concreti.

Il risultato sarebbe perdere l’accesso a soluzioni misto rame che già oggi soddisfano i bisogni di connettività.

Ci si ritroverebbe con connessioni mobili che non reggono il confronto nemmeno con la tecnologia che si va a dismettere.

Un danno oltre la beffa: privare chi ha già una connessione che funziona per consegnarlo a qualcosa di peggio.

La contraddizione europea sulle reti digitali davanti all’adozione della fibra

La proposta del DNA rivela una contraddizione di fondo nell’approccio regolatorio europeo alle reti digitali.

Da un lato, la Commissione riconosce implicitamente che il mercato della fibra funziona: gli investimenti crescono, la copertura si espande, i modelli di business si diversificano tra operatori verticalmente integrati e wholesale-only, e la tecnologia si aggiorna con il passaggio da GPON a XGS-PON.

Paesi come la Svizzera hanno già completato al 100 per cento la migrazione a XGS-PON, la Francia è al 75 per cento, l’Islanda al 72 per cento e l’Ungheria al 60 per cento, a testimonianza di un ecosistema industriale vitale e capace di evolversi autonomamente.

I cinque mercati che crescono più rapidamente per nuovi sottoscrittori nell’ultimo anno, il Regno Unito con 3,6 milioni di nuovi abbonati, la Francia con 2,65 milioni, la Spagna con 2,08 milioni, la Turchia con 1,39 milioni e l’Italia con 1,21 milioni, mostrano che la migrazione dal rame alla fibra è già in corso e che procede a ritmi sostenuti, senza bisogno di pressioni normative.

Dall’altro lato, la Commissione propone di introdurre un vincolo che presuppone esattamente il contrario: che il mercato non funzioni, che gli operatori non investano a sufficienza e che gli utenti non migrino spontaneamente.

Ma se il mercato funziona, e i dati dicono inequivocabilmente che funziona, allora l’obbligo di switch-off non è una misura di politica industriale: è una soluzione in cerca di un problema.

Un intervento regolatorio che impone tempi e modi rigidi a un processo che sta già avvenendo con ritmi e modalità determinate dal mercato non aggiunge valore: aggiunge rischio.

Il rischio che la data del 2036 costringa gli Stati membri a scegliere tra violare la norma o lasciare i propri cittadini senza una connessione affidabile.

E il rischio che la transizione verso la fibra, che oggi è un processo guidato dalla concorrenza e dall’innovazione, diventi un adempimento burocratico, con tutti i costi, le inefficienze e le distorsioni che questo comporta.

La strada giusta per l’Europa non è spegnere il rame per decreto, ma rendere la fibra così buona, così diffusa e così conveniente che il rame si spenga da solo, perché nessuno ha più ragione di usarlo.

È ciò che sta già accadendo nei mercati più avanzati, dalla Spagna alla Francia, ai paesi nordici.

Ed è ciò che accadrà, se la regolazione saprà accompagnare il mercato anziché pretendere di sostituirsi ad esso, anche nei mercati oggi più indietro.

La fibra ottica è l’infrastruttura del futuro: su questo non c’è discussione. Ma il futuro non si costruisce disconnettendo il presente.

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