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Blackout web in Iran, ma solo per alcuni: la strategia di Internet Pro



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Da blackout di guerra a infrastruttura selettiva, l’Iran ha trasformato la rete in un privilegio concesso dallo Stato. Internet Pro separa cittadini e categorie abilitate, mentre milioni di persone restano escluse dal web globale e subiscono danni economici, sociali e politici

Pubblicato il 30 apr 2026

Maurizio Carmignani

Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor



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Da 54 giorni l’Iran è tagliato fuori dal web globale. Quello che era iniziato come blackout di guerra, il traffico internet è crollato del 98% poche ore dopo l’inizio degli attacchi USA-Israele il 28 febbraio 2026, si è trasformato in qualcosa di strutturalmente diverso: un sistema di accesso a internet per classi, dove la connettività non è più un servizio universale ma un privilegio concesso dallo Stato a chi ne soddisfa i criteri.

Il sistema si chiama Internet Pro. Approvato dal Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, prevede il ripristino dell’accesso a internet globale per categorie selezionate, titolari di carte commerciali, poi settori legati a produzione, industria e commercio, mentre decine di milioni di cittadini restano confinati nell’intranet domestica. Il governo lo presenta come gestione economica d’emergenza, i critici vi riconoscono la formalizzazione di un progetto pluriennale.

Come Internet Pro Iran trasforma il blackout in sistema

L’elemento più rilevante per l’analisi è che Internet Pro non nasce dal nulla. Un’inchiesta di Rest of World, basata su documenti riservati ottenuti da Filterwatch, aveva rivelato già a gennaio l’esistenza di un’architettura chiamata Barracks Internet, un sistema in cui l’accesso al web globale passa esclusivamente attraverso una whitelist di sicurezza. Il meccanismo di fondo è ancora più antico: dal 2013 il regime distribuisce white SIM cards che garantiscono accesso illimitato a circa 16.000 persone selezionate, tra parlamentari, giornalisti allineati e funzionari istituzionali.

Neda Bolourchi, direttrice esecutiva della Public Affairs Alliance of Iranian Americans, ha sintetizzato il punto in modo efficace: quello che stiamo osservando non è una misura emergenziale ma il dispiegamento di un progetto pluriennale, per il quale la guerra ha fornito il pretesto. Il viceministro della scienza Seyed Mehdi Abtahi ha confermato che anche ricercatori e professori universitari riceveranno accesso graduale a internet internazionale, sulla base di una lista predefinita, una formulazione che rende esplicita la natura selettiva del sistema.

La portavoce governativa Fatemeh Mohajerani ha dichiarato, con una trasparenza rara, che l’accesso a internet è stato fornito a coloro che possono portare più lontano la voce del governo. Non ha specificato chi fossero questi soggetti, ma la logica è cristallina, la connettività come strumento di allineamento politico.

I costi economici del blackout e di Internet Pro Iran

I numeri rendono la dimensione del danno. Secondo Afshin Kolahi, funzionario della Camera di Commercio iraniana, l’economia perde tra 30 e 40 milioni di dollari al giorno in costi diretti, cifra che sale a 80 milioni includendo i danni indiretti. Il settore digitale, secondo Abbas Ashtiani della Commissione Blockchain dell’Organizzazione del Commercio Informatico, ha subito un danno complessivo di un miliardo di dollari, con circa 2,5 milioni di rivenditori online su piattaforme come Instagram e Telegram lasciati senza alcuna infrastruttura operativa. Le vendite online sono crollate dell’80%. L’indice della Borsa di Teheran ha perso 450.000 punti in quattro giorni.

Il paradosso è strutturale. In Iran, Instagram, Telegram e WhatsApp non sono strumenti di svago, sono l’infrastruttura economica di base per milioni di microimprese, venditori rurali, imprese femminili, freelance. Holly Dagres, senior fellow del Washington Institute, ha sottolineato che il danno economico colpisce con particolare severità gli imprenditori, le imprese guidate da donne e i venditori delle aree rurali che dipendono interamente dai social media come canale di reddito. Tagliare l’accesso a queste piattaforme significa colpire direttamente i mezzi di sussistenza di una fascia vastissima della popolazione.

Radio Free Europe ha messo in guardia sui rischi di lungo periodo, l’accesso a livelli non si limita a generare perdite di fatturato, rischia di approfondire fratture sociali, erodere la fiducia nel settore digitale e accelerare l’emigrazione dei lavoratori qualificati.

La risposta della diaspora davanti a Internet Pro Iran

Un aspetto documentato in modo approfondito da Sara Bazoobandi su War on the Rocks è la risposta tecnologica della diaspora iraniana. Attraverso reti di proxy volontari, in particolare Psiphon Conduit e Tor Snowflake, migliaia di iraniani all’estero hanno trasformato i propri dispositivi in ponti di connessione, condividendo parte della propria banda. I numeri sono impressionanti: Psiphon ha raggiunto un picco di quasi 9,6 milioni di utenti iraniani giornalieri, oltre il 10% dell’intera popolazione. Conduit ha registrato più di 5 milioni di utenti nel solo giorno precedente il blackout del 28 febbraio.

Ma questi strumenti hanno un limite strutturale insuperabile, funzionano solo se esiste una connessione di base da instradare. Quando il governo opera uno shutdown totale, i ponti volontari diventano inutili. Le stime sul numero di terminali Starlink introdotti clandestinamente nel paese variano da 50.000 a oltre 100.000, una frazione minima per una popolazione di 90 milioni di persone, concentrata peraltro a Teheran. Il possesso di Starlink comporta conseguenze penali severe, una legge del 2025 prevede fino a due anni di carcere per uso personale, cinque per distribuzione, la pena di morte se l’uso viene classificato come spionaggio o sovversione.

Perché Internet Pro Iran resta fuori dai negoziati

L’analisi di War on the Rocks evidenzia un’assenza che merita attenzione geopolitica. Sia gli Stati Uniti che Israele hanno invocato l’oppressione del popolo iraniano tra le motivazioni dell’azione militare. Eppure, nei termini del cessate il fuoco annunciato l’8 aprile, si parla di missili, impianti nucleari e proxy regionali. L’accesso a internet per 90 milioni di iraniani non figura. Nessun governo lo ha richiesto. Nessun governo ha trattato il blackout come un problema da risolvere.

Human Rights Watch ha preso posizione netta già a inizio marzo, affermando che il blackout generalizzato delle comunicazioni civili non sarebbe giustificato né dal diritto umanitario internazionale né dal diritto dei diritti umani. Chatham House ha inquadrato la questione in termini strategici ancora a gennaio, osservando che questo blackout è molto più grave e sofisticato dei precedenti, colpisce persino l’intranet domestica, neutralizza Starlink per i cittadini comuni, mentre i leader governativi continuano a usare X e Telegram senza restrizioni.

Le lezioni europee davanti al precedente di Internet Pro Iran

Il caso iraniano offre un monito concreto per il dibattito sulla sovranità digitale che attraversa l’Europa. Il concetto di sovranità digitale, nella sua accezione europea, nasce come difesa dell’autonomia tecnologica e dei diritti dei cittadini rispetto al predominio delle piattaforme statunitensi e cinesi. Ma Internet Pro mostra cosa accade quando la sovranità digitale viene declinata come controllo statale sull’accesso, anziché come tutela dell’ecosistema digitale a beneficio dei cittadini.

Il modello iraniano è l’estremo patologico di una logica che, in forme attenuate, esiste altrove. La segmentazione dell’accesso, la creazione di livelli differenziati di connettività, l’idea che internet sia un privilegio modulabile anziché un’infrastruttura universale. La differenza di grado non elimina la parentela concettuale.

Da un lato, il caso iraniano rafforza l’argomento a favore di un’infrastruttura digitale sovrana e resiliente, ma sovrana nel senso di sottratta a dipendenze geopolitiche, non nel senso di sottoposta a filtro governativo. Dall’altro, mostra che qualsiasi architettura di accesso differenziato, anche se motivata da ragioni di sicurezza o di politica industriale, porta con sé un rischio intrinseco di strumentalizzazione.

I dubbi sulla sostenibilità del modello

Amin Sabeti, fondatore del laboratorio di cybersicurezza CERTFA, ha espresso dubbi sulla sostenibilità del modello iraniano. L’Iran non è la Corea del Nord e non può essere facilmente trasformata in tale. La domanda rilevante non è se il modello sia sostenibile, è se sia replicabile, in forme più sofisticate, altrove. La tecnologia per un internet a livelli esiste già. Il precedente iraniano mostra che serve la volontà politica e un pretesto sufficientemente grave per attivarlo.

Che cosa rivela davvero Internet Pro Iran

Internet Pro è simultaneamente un programma di gestione economica d’emergenza, un sistema di sorveglianza ampliata, un filtro ideologico sull’accesso all’informazione e un esperimento di governance digitale autoritaria in tempo reale. La sua rilevanza va oltre il contesto iraniano perché rende visibile, nella sua forma più cruda, una tensione che attraversa ogni dibattito contemporaneo sulla governance di internet: chi decide chi si connette, a cosa, e a quali condizioni. Per le decine di milioni di iraniani che hanno costruito vite, imprese e relazioni online, la risposta è già arrivata. Per il resto del mondo, la domanda resta aperta.

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