Quando si parla di sovranità tecnologica europea, prima o poi si finisce per parlare di ASML. L’azienda olandese di Veldhoven viene citata come la prova che l’Europa conta qualcosa nella corsa ai chip. Ma basta guardare dove finiscono le sue macchine per svelare un paradosso: l’Europa ha il campione che non ha clienti in Europa.
Per capire perché, bisogna partire da cosa fa ASML. Non produce chip, costruisce le macchine che li stampano. Un chip nasce proiettando la luce attraverso una maschera che contiene il disegno del circuito su un disco di silicio, il wafer. L’operazione si ripete strato dopo strato, fino a far stare miliardi di transistor in pochi millimetri quadrati. Funziona come una fotografia, e come in fotografia conta la luce: più è corta la sua lunghezza d’onda, più i circuiti possono essere piccoli.
ASML produce due famiglie di macchine. Quelle a ultravioletto profondo (DUV) sono una tecnologia matura, mentre quelle a ultravioletto estremo (EUV) servono per stampare i chip più avanzati, quelli che fanno “girare” l’intelligenza artificiale, anche sugli smartphone di fascia alta, e nessun altro al mondo sa costruire queste macchine. Il modello più avanzato costa circa 350 milioni di euro.
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ASML e l’Europa: dove si producono i chip
In Europa i chip si fanno, ma solo alcuni tipi. STMicroelectronics a Catania e Agrate, Infineon a Villach e Dresda, NXP e Bosch sono tra i leader mondiali nell’elettronica di potenza, nei circuiti integrati per auto e nei sensori. Sono componenti essenziali, come ha mostrato la crisi dei chip per l’auto del 2021, ma usano tecnologie mature. Per produrli bastano macchine DUV, spesso anche ricondizionate, comprate in piccole quantità.
Mancano invece in Europa le fabbriche di frontiera, quelle che acquistano le EUV a decine. Appartengono a TSMC, Samsung, SK Hynix, Intel e Micron e si trovano a Taiwan, in Corea, negli Stati Uniti e in Giappone. L’unico sito europeo che produce chip in volumi con le EUV, dal 2023, è lo stabilimento Intel di Leixlip, in Irlanda. Uno solo, troppo poco per fare dell’Europa un cliente di peso.
Il risultato si legge nei conti di ASML. Nel 2025 il gruppo ha fatturato 32,7 miliardi di euro. La Cina ha assorbito il 33 per cento delle vendite di macchine (anche perché le aziende cinesi hanno fatto scorta di macchine DUV prima di nuove restrizioni all’export), la Corea del Sud il 25, Taiwan il 22, gli Stati Uniti il 12 e il Giappone il 5. L’area che comprende Europa, Medio Oriente e Africa si è fermata all’uno per cento. Non è una scelta commerciale di ASML né l’effetto di qualche barriera. Le macchine vanno dove si lavorano i wafer.
Il Chips Act e la produzione di semiconduttori in Europa
Il primo Chips Act, approvato nel 2023, avrebbe dovuto cambiare la rotta. L’obiettivo dichiarato era quello di raddoppiare il peso dell’Europa sul valore della produzione mondiale di chip, dal 10 al 20 per cento entro il 2030. Il progetto simbolo era la mega fabbrica Intel di Magdeburgo, sostenuta da circa 10 miliardi di sussidi tedeschi. Accanto a Leixlip, avrebbe portato nel cuore dell’Unione una seconda fabbrica di frontiera, e con essa una domanda stabile di macchine EUV.
Nel luglio 2025 Intel, in piena crisi finanziaria, ha rinunciato, e con Magdeburgo è sparita la strada più credibile verso una produzione avanzata di dimensioni europee. Lo stabilimento guidato da TSMC in costruzione a Dresda servirà auto e industria e userà macchine DUV, non EUV. La Corte dei conti europea ha giudicato irrealistico l’obiettivo del 20 per cento, ricordando che la stessa Commissione prevede per il 2030 una quota europea della catena del valore globale di appena l’11,7 per cento.
Questo significa che il primo Chips Act è fallito? Secondo la Commissione no, perché ha mobilitato 52 miliardi di investimenti in tre anni, mentre la Banca europea per gli investimenti ha erogato al settore 4,5 miliardi dal 2021, di cui 1,7 nel solo 2025. Ma i risultati più evidenti riguardano la ricerca.
Sono attive cinque linee pilota, tra cui NanoIC, guidata da Imec in Belgio, che lavora sui chip oltre la generazione dei 2 nanometri, e quella sui nuovi materiali per l’elettronica di potenza come il carburo di silicio, coordinata dal Cnr a Catania. Centri di ricerca che prima si facevano concorrenza adesso “fanno squadra” e condividono macchinari e competenze, aiutando le imprese a portare le idee dal laboratorio alla fabbrica. Ma una linea pilota non è una linea di produzione. Dimostra che un processo funziona e produce prototipi, non milioni di chip, e per farlo bastano poche macchine.
ASML Europa, il valore strategico della filiera
Quell’uno per cento, però, racconta solo metà della storia. Dietro ogni macchina EUV non c’è solo ASML: ci sono le ottiche della tedesca Zeiss, i laser della tedesca Trumpf, una fitta rete di altri subfornitori olandesi, belgi e tedeschi di componenti di precisione. Sono pezzi che quasi nessun altro sa fare, e senza i quali nessuno, a Taiwan come in Arizona, può produrre chip avanzati. Sono passaggi obbligati della filiera. Ma averne il controllo serve a poco se accanto non c’è un’industria che li trasformi in produzione e ricchezza.
Proprio per questo il paradosso conta. Oggi l’Europa fornisce le macchine con cui Asia e America fabbricano i chip avanzati che poi rivendono anche all’Europa, così i guadagni più alti, quelli di chi fabbrica i chip, di chi li progetta e di chi costruisce i processori per l’intelligenza artificiale, restano fuori dall’Europa. E la posta sale: secondo alcune stime, entro la fine del decennio i chip per l’intelligenza artificiale varranno il 70 per cento del mercato. Sono proprio quelli che l’Europa non produce.
Chips Act 2.0: cosa cambia per i semiconduttori europei
Il Chips Act 2.0, proposto dalla Commissione a giugno, sembra partire da una diagnosi più realistica. Nessuna politica pubblica può ordinare a TSMC o a Samsung dove costruire, né dire ad ASML a chi vendere. Quello che può fare è rendere conveniente investire in Europa, togliendo ostacoli più che scegliendo vincitori. Su alcuni punti la proposta va in questa direzione.
Tempi, domanda e poli produttivi
Il primo sono i tempi. Oggi in Europa autorizzare e progettare un impianto avanzato richiede in media sette mesi e mezzo in più che nei paesi concorrenti. Il nuovo testo fissa un tetto di dodici mesi e una richiesta unica di autorizzazione.
Il secondo è la domanda. La proposta prevede strumenti per accelerare l’adozione di nuovi prodotti, appalti per l’innovazione e un fondo che finanzia con capitale e prestiti startup e piccole imprese, e si collega ai nuovi data center e alle gigafactory per l’intelligenza artificiale.
Il terzo riguarda i poli produttivi. La proposta crea un marchio di eccellenza per le regioni in cui i semiconduttori sono già di casa, così da renderle più visibili agli investitori. Inoltre, include tra i progetti da sostenere il packaging avanzato, cioè l’assemblaggio di più chip in un unico componente, una fase diventata decisiva per l’intelligenza artificiale.
L’Italia ha già due esempi di questo tipo di investimenti: a Catania STMicroelectronics sta realizzando un campus per il carburo di silicio da 5 miliardi, con 2 miliardi di aiuti pubblici, e a Novara Silicon Box costruisce un impianto di packaging avanzato da 3,2 miliardi, con 1,3 di aiuti.
Chips Act 2.0, i problemi ancora aperti
Restano però alcuni problemi.
Il costo dell’energia
Il primo è l’energia. Secondo l’associazione europea dell’industria digitale, produrre chip in Europa costa tra il 15 e il 30 per cento in più che in Asia. Una fabbrica di chip consuma elettricità giorno e notte, e il suo prezzo pesa sulle scelte di un investitore quanto un sussidio. La proposta si limita a raccomandare una produzione efficiente e sostenibile. Mancano gli strumenti che contano davvero: contratti di fornitura a lungo termine firmati direttamente con i produttori di energia e allacci alla rete in tempi certi.
Le risorse europee
Il secondo sono le risorse. Il Chips Act 2.0 indica obiettivi e strumenti, ma non dice quanti soldi europei li finanzieranno. Tutto dipende dalla trattativa sul bilancio dell’Unione 2028-2034, appena cominciata e destinata a durare almeno un anno e mezzo. Gli stessi funzionari della Commissione ammettono che i fondi saranno meno di prima e andranno spesi in modo più mirato.
La stessa associazione dell’industria digitale chiede almeno 20 miliardi di euro nel prossimo bilancio. Come ha osservato Silicon Saxony, l’associazione del polo dei semiconduttori di Dresda, il Chips Act 2.0 per il momento somiglia più a una lista dei desideri che a una vera e propria politica industriale.
Gli aiuti di Stato
Il terzo sono gli aiuti di Stato, ed è la diretta conseguenza del secondo. Se i soldi europei non arrivano, i sussidi restano nazionali. Ogni governo mette sul tavolo i propri aiuti per attirare una fabbrica, e vince il paese con più margine nel bilancio, non quello che offre energia, competenze e tempi migliori.
Magdeburgo mostra i limiti di questo modello. La Germania aveva promesso a Intel circa 10 miliardi, una cifra che pochi altri Stati potevano permettersi, eppure non è bastato: quando Intel si è ritirata, l’Unione ha perso il suo unico grande progetto di frontiera senza avere un’alternativa.
Il Chips Act 2.0 dice di voler evitare queste gare, ma non cambia le regole che le rendono possibili. Per progetti che interessano tutta l’Unione servirebbe la strada opposta: meno aiuti nazionali in concorrenza tra loro, più risorse comuni, e in entrambi i casi importi trasparenti e legati a risultati verificabili, come l’avvio della produzione entro una data certa.
ASML e il paradosso europeo che resta
Per ora, dunque, il paradosso resta. L’azienda più strategica d’Europa è europea per ingegneria, fornitori e sede, ma globale, e soprattutto asiatica, nei mercati. Che sia un punto di forza o una debolezza dipenderà meno da ASML che dalla capacità dell’Europa di tornare a essere un posto dove conviene produrre chip, e quindi comprare le sue macchine.





















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