Dopo tanti anni di letargo, finalmente nell’ultimo periodo si parla sempre più spesso di sovranità digitale o, per come altri preferiscono, di autonomia strategica.
Soprattutto in paesi come l’Italia, dove la produzione di tecnologia proprietaria non è stata oggetto di massicce iniziative imprenditoriali negli ultimi due decenni, il tema è chiave perché la dipendenza dalle tecnologie straniere, soprattutto statunitensi, è un dato di fatto.
Il problema tuttavia non è solo italiano, ma anche europeo.
L’Europa infatti è nelle mani delle tecnologie americane tanto quanto l’Italia e solo marginalmente alcuni Stati come la Francia iniziano a prendere in considerazione l’ipotesi di perseguire qualche percorso di smarcamento.
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Sovranità digitale europea e mercato del cloud
Alcuni numeri aiutano a capire il contesto: il valore del mercato europeo del cloud nel 2025 (Fonte: Osservatori della Digital Innovation del Politecnico di Milano) è stato di 112 miliardi di euro.
Di questi, l’85% è appannaggio di fornitori statunitensi e il 65% complessivo si concentra su Google, AWS e Microsoft.
Pur non avendo un dato puntuale, è scontato pensare che in quel 65% siano presenti tutte, o praticamente tutte, le grandi imprese e le pubbliche amministrazioni fondamentali dei paesi europei.
In altre parole, i fornitori di cloud computing statunitensi hanno in mano il nostro continente che dipende in grandissima parte da tecnologie sviluppate e di proprietà di aziende extra europee che possono decidere in totale autonomia, non essendoci oggi alcuna normativa limitatrice, se e in che termini permettere la fruizione dei servizi, se e come cambiare i contratti, se e quanto modificare i corrispettivi.
Dipendenza tecnologica e lock-in dei fornitori
La dipendenza tecnologica risulta ancora più evidente laddove si consideri che tecnologie sostitutive rispetto a fornitori nordamericani non sempre esistono o sono qualitativamente adeguate e, comunque, molto spesso la sostituzione tecnologica è possibile solo con tempistiche lunghe e a prezzi estremamente sconvenienti ove si considerino gli investimenti compiuti nel tempo.
In altre parole, l’evoluzione del cloud, trainata dalle scelte dei clienti e dalle politiche dei vendor, lungi dall’aver generato un mercato più competitivo, ha determinato una concentrazione su pochissimi player che godono di un effetto lock-in spesso insuperabile anche a causa di switching costs insostenibili.
Sul mercato diversi fornitori stanno attuando politiche commerciali caratterizzate dall’abbandono dell’on-premise con adozione di un modello cloud based e con quindi contratti a subscription e, negli ultimi due anni, alcuni fornitori hanno fatto scelte di pricing che hanno scatenato polemiche e contestazioni basti pensare soprattutto al caso Broadcom sulla tecnologia VMware.
Insomma, la dipendenza tecnologica, il lock-in, gli switching costs e l’assenza di una regolamentazione che ponga freni alle scelte, potenzialmente anche opportunistiche, dei vendor rende il mercato dei prodotti e servizi ICT sempre più sbilanciato a favore dei fornitori e, in questo contesto, i fornitori statunitensi risultano sostanzialmente liberi di comportarsi come meglio credono.
Il ruolo di antitrust e regolatori europei
Ad avviso di chi scrive, sarebbe utile che le Autorità antitrust nazionali ed europee iniziassero a valutare con decisione i vari casi che le aziende e le associazioni di categoria interessate segnalano e di cui si ha notizia sui media ma, soprattutto, sarebbe utile che i regolatori pensassero a iniziative legislative mirate ad impedire scelte opportunistiche particolarmente squilibrate nel mercato.
Bisogna infatti porsi la domanda se sia accettabile o meno che i cloud provider possano rimpacchettare come preferiscono i servizi, possano aumentare a piacimento i prezzi, possano scegliere liberamente se e cosa continuare a offrire ai clienti, con che tempi abbandonare linee di servizi o singole funzionalità. Sono tematiche che da anni rilevano, seppur con sfumature diverse, nel mercato dell’on-premise e che, seppur con grande ritardo, da ultimo la Commissione Europea ha iniziato a valutare in modo critico rispetto ai contratti di manutenzione di SAP.
Cloud Sovereignty Framework e obiettivi europei
In questo contesto, il Cloud Sovereignty Framework della Commissione Europea è un’ottima base di ragionamento, soprattutto analizzando gli otto suoi obiettivi fra cui spiccano l’Operational Sovereignty, cioè la necessità di garantire la continuità operativa e la resilienza contro le dipendenze esterne e la Technology Sovereignty, cioè l’assenza di lock-in da sistemi proprietari stranieri.
Sono obiettivi realmente raggiungibili considerando il quadro sopra descritto?
Probabilmente nel lungo periodo sì, ma non nel medio-breve e di questo le aziende e le pubbliche amministrazioni devono tenerne conto nelle proprie scelte tecnologiche strategiche.
Oggi più che mai occorre pensare ai rischi che non sono solo la cybersecurity o la data protection, di cui giustamente tanto si parla da anni, ma anche il drenaggio di denaro (e quindi di utili) che il pagamento di corrispettivi non coerenti ai fornitori determina. Sprechi che riducono la competitività delle imprese, impediscono gli investimenti e che nel lungo periodo possono diventare insostenibili.
Una strategia europea per ridurre la dipendenza
Non basta un’azione ordinaria. Serve una politica, una strategia, una visione europea straordinaria.
Infatti, per giungere ai risultati auspicati dalla Commissione Europea, serve una pianificazione istituzionale, imprenditoriale, una capacità di investimento e una volontà politica ferrea. Insomma, serve un allineamento di volontà orientate a ridurre (e nel tempo eliminare) la dipendenza dalle tecnologie nord-americane.
Si tratta di un obiettivo ambizioso ed in questo momento, a mio avviso, irraggiungibile sia perché mancano le condizioni di base anche solo per ipotizzare un risultato di questo tipo sia perché ben difficilmente gli Stati Uniti lasceranno che accada.















