Dall’Indo-Pacifico al Mediterraneo, la competizione tra Stati Uniti e Cina e le guerre in Medio Oriente sembrano destinate a modificare la geografia e il mercato dei cavi sottomarini: percorsi più lunghi, costi maggiori, nuovi hub un tempo periferici, permessi più complessi e una crescente divisione tra infrastrutture digitali rivali. Il 30 maggio scorso durante l’IISS Shangri-La Dialogue, il principale forum asiatico sulla sicurezza, il ministro della Difesa australiano Richard Marles ha sintetizzato così il clima che circonda le arterie digitali: “i fondali stanno divenendo un campo di battaglia”.
La formula coglie un passaggio decisivo: le infrastrutture che trasmettono la quasi totalità del traffico intercontinentale non sono più considerate soltanto opere tecniche, ma asset di sicurezza nazionale e strumenti di pressione.
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Perché la geopolitica dei cavi sottomarini cambia le rotte globali
L’evoluzione dei collegamenti tra Europa e Asia descrive bene questa dinamica. Per molti anni la rotta principale dei cavi ha attraversato il Mar Cinese Meridionale, lo Stretto di Malacca, l’Oceano Indiano, il Mar Rosso e infine l’Egitto. Era la rotta più naturale e si appoggiava ai grandi hub regionali tradizionali quali Singapore e Hong Kong e a quelli emergenti in Malesia e Indonesia. Oggi quella stessa rotta che in passato garantiva efficienza viene considerata problematica e vulnerabile.
La rivalità tra Stati Uniti e Cina, le rivendicazioni di Pechino sul Mar Cinese Meridionale, la moltiplicazione dei permessi nazionali per la posa, le difficoltà operative per l’eventuale riparazione e la crescente instabilità dei principali chokepoint stanno spingendo gli operatori a privilegiare la diversificazione rispetto al criterio della distanza minima. Il risultato è l’emergere di una nuova cartografia delle infrastrutture digitali. Alcuni sistemi oggi provano ad aggirare i colli di bottiglia, attraversano acque molto profonde dove la posa e la riparazione sono più difficili da gestire e toccano territori remoti poco convenienti dal punto di vista commerciale. Le opere di realizzazione diventano così più complesse, più lunghe e soprattutto più costose.
Mar Rosso ed Egitto, il corridoio fragile dell’Internet globale
Il corridoio che collega l’Asia al Mediterraneo attraverso il Mar Rosso e l’Egitto è uno dei punti di massima concentrazione dell’Internet globale e in prospettiva sarà al centro di questa trasformazione delle rotte. Attualmente i cavi provenienti dall’Oceano Indiano entrano nello stretto di Bab el-Mandeb, risalgono il Mar Rosso, attraversano nell’ultimo tratto l’Egitto via terra e raggiungono il Mediterraneo. È una rotta efficiente, ma dipende da una sequenza di passaggi sempre più fragili a livello geopolitico.
Nel marzo 2024 il danneggiamento simultaneo di più cavi nel Mar Rosso – come conseguenza indiretta di un attacco degli Houthi al cargo Rubymar – ha mostrato quanto rapidamente un incidente possa propagarsi tra Medio Oriente, Europa e Asia. Le reti hanno continuato a funzionare grazie al reindirizzamento del traffico, ma con congestione e aumento della latenza. Il messaggio per il mercato è stato chiaro: la capacità complessiva non basta se troppi sistemi condividono lo stesso corridoio.
L’inasprimento del conflitto, che ha successivamente coinvolto anche l’Iran e altri attori della regione, ha aggravato il problema. Le operazioni delle navi posacavi e delle unità di riparazione dipendono da assicurazioni, protezione degli equipaggi, accesso ai porti, autorizzazioni e condizioni di sicurezza lungo l’intero tragitto. Nel 2026 diversi progetti nel Golfo, nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso risultano rallentati o sospesi e anche al termine del conflitto il ripristino delle attività non sarà immediato.
Blue-Raman, l’alternativa al passaggio attraverso l’Egitto
Il progetto più recente che mira ad aggirare il collo di bottiglia egiziano è Blue-Raman, promosso da Google insieme a Sparkle e ad altri partner regionali. L’architettura complessiva è articolata in due sistemi distinti: Blue collega Italia, Francia, Grecia e Israele, mentre Raman collega Giordania, Arabia Saudita, Gibuti, Oman e India. I due segmenti sono raccordati attraverso infrastrutture terrestri tra Israele e Giordania. Sparkle svolge un ruolo centrale nello sviluppo del sistema: il suo cavo BlueMed condivide le componenti sommerse e alcune coppie di fibre con Blue, il segmento mediterraneo di Blue-Raman, aggiungendo proprie diramazioni regionali. Il valore strategico del progetto consiste nella creazione di una rotta tra Europa e Asia alternativa al tradizionale passaggio attraverso l’Egitto, anche se il suo funzionamento dipende dalla stabilità di Paesi che si trovano oggi nel cuore delle tensioni mediorientali.
Medusa e il Mediterraneo come snodo delle nuove infrastrutture digitali
Nel Mediterraneo il sistema Medusa, in via di realizzazione, segue una logica diversa ma complementare. Promosso da AFR-IX Telecom e sostenuto dall’Unione europea nell’ambito della strategia Global Gateway, il progetto punta a creare una rete ad alta capacità tra le due sponde del Mediterraneo e, soprattutto, a collegare direttamente tra loro Paesi che oggi dipendono in larga misura da pochi punti di transito. Per come è stato configurato, Medusa dovrebbe estendersi per oltre 8mila chilometri e raggiungere, sul versante europeo, Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Grecia e Cipro e, su quello meridionale, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto. In prospettiva potrebbe diventare il segmento mediterraneo di una rete più ampia, capace di raccordarsi con i cavi che seguono la costa occidentale africana e circumnavigano il continente. Come accaduto per le rotte delle navi commerciali, in uno scenario di prolungata instabilità nel Medio Oriente, il traffico dati proveniente dall’Oceano Indiano potrebbe essere instradato verso sud, oltre il Capo di Buona Speranza, risalire la costa atlantica dell’Africa e raggiungere l’Europa attraverso i nodi occidentali di Medusa. Sarebbe una rotta molto più lunga e costosa, con maggiore latenza, ma avrebbe il vantaggio di evitare Bab el-Mandeb, Suez e l’elevata concentrazione di infrastrutture che caratterizza l’Egitto.
Project Waterworth e gli scenari oltre il Mar Rosso
Questa funzione potrebbe diventare ancora più rilevante con la realizzazione dei nuovi sistemi globali annunciati per i prossimi anni. Il faraonico Project Waterworth di Meta, ad esempio, dovrebbe svilupparsi per oltre 50 mila chilometri, privilegiando lunghi tratti in acque profonde e riducendo l’esposizione ad alcuni dei principali chokepoint geopolitici. Suoi eventuali punti di interconnessione con i cavi 2Africa, Medusa o altri sistemi futuri potrebbe permettere al traffico proveniente dall’Asia di raggiungere il Mediterraneo senza attraversare il Mar Rosso.
Si tratta di scenari ipotetici: oggi non sono previsti raccordi tra Medusa, 2Africa, Waterworth o altri sistemi, ancora sulla carta, che circumnavigano il continente africano. Ma proprio la crescente instabilità dei principali chokepoint mediorientali potrebbe trasformare nel tempo queste ipotesi in opzioni strategiche concrete, spingendo operatori e governi a trovare alternative agli attuali corridoi più critici.














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