C’è un bene strategico che non si vede, non si stocca e non attraversa dogane, ma determina la competitività di un continente come il gas, i chip e le reti: lo spettro radio. È la materia prima invisibile della connettività, scarsa per definizione e decisiva per anni una volta assegnata.
Per questo motivo, a Bruxelles, la discussione sulla banda satellitare a 2 GHz sta cambiando natura: da fascicolo tecnico a prova generale di autonomia strategica. Le licenze oggi in mano alle statunitensi Viasat ed EchoStar scadono a maggio del prossimo anno, e la Commissione ha già chiarito il punto che pesa più di mille indiscrezioni: il rinnovo non è automatico. Tradotto, si apre una finestra per una nuova allocazione, destinata ad attirare un parterre ampio e geopoliticamente sensibile.
In prima fila c’è Starlink, la piattaforma satellitare di SpaceX riconducibile a Elon Musk; sullo sfondo si muovono anche operatori cinesi. Un dirigente del settore, interpretando un timore condiviso da più uffici e imprese, lo riassume con una frase secca: “Questa decisione determinerà chi diventa leader nello spazio, per l’Europa”.
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Perché lo spettro satellitare UE a 2 GHz è diventato un asset di sistema
Il punto non è soltanto “chi vince”, ma cosa rende possibile quella vittoria. Il 2 GHz è una frequenza adatta ai servizi mobili via satellite che possono integrarsi con la telefonia e sostenere la traiettoria più ambita del settore: il direct-to-device, la connessione diretta tra satellite e dispositivo.
Oggi il perimetro più realistico è la continuità minima — messaggi, servizi essenziali, copertura dove la rete terrestre non arriva o cede — ma la direzione è chiara: con più capacità e standard più maturi, il satellite può diventare un’estensione strutturale del mercato mobile.
Questo trasforma la banda in un asset di sistema. Per le imprese significa continuità operativa in logistica, energia, trasporti e supply chain. Per i cittadini, una rete che resta in piedi quando quella terrestre vacilla. Per i governi, un tassello di resilienza e comunicazioni d’emergenza.
Lanci spaziali: così l’Europa corre per colmare i ritardi
Isar Aerospace, startup tedesca fondata nel 2018 da un gruppo di studenti di ingegneria in Baviera e finanziata in gran parte con capitali privati, si prepara a un nuovo tentativo di lancio orbitale del razzo Spectrum dal centro spaziale di Andoya, in Norvegia: se riuscirà, sarà la prima volta che un oggetto viene messo in orbita partendo dal territorio dell’Europa continentale, dopo il fallimento della missione inaugurale del 2025, conclusa con la caduta del vettore in mare ma con la raccolta di dati considerati utili dagli ingegneri.
Il programma si inserisce in un’Europa che ha un bisogno crescente di autonomia nello spazio, messo in evidenza dalla guerra in Ucraina, dove la costellazione di satelliti Starlink di Elon Musk ha garantito comunicazioni cruciali alle forze ucraine, rendendo evidente la vulnerabilità di affidare una capacità militare strategica a un’azienda privata americana guidata da una figura spesso ostile alle istituzioni europee.
Oggi, per utilizzare i propri razzi, l’Europa deve spedire i satelliti a 6.000 chilometri di distanza, alla base Esa di Kourou nella Guyana francese, che grazie alla vicinanza all’equatore offre vantaggi in termini di consumo di carburante ma resta l’unico grande spazioporto operativo: nel 2025, su 324 lanci orbitali nel mondo, soltanto otto sono stati europei, contro 193 americani, 93 cinesi e 17 russi, numeri che fotografano il ritardo accumulato. In parallelo, tre nuovi spaceport – Andoya in Norvegia, Esrange in Svezia e SaxaVord nelle isole Shetland in Scozia – competono per offrire lanci direttamente dall’Europa verso orbite polari e sole-sincrone, particolarmente adatte alle missioni di osservazione della Terra e di sorveglianza militare e ambientale, perché consentono di sorvolare gli stessi punti alla stessa ora locale con condizioni di luce costanti, e quindi di monitorare movimenti di truppe, nuove infrastrutture o il ritiro dei ghiacciai.
Secondo diversi esperti, il fossato con Stati Uniti e Cina si è allargato perché i programmi europei sono rimasti in gran parte statali e poco propensi al rischio, mentre negli Usa l’ingresso di attori privati come SpaceX ha accelerato innovazione, riduzione dei costi e frequenza dei lanci; un decollo riuscito dalla Norvegia con un razzo progettato in Germania non risolverebbe da solo questo squilibrio, ma avrebbe un forte valore simbolico e industriale, indicando una possibile via di recupero per il settore spaziale europeo.
Spettro satellitare UE a 2 GHz: licenze in scadenza e fine dell’automatismo
La Commissione insiste che la continuità non può essere confusa con l’inerzia. In termini regolatori, ciò significa che l’Unione può scegliere se prorogare con nuove condizioni, riassegnare con un processo competitivo o ridefinire in modo più radicale l’architettura del mercato per rendere la banda “a prova di futuro”.
Il bilanciamento è delicato: garantire i servizi già dispiegati senza congelare l’innovazione; aprire alla concorrenza senza costruire nuove dipendenze che poi, inevitabilmente, diventano politiche prima ancora che industriali.
Il nodo Starlink tra scala industriale e rischio di concentrazione
Starlink è percepita come un acceleratore di mercato: scala, investimenti, velocità di esecuzione, capacità di imporre standard tecnici. Ma la stessa scala introduce il problema che Bruxelles conosce bene: la verticalità.
Quando un unico attore controlla costellazione, terminali e relazione con il cliente finale, può comprimere i costi e aumentare l’efficienza. Allo stesso tempo può accumulare potere contrattuale e decisionale.
La domanda che attraversa i palazzi europei è politica e pratica insieme: in un’infrastruttura che potrebbe diventare essenziale, chi decide priorità e accesso? Quali strumenti ha l’UE per imporre obblighi e farli rispettare nel tempo? E quanto è reversibile una dipendenza, una volta consolidata e inglobata nei processi quotidiani di cittadini, aziende e pubbliche amministrazioni?
Quando la politica entra nel dossier: frizioni con Musk e clima regolatorio. La partita Ue-Usa
A rendere la partita ancora più sensibile c’è l’attrito politico. Negli ultimi mesi, le frizioni tra Musk (e Trump) e la Commissione Ue sono aumentate dopo una sanzione al social network X e dopo richiami europei sulla gestione di contenuti controversi, inclusi quelli generati da strumenti di intelligenza artificiale associati alla piattaforma.
In un mercato pienamente libero sarebbe rumore; in un mercato regolato e per di più strategico diventa segnale, perché incide sul clima di fiducia, irrigidisce le cautele e spinge i decisori a chiedere garanzie più stringenti.
Spettro satellitare UE a 2 GHz e “paura ricomposizione”: il tema EchoStar
Un ulteriore elemento ha fatto scattare l’allerta: i legami tra EchoStar e Starlink. Negli Stati Uniti SpaceX ha acquistato licenze di spettro da EchoStar per rafforzare Starlink.
Non è una prova di ciò che accadrà in Europa, ma richiama una regola che i regolatori non possono ignorare: lo spettro può cambiare di mano e gli equilibri possono mutare più rapidamente di quanto prevedano le architetture disegnate al momento dell’assegnazione.
Da qui un timore classico: una gara pensata per aumentare concorrenza potrebbe, a valle, favorire una ricomposizione degli asset che riporti il potere in poche mani, attraverso accordi, acquisizioni o trasferimenti di diritti.
La linea europea su difesa e spazio: il 2 GHz come abilitazione strategica
Il commissario europeo per difesa e spazio, Andrius Kubilius, invita a non “perdere l’opportunità” di gestire con saggezza la nuova allocazione del 2 GHz. La sua definizione è politicamente densa: la banda come “abilitatore strategico” per le comunicazioni governative, in particolare per i servizi direct-to-device.
In parallelo, la Commissione mette a fuoco il perimetro: bilanciare la continuità dei servizi dispiegati e un uso “a prova di futuro” della banda, includendo comunicazioni sicure, direct-to-device per banda larga e applicazioni IoT, e sviluppo di un mercato unico competitivo.
Operatori cinesi e sicurezza: requisiti che diventano filtri di mercato
L’eventuale interesse di operatori cinesi alza l’asticella dei controlli. Quando si parla di infrastrutture critiche, l’Europa tende a includere valutazioni su trasparenza e governance societaria, sicurezza della supply chain, auditabilità e compliance, continuità del servizio in scenari di crisi.
Non è ideologia: è la traduzione del rischio in requisiti tecnici e contrattuali, con la consapevolezza che le dipendenze digitali, una volta create, sono più difficili da sciogliere di quelle materiali.
Dallo spettro alla resilienza: la “mentalità della scarsità” che ritorna
C’è un filo rosso che lega questa vicenda spaziale a dinamiche molto più terrestri: la “mentalità della scarsità”. Dopo anni di fiducia nella globalizzazione senza attriti, cresce l’impulso a ricostruire ridondanze, scorte e infrastrutture di sicurezza.
Nel digitale ciò significa spettro, reti e alternative di continuità; nel fisico lo si vede nelle catene di fornitura.
Emblematico il caso dei pallet in legno: produttori europei denunciano che alcune norme — dalla legislazione contro la deforestazione alle regole su imballaggi e rifiuti — stiano imponendo costi e burocrazia a un comparto che si definisce già quasi totalmente circolare. I pallet vengono riutilizzati per anni, riparati e poi recuperati; eppure nuovi obblighi rischiano, secondo l’industria, di penalizzare proprio il modello sostenibile, creando un vantaggio competitivo inatteso per alternative in plastica.
E il segnale macro inquieta: vendite in calo del 15–20% in due anni, dicono i produttori, con la sensazione che, essendo “all’inizio della catena”, i pallet registrino in anticipo ciò che poi appare nelle statistiche: frenata dei volumi, prudenza degli investimenti, rallentamento della domanda.
Spettro satellitare UE a 2 GHz: innovare senza creare la prossima dipendenza
La scelta sul 2 GHz sarà una prova di maturità regolatoria. Non basta aprire una gara: bisogna scrivere clausole che trasformino una frequenza in un’infrastruttura affidabile e contestabile.
Tra le opzioni che circolano: lotti per limitare la concentrazione, obblighi di interoperabilità e accesso, requisiti di resilienza e continuità, priorità per comunicazioni d’emergenza, meccanismi “use it or lose it” contro l’accaparramento, verifiche su governance e supply chain.
In sintesi: concorrenza, sì, ma incardinata in obblighi che impediscano di trasformare lo spettro in una leva privata incontrollabile o, peggio, in un punto singolo di vulnerabilità.
Una banda che vale più del suo mercato
La tentazione è ridurre tutto a una contesa tra incumbent e nuovi entranti, tra Viasat–EchoStar e Starlink, con la Cina come ombra geopolitica. Ma il 2 GHz è più grande della sua banda: è un test su come l’Europa governa la transizione verso reti ibride, terrestri e orbitanti, e su quanto sia disposta a pagare — in regole, vincoli, controlli — per evitare che l’innovazione diventi la prossima dipendenza.
Se l’UE sbaglia misura, rischia due errori speculari: proteggere troppo il presente e perdere la corsa sul direct-to-device; oppure aprire senza paletti e scoprire tra qualche anno che l’etere più prezioso è diventato una leva privata difficilmente governabile.
E mentre Bruxelles discute di satelliti, l’economia reale continua a mandare segnali con strumenti umili: pallet che calano, costi di compliance che salgono, burocrazia che rischia di penalizzare chi già è circolare. È la stessa storia, raccontata su scale diverse: in un mondo più instabile, la resilienza non è un lusso, è un criterio di competitività. E, sempre più spesso, si decide nei dettagli di un’allocazione.
















