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Business Wallet, Data Spaces e AI: il disegno industriale dell’UE digitale



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L’Unione Europea sta costruendo un’infrastruttura digitale fondata su identità verificabili, dati affidabili, interoperabilità e fiducia. Business Wallet, Digital Product Passport, Data Spaces e AI Act compongono una strategia industriale che può cambiare il modo in cui imprese e servizi digitali creano valore

Pubblicato il 4 ago 2026

Donato Malerba

Professore Ordinario di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e Responsabile scientifico dello Spoke 6 – Symbiotic AI del progetto FAIR – Future Artificial Intelligence Research



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Chi osserva l’Europa digitale tende ad avere un’opinione già formata: mentre Stati Uniti e Cina sviluppano nuove tecnologie, Bruxelles produce regole. L’AI Act (il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale), il Data Act (le norme sull’uso dei dati generati da dispositivi connessi), il Digital Markets Act (che limita il potere delle grandi piattaforme) e le tante altre iniziative degli ultimi anni sembrano confermarlo.

Ma se si guarda a questi provvedimenti non uno per uno, bensì come pezzi di uno stesso mosaico, il quadro cambia. L’Unione Europea non si limita a mettere paletti all’economia digitale: sta costruendo l’infrastruttura su cui potranno nascere e crescere i mercati digitali del prossimo decennio.

Il punto centrale non è, in realtà, l’intelligenza artificiale. È la capacità di creare un ambiente in cui imprese, pubbliche amministrazioni e servizi digitali possano scambiarsi informazioni in modo affidabile, sicuro e comprensibile gli uni per gli altri (gli addetti ai lavori parlano di “interoperabilità”). L’intelligenza artificiale è l’ultimo anello di una catena molto più lunga. Prima vengono identità digitali, dati affidabili, interoperabilità e fiducia negli scambi. Senza queste fondamenta anche il modello di AI più potente produce poco valore.

Il problema quotidiano delle imprese non è l’algoritmo

Negli ultimi due anni il dibattito pubblico si è concentrato quasi solo sui modelli di intelligenza artificiale generativa: ChatGPT, i grandi modelli linguistici, i chip necessari per addestrarli, la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina.

Per la maggior parte delle imprese europee, però, il problema quotidiano è un altro, molto più prosaico. Ogni giorno migliaia di aziende devono dimostrare la propria identità, presentare autorizzazioni, condividere certificati, firmare documenti, dialogare con clienti, fornitori e pubbliche amministrazioni usando procedure diverse da un Paese all’altro. Il risultato è un costo amministrativo enorme, che rallenta l’innovazione soprattutto nelle piccole e medie imprese — la spina dorsale del tessuto produttivo italiano.

Prima ancora di sviluppare nuovi algoritmi, occorre quindi rendere più semplice e affidabile il modo in cui le organizzazioni si identificano, condividono informazioni e collaborano. È da questa esigenza molto concreta che nasce buona parte delle iniziative europee più recenti.

Dal cittadino all’impresa: arriva il portafoglio digitale aziendale

Molti conoscono già l’European Digital Identity Wallet, il portafoglio digitale con cui ogni cittadino europeo potrà dimostrare la propria identità online (carta d’identità, patente, titoli di studio) da smartphone. Meno noto è il progetto gemello pensato per le imprese: lo European Business Wallet.

Non è un annuncio lontano nel tempo: il 19 novembre 2025 la Commissione Europea ha presentato ufficialmente la proposta di regolamento che lo istituisce, come parte di un più ampio “pacchetto digitale” per semplificare la vita delle imprese. L’iter legislativo è in corso: il Consiglio dell’UE ha adottato la propria posizione generale il 9 giugno 2026, mentre l’esame del testo da parte del Parlamento europeo è ancora in corso.

Definirlo semplicemente un “portafoglio” è riduttivo. In altre parole, il Business Wallet punta a diventare l’identità digitale operativa delle imprese europee. Diventerà uno strumento con cui un’impresa potrà dimostrare la propria identità, conservare e condividere certificati verificati, firmare documenti digitali, delegare rappresentanti legali e interagire con altre imprese e con le pubbliche amministrazioni usando regole comuni valide in tutta Europa. Le azioni compiute tramite il Wallet avranno lo stesso valore legale di quelle compiute di persona, su carta o con altri mezzi tradizionali.

I numeri in gioco non sono simbolici: secondo le stime della Commissione, il pacchetto digitale che comprende il Business Wallet potrebbe far risparmiare alle imprese europee almeno 160 miliardi di euro l’anno in costi amministrativi. L’uso resterà volontario per le aziende, mentre le pubbliche amministrazioni avranno l’obbligo di accettarlo entro due anni dall’entrata in vigore del regolamento.

Pensiamo a una PMI italiana che esporta macchinari in diversi Paesi europei. Oggi può essere costretta a fornire più volte la stessa documentazione, seguendo procedure diverse a seconda dello Stato membro. In futuro molte di queste informazioni potrebbero essere condivise una sola volta, in formato digitale, con credenziali verificabili e subito riconoscibili da tutti gli interlocutori autorizzati.

Dal prodotto ai dati che lo raccontano

Un ragionamento simile vale per il Digital Product Passport, il “passaporto digitale di prodotto”, spesso percepito dalle imprese come l’ennesimo adempimento normativo, e invece qualcosa di molto diverso.

L’obbligo nasce dal regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili, il cosiddetto ESPR (Regolamento UE 2024/1781), in vigore dal luglio 2024. L’idea è associare a ogni prodotto un insieme strutturato di informazioni che lo accompagnino per tutto il ciclo di vita: origine dei materiali, caratteristiche ambientali, interventi di manutenzione, riparazioni, possibilità di riutilizzo e riciclo — accessibili, tipicamente, con un QR code stampato sull’etichetta.

L’applicazione sarà graduale, prodotto per prodotto. Le batterie industriali e dei veicoli elettrici sono la prima categoria con obbligo vincolante, a partire dal 18 febbraio 2027. Il piano di lavoro della Commissione per il periodo 2025-2030 individua poi tessili, elettronica, mobili, pneumatici e acciaio come settori prioritari per i prossimi passaggi, ciascuno con propri tempi definiti da atti tecnici successivi. Il regolamento fissa al 19 luglio 2026 la scadenza entro cui la Commissione deve istituire il registro centrale europeo dei passaporti digitali — data che non coincide necessariamente con la sua piena operatività, e che, al momento in cui scriviamo (3 luglio 2026), deve ancora arrivare.

A prima vista può sembrare solo uno strumento per la sostenibilità ambientale. In realtà il suo valore economico è molto più ampio. Quando queste informazioni diventano affidabili, standardizzate e facilmente accessibili, possono alimentare una nuova generazione di servizi: un produttore potrà offrire manutenzione predittiva anziché interventi dopo il guasto, un’impresa potrà ottimizzare i consumi energetici dei propri impianti, un cliente potrà conoscere la storia completa del prodotto che acquista, un operatore del riciclo potrà recuperare materiali con più efficienza.

Il prodotto resta importante, ma il valore si sposta progressivamente verso i dati che lo descrivono e i servizi che quei dati rendono possibili.

L’intelligenza artificiale ha bisogno soprattutto di dati affidabili

Questa trasformazione riguarda direttamente anche l’intelligenza artificiale. Negli ultimi anni si è parlato molto della potenza dei modelli di AI, molto meno della qualità dei dati che li alimentano. Eppure, nelle applicazioni industriali, il principale ostacolo all’adozione dell’AI non è quasi mai l’algoritmo: è la difficoltà di disporre di dati completi, aggiornati, coerenti e affidabili. Le informazioni sono spesso sparse in sistemi diversi, descritte con linguaggi differenti e difficili da mettere insieme.

Per questo motivo le iniziative europee dedicate ai dati assumono un’importanza strategica che va oltre la loro apparenza tecnica. Se le imprese inizieranno a produrre dati standardizzati, interoperabili e certificati, diventerà molto più semplice sviluppare servizi basati sull’intelligenza artificiale che funzionino davvero, non solo in laboratorio.

Questa visione è coerente con il paradigma della Data-Centric AI, che negli ultimi anni ha spostato l’attenzione dalla sola progettazione dei modelli alla qualità dei dati che li alimentano. Non è un rilievo isolato. Come ho argomentato in un precedente intervento su questa testata, il paradigma dominante nello sviluppo dell’AI investe tutto sui modelli e quasi nulla sui dati che li alimentano — un errore che oggi è tanto metodologico quanto industriale e regolatorio, perché produce sistemi fragili e sempre più lontani dai requisiti dei nuovi quadri normativi europei (“AI, l’errore di puntare tutto sui modelli e poco sulla qualità dei dati”). Il filone di ricerca noto come Data-Centric AI formalizza questo spostamento di prospettiva, mostrando come la qualità, la tracciabilità e la cura sistematica dei dati siano oggi il principale fattore che determina l’affidabilità di un sistema di intelligenza artificiale, più della scelta dell’architettura del modello.

In altre parole, l’Europa sembra puntare meno sulla corsa ai modelli più grandi e più sulla costruzione di un ecosistema di dati affidabili che permetta a quei modelli — europei o no — di produrre valore reale.

La fiducia diventa un’infrastruttura digitale europea

C’è un ulteriore elemento che accomuna molte di queste iniziative: la fiducia. Le imprese possiedono enormi quantità di dati, ma spesso non li condividono perché temono di perdere il controllo delle informazioni o il proprio vantaggio competitivo.

Per superare questo problema stanno nascendo gli spazi europei dei dati (Data Spaces), ecosistemi nei quali i dati possono essere condivisi mantenendo il controllo su come vengono usati. Non è un progetto isolato: nel novembre 2025 la Commissione ha pubblicato la Data Union Strategy, che rilancia e accelera la creazione di questi spazi comuni in settori come salute, mobilità, energia, agricoltura e ambiente, con un’attenzione esplicita a renderli pronti per alimentare applicazioni di intelligenza artificiale.

L’obiettivo non è creare grandi banche dati centralizzate in mano a un unico soggetto. È permettere alle organizzazioni di collaborare in modo sicuro, definendo chi può accedere ai dati, per quali scopi e a quali condizioni — un principio già alla base del Data Act, il regolamento entrato in applicazione nel settembre 2025 che dà a imprese e cittadini più controllo sui dati generati dai propri dispositivi connessi.

In questo contesto, identità digitale, Business Wallet, credenziali verificabili, Data Spaces e Digital Product Passport non sono iniziative indipendenti. Sono componenti della stessa infrastruttura, pensate per funzionare insieme.

Una nuova politica industriale, non solo regole

Osservando queste iniziative nel loro insieme emerge una strategia che va oltre la semplice regolazione. Prima si costruiscono identità digitali affidabili. Poi si rendono interoperabili documenti, certificati e dati. Successivamente si creano ecosistemi in cui quei dati possono essere condivisi in sicurezza. Infine, su questa base, diventano possibili nuovi servizi basati sull’intelligenza artificiale.

Tutto questo è coerente con il rapporto di Mario Draghi sulla competitività europea, presentato nel settembre 2024, che indica proprio nella frammentazione del mercato unico e nella complessità amministrativa due dei principali freni alla crescita del continente. La Bussola per la competitività (Competitiveness Compass), presentata dalla Commissione Europea nel gennaio 2025 ha tradotto quell’analisi in una tabella di marcia con obiettivi precisi: ridurre del 25% gli oneri amministrativi complessivi e del 35% quelli a carico delle piccole e medie imprese. Il Business Wallet è stato definito esplicitamente dalla Commissione come uno dei “pilastri” di questa agenda di semplificazione.

È un approccio diverso rispetto a quello di altri grandi attori globali, che spesso puntano prima sulla scala dei modelli e poi, eventualmente, sulle regole. L’Europa sembra voler costruire innanzitutto le condizioni di fiducia necessarie perché il mercato possa svilupparsi in modo solido.

Nessun sistema di intelligenza artificiale può creare valore duraturo senza dati affidabili, identità verificabili e regole condivise per lo scambio delle informazioni.

Questa strategia può apparire meno spettacolare della corsa a modelli di AI sempre più potenti. Ma potrebbe rivelarsi altrettanto, se non più, importante nel lungo periodo.

La sfida per le imprese italiane

Per il sistema produttivo italiano questa trasformazione è una sfida significativa. Le nostre imprese sono spesso eccellenti nella progettazione e nella produzione di beni manifatturieri, ma dovranno imparare a competere anche attraverso i dati e i servizi digitali che a quei beni si accompagnano.

La differenza competitiva non sarà più solo nella qualità del prodotto. Sarà nella capacità di offrire manutenzione predittiva, certificazioni digitali, tracciabilità, servizi di sostenibilità, assistenza intelligente e nuovi modelli di business costruiti sull’intero ciclo di vita del prodotto. Per riuscirci serviranno investimenti mirati nella qualità dei dati aziendali, nell’interoperabilità dei sistemi informativi e nelle competenze digitali, non solo tecniche, ma anche organizzative.

Oltre la falsa alternativa tra innovazione e regolazione

Per anni il dibattito europeo ha contrapposto innovazione e regolazione, come se fossero due obiettivi incompatibili. Ma la storia insegna che i mercati più dinamici nascono quando esistono standard condivisi, fiducia tra gli operatori e infrastrutture comuni su cui tutti possono contare.

È probabilmente questa la direzione in cui si sta muovendo l’Unione Europea, anche quando prova — con il cosiddetto Digital Omnibus, il pacchetto di semplificazione delle norme digitali avviato nella seconda metà del 2025 — a correggere le proprie regole più onerose senza abbandonarne l’impianto di fondo. L’AI Act, il Business Wallet, il Digital Product Passport e i Data Spaces non sono semplicemente nuovi regolamenti. Sono i tasselli di una strategia che punta a rendere il mercato unico europeo anche un mercato unico dei dati e dei servizi digitali.

Per anni abbiamo misurato la competizione sull’intelligenza artificiale contando il numero di modelli o la potenza dei supercomputer. Forse, nei prossimi anni, il vero vantaggio competitivo dipenderà anche da altro: dalla capacità di costruire un ecosistema nel quale dati affidabili, identità digitali e servizi intelligenti possano dialogare senza attriti.

Se questa è davvero la direzione intrapresa dall’Europa, allora la sua partita non si gioca soltanto sull’AI, ma sull’infrastruttura economica che renderà possibile l’AI.

Riferimenti bibliografici

European Business Wallet

European Commission, Proposal for a Regulation on the establishment of European Business Wallets, COM(2025) 838 final — eur-lex.europa.eu

European Commission, European Business Wallets — digital-strategy.ec.europa.eu

Digital Product Passport ed ESPR

Regolamento (UE) 2024/1781 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 giugno 2024 (ESPR — Ecodesign for Sustainable Products Regulation) — eur-lex.europa.eu

Data Spaces e strategia europea per i dati

European Commission, Common European Data Spaces — digital-strategy.ec.europa.eu

Qualità dei dati e Data-Centric AI

Malerba, D., Pasquadibisceglie, V., “AI, l’errore di puntare tutto sui modelli e poco sulla qualità dei dati”, Agenda Digitale, 5 giugno 2026 — agendadigitale.eu

Malerba, D. et al., “Data-Centric AI Manifesto: How Data Quality Drives Modern AI”, Electronics, 2026, 15(9), 1913 — mdpi.com

Competitività e politica industriale europea

Draghi, M. (2024), The Future of European Competitiveness, Commissione Europea, 9 settembre 2024 — commission.europa.eu

Articolo aggiornato al 3 luglio 2026. I riferimenti a proposte legislative in corso (in particolare il regolamento sui Business Wallet) riflettono lo stato della procedura alla data di pubblicazione e potranno evolvere nelle fasi successive dell’iter tra Parlamento europeo e Consiglio.

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