La governance AI globale era il grande obiettivo dell’India AI Impact Summit 2026 di Nuova Delhi. Ma un’immagine vale più di qualsiasi comunicato ufficiale.
Indice degli argomenti
La foto che racconta tutto: Altman e Amodei non si danno la mano
C’è una foto, infatti, che meglio dei comunicati stampa può aiutare ad analizzare l’esito dell’India AI Impact Summit 2026 che si è tenuto a Nuova Delhi dal 16 al 21 febbraio.
L’immagine raffigura il Primo Ministro indiano Narendra Modi al centro, con le mani alzate e il sorriso trionfante, e alla sua sinistra si intravedono tra i vari partecipanti anche il CEO di OpenAI Sam Altman accanto al fondatore di Anthropic Dario Amodei.
Modi invita tutti ad alzare le braccia al cielo tenendosi reciprocamente le mani, come campioni al termine di una partita vittoriosa. Ma Altman e Amodei rifiutano di prendersi la mano.
Quella foto di famiglia doveva consacrare il quarto capitolo di una serie di vertici cominciata a Bletchley Park nel Regno Unito nel 2023 e passata per Seoul e Parigi. Il primo incontro a essere ospitato da una nazione del Sud Globale. Cinque giorni di sessioni, workshop e annunci, oltre cinquecentomila visitatori registrati, più di cento paesi rappresentati, venti capi di stato e di governo presenti. E, al termine, la firma della “Dichiarazione di Nuova Delhi”.
Nonostante questi numeri, l’immagine di Altman e Amodei che non si danno la mano lascia aperta una domanda: l’India è riuscita veramente a trovare un consenso unanime sulla governance dell’AI, mettendo d’accordo tutti gli attori in campo, dai governi ai campioni tecnologici?
La dichiarazione di Nuova Delhi: principi condivisi, ma senza vincoli
Il documento più atteso che poteva rispondere a questo interrogativo era proprio la dichiarazione finale.
Governi e organizzazioni internazionali hanno sottoscritto un testo che si struttura intorno a tre principi guida (People, Planet, Progress) e sette aree tematiche prioritarie: democratizzazione delle risorse AI, crescita economica e bene sociale, AI sicura e affidabile, AI per la scienza, inclusione per l’empowerment sociale, sviluppo del capitale umano e sistemi AI resilienti.
Il comunicato ufficiale del ministero degli Esteri indiano lo ha definito “un momento significativo nella cooperazione globale sull’intelligenza artificiale“.
La posizione americana: no alla governance centralizzata
Un entusiasmo raffreddato dalle parole del rappresentante americano al summit Michael Kratsios, direttore dell’Office of Science and Technology Policy della Casa Bianca: “gli Stati Uniti rifiutano totalmente la governance globale dell’AI. Crediamo che l’adozione dell’AI non possa portare a un futuro migliore se è soggetta a burocrazie e controllo centralizzato”.
La delegazione a stelle e strisce è arrivata a Nuova Delhi portando vari annunci di iniziative — tra le quali un programma AI-focused del Peace Corps e nuovi fondi della Banca Mondiale per aiutare i Paesi meno avanzati — per ampliare l’uso dell’AI anche alle nazioni che per ora restano ai margini della nuova rivoluzione tecnologica. Ma il tutto è stato inquadrato nel linguaggio della competizione e dell’espansione commerciale, non della governance condivisa.
Un approccio che ha partorito una dichiarazione con principi di valore, ma che resta volontaria e non vincolante. Un risultato lontano dal “global compact on AI” che Modi aveva invocato al G20, prospettando un accordo strutturato, con impegni chiari da parte dei vari attori, sul modello di altri framework multilaterali internazionali.
India nel duopolio USA-Cina: ambizioni globali e contraddizioni strutturali
Per comprendere le aspettative che hanno accompagnato il summit di Nuova Delhi, bisogna inserirlo nel grande scacchiere globale dell’AI, dominato da Stati Uniti e Cina. In questo scenario bipolare, l’India si trova in una posizione peculiare: troppo grande per essere ignorata, troppo dipendente dall’esterno per essere considerata una potenza. Il Paese può contare su oltre 5 milioni di ingegneri, il più grande pool di talenti tecnologici al mondo dopo gli Stati Uniti, eppure non ha un modello linguistico di frontiera riconosciuto a livello globale.
La diaspora dei suoi cervelli dirige alcune delle aziende tech più influenti del pianeta, da Sundar Pichai di Google ad Arvind Krishna di IBM, eppure il suo ecosistema domestico di startup resta ancora in attesa di una vera ondata di venture capital dedicato all’AI. In mezzo a queste contraddizioni, il summit era diventato, prima di tutto, un atto geopolitico. Modi ha fatto leva sull’evento per affermare le ambizioni globali dell’India nell’AI dopo un anno complicato in politica estera, segnato dalle tariffe imposte da Trump, dalle tensioni commerciali e da una relazione con Washington più complicata del previsto.
Ospitare il summit significava rivendicare uno spazio di primo piano nel nuovo scenario geopolitico dominato dalla tecnologia e lanciare un messaggio agli altri concorrenti, in particolare le monarchie del Golfo, sempre più attive nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Miliardi annunciati, supremazia americana confermata
All’evento sono stati annunciati numeri importanti. Reliance Industries e Jio hanno presentato un piano da 110 miliardi di dollari in infrastrutture dati e AI nei prossimi sette anni.
Il gruppo Adani ha comunicato l’intenzione di portare la sua piattaforma di data center da circa 2 gigawatt a 5 gigawatt, con un investimento stimato in 100 miliardi. Microsoft ha ribadito il proprio impegno da 17,5 miliardi in cloud e AI in India, come parte di un piano da 50 miliardi nei paesi del Global South entro il 2030.
Google ha dichiarato di voler investire 15 miliardi per infrastrutture AI di base e un nuovo sistema di cavi in fibra ottica — “America-India Connect” — che unirà Stati Uniti, India ed emisfero australe. Sono cifre che però confermano la supremazia americana più che far intravedere l’emergere di nuove potenze. I due maggiori gruppi indiani (Reliance e Adani) hanno impegnato circa 210 miliardi in vari anni, ovvero un terzo di quello che le big tech americane prevedono di spendere solo nel 2026.
La Cina gioca in difesa: il robot-cane come metafora dei limiti indiani
La Cina ha giocato una partita più discreta, ma non meno significativa. Pechino ha firmato la dichiarazione finale, ma senza concedere troppa enfasi. Sui media cinesi il summit è stato inquadrato per lo più come un tentativo di visibilità dell’India, non come un vero passo in avanti nella governance globale dell’AI.
Pechino aspira a un ruolo di guida per i Paesi in via di sviluppo e non gradisce probabilmente l’attivismo indiano, pur restando consapevole della propria superiorità, attestata anche da un grottesco episodio avvenuto durante il summit. L’università indiana Galgotias ha dovuto abbandonare lo spazio espositivo dopo aver presentato come frutto di un innovativo sviluppo domestico un robot-cane che in realtà è stato prodotto dall’azienda cinese Unitree Robotics. La vicenda — amplificata dal fatto che il ministro indiano dell’Elettronica e delle Tecnologie dell’Informazione Ashwini Vaishnaw ha condiviso il video del robot — è una metafora che ben racconta la distanza tra la retorica dell’AI sovrana e la realtà dei suoi limiti.
Verso Ginevra 2027: il duopolio resiste, le nuove potenze aspettano
Questa distanza è la condizione strutturale di chiunque oggi voglia sfidare il duopolio che governa l’intelligenza artificiale. La partita si gioca a Washington e a Pechino e dal summit di Nuova Delhi non sono emerse regole condivise per governare questa competizione sempre più accesa.
I temi del Global South, delle lingue sottorappresentate, dell’AI come strumento di sviluppo inclusivo sono più visibili di quanto non fossero prima, ma al momento non si intravede nessuna prospettiva concreta di nuove potenze in grado di inserirsi con convinzione in questa competizione nel breve e medio periodo. L’unica certezza è che al prossimo appuntamento di Ginevra nel 2027 sarà ancora il duopolio a dominare la scena.















