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IPO di SpaceX, perché Wall Street scommette sul futuro di Musk



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Il debutto in Borsa di SpaceX si chiude con una forte crescita del titolo e una valutazione record. Il successo dell’IPO rafforza la posizione di Elon Musk, rilancia il ruolo delle banche di Wall Street e apre interrogativi sulle prossime quotazioni nel settore AI

Pubblicato il 15 giu 2026

Umberto Bertelè

professore emerito di Strategia e chairman degli Osservatori Digital Innovation Politecnico di Milano



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La sensazione era quella di seguire in tempo “reale” sul sito del Corriere della Sera la finale di Sinner a Roma piuttosto che a Madrid, mentre ero invece (Fig.1) sul sito di The Wall Street Journal (WSJ) a seguire in tempo “quasi reale” (con il consueto ritardo dovuto a ragioni commerciali) il debutto in Borsa di SpaceX, dopo il successo della vendita al mercato esattamente del numero di azioni e al prezzo stabiliti da Elon Musk.

Una vendita che aveva fatto salire a 1.770 miliardi di $ la valutazione della società – oltre mezzo trilione in più rispetto a quella di 1.250 miliardi data a inizio anno in occasione della fusione fra SpaceX e xAI (Figg. 2 e 3) – e portato a casa 75 miliardi di risorse fresche: risorse stra-necessarie per avviare quel processo di crescita in grado di giustificare in qualche modo un valore apparentemente sproporzionato (Fig. 4) per una impresa che nel 2025 aveva realizzato meno di 20 miliardi di ricavi con una perdita netta di quasi 5.

L’IPO che non ci saremmo mai aspettati che potesse verificarsi (The Economist)

“It was the IPO that was never supposed to happen”, l’IPO che non ci saremmo mai aspettati che potesse verificarsi, il commento di The Economist.

Un’IPO vista con grande perplessità da chi lo guardava con gli occhi della razionalità, ma su cui nessuno – nemmeno le testate economiche di maggior prestigio al mondo – era disposto a scommettere su un insuccesso: viste le precedenti performance di Elon Musk (il valore di un trilione e mezzo attribuito a Tesla, soprattutto dopo la impressionante crescita della concorrenza cinese, non è nemmeno esso facilmente spiegabile, se non con le speranze destate dall’allargamento al business dei cosiddetti “umanoidi”) e vista l’enorme richiesta delle azioni poste in vendita con l’IPO (quattro volte la quantità offerta, anche a seguito della elevata quota riservata agli investitori non istituzionali).

E il successo c’è stato ed è stato notevole: +19% circa la crescita del valore delle azioni rispetto al prezzo fissato da Musk per quelle (il 5% del totale) appena vendute, con un ulteriore balzo della capitalizzazione a 2,1 trilioni (Tab. 1).

Tab. 1 Le 16 imprese con almeno 1 trilione di $ di capitalizzazione a livello mondiale al momento della chiusura delle Borse venerdì 12 giugno: SpaceX è settima in assoluto e sesta fra le statunitensi, tutto operanti nel mondo digitale (fonte Companies Market Cap)  

Elon Musk da miliardario a primo triliardario della storia

Al grande eco dell’IPO e alla conferma del suo successo nel primo giorno di quotazione ha sicuramente contribuito il passaggio di Elon Musk da “semplice” miliardario, anche se il più ricco al mondo, a primo “triliardario” della storia. Con un patrimonio che, pari ora secondo Bloomberg a 1,05 trilioni di $ circa, non è lontano – volendo fornire un ordine di grandezza – dagli 1,15 trilioni del PIL 2025 della Svizzera piuttosto che dell’Olanda ed è superiore agli 0,98 trilioni del PIL della Polonia.

Musk ha un altro record, anche se alcuni sostengono che in futuro potrebbe procedere a una fusione: ha fondato, controlla ed è CEO di ben 2 delle top 10 imprese per capitalizzazione su scala mondiale: SpaceX, ora settima, e Tesla decima (Tab. 1), con una somma delle capitalizzazioni di 3,63 trilioni. Una cifra questa che, sempre nello spirito di fornire un ordine di grandezza e non di indicare il valore che potrebbe emergere da una fusione, si colloca a metà strada circa fra il valore di Apple (4,28) e quello di Microsoft (2.90).

Elon Musk: la capacità di far sognare le persone con affascinanti scenari futuri

La seconda edizione del mio libro “Strategia”, di una decina di anni fa, si apriva proprio con il caso Tesla e con la figura di Elon Musk. Ero rimasto particolarmente colpito da una sua intervista del 2006, molto anteriore quindi all’apparizione di Tesla sul mercato, in cui descriveva con grande lucidità i suoi progetti, poi progressivamente realizzati. Ero rimasto colpito dalla sua idea di concepire l’auto elettrica

  • come un qualcosa di assolutamente nuovo, più simile – come qualcuno la definì allora – ad un “iPhone con le ruote” che non a un’auto tradizionale con un motore elettrico al posto di quello a combustione interna e una batteria al posto del serbatoio di benzina o diesel;
  • come un qualcosa che alla stregua di un PC o uno smartphone poteva essere aggiornato e migliorato dopo la vendita;
  • come un qualcosa destinato nel futuro a poter funzionare senza conducente, da cui la necessità di iniziare da subito a raccogliere la maggior quantità possibile di dati.

E qualche anno prima, nel 2002, aveva fondato SpaceX con il fine dichiarato di creare le tecnologie per un accesso più facile e meno costoso allo spazio e in prospettiva per la colonizzazione di Marte (tuttora citata nei documenti per l’IPO a un quarto di secolo di distanza come uno degli obiettivi su cui valutare le sue prestazioni): creando vettori per il lancio in orbita in grado per la prima volta di essere in parte recuperati e riutilizzati e costruendosi una rete di oltre 10mila satelliti che gli permette sia di offrire servizi di telecomunicazione nelle zone più remote (con Starlink) sia anche di influenzare l’esito di guerre (quale quella russo-ucraina) scegliendo a chi concedere l’uso della rete stessa per scopi bellici e/o decidendo a suo piacimento (come accaduto) di sospenderne la disponibilità.

Per non parlare della recente idea, affascinante ma tutta da verificare nei tempi e nei costi, di creare nello spazio – così superando l’ostilità crescente dei territori agli insediamenti e utilizzando direttamente il sole come fornitore delle grandi quantità di energia necessarie – una grande rete di data center: uno dei punti chiave, nella presentazione dell’IPO, per spiegare il potenziale economico (sinora in larga misura inespresso) di SpaceX.

Non solo sogni, anche protezione degli investitori fedeli

La capacità di far sognare le persone – come sottolineato in molti commenti in questi giorni – ha fatto nascere intorno a Musk una sorta di “esercito di fedeli”, pronto a seguirlo anche nelle avventure dagli esiti a priori più incerti.

“The market debut … will be a testament to investors’ faith in Mr. Musk, who has, among other things, promised to use the company to put people on Mars”, scriveva ad esempio The New York Times qualche giorno prima dell’IPO, sottolineando l’atto di fede richiesto agli investitori. E così FT: “SpaceX’s $1.78tn IPO asks investors to buy Musk’s moonshots – Public markets asked to price in advances in AI, Starlink and space-based computing long before lift-off”, definendo “moonshots” i progetti di Musk, con riferimento allo scetticismo con cui era stato accolto agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso il progetto Apollo di far sbarcare l’uomo sulla luna. Ma Musk non vende solo sogni, ma cerca sempre di non tradire i suoi investitori anche quando gli investimenti non hanno grandi successi come nel caso di xAI (che non riusciva a tenere i ritmi di Anthropic, OpenAI e Google): il salvataggio per gli investitori è stato realizzato inglobando xAI stessa in SpaceX all’inizio di quest’anno, attribuendole un valore elevato in vista anche della futura nascita (di cui ho parlato in precedenza) della rete di data center nello spazio.

Il ruolo “collusivo” delle grandi banche nel promuovere l’IPO di SpaceX

Il 4 giugno: “Goldman Sachs expects SpaceX’s AI revenue to increase 100-fold by 2030: Projections by Wall Street bank underpin the $1.78tn valuation group is pitching in IPO”, con l’accusa evidente, quella di sostenere tesi al limite dell’assurdo pur di promuovere un’IPO molto redditizia per la banca. Il 13 giugno, a IPO avvenuto, con l’accusa estesa a tutte le grandi banche che avevano gestito l’operazione di aver convinto gli investitori a sottoscrivere l’IPO senza sottolinearne la rischiosità (nonché il potere eccessivo previsto per Elon Musk): “How Wall Street pulled off the biggest IPO in history for SpaceX: Bankers convinced investors to believe in a sci-fi strategy, overlook steep losses and hand full control to Elon Musk”. E il giorno prima era stato Richard Waters, il noto “west coast editor” di FT, a intervenire in modo simile – “SpaceX’s IPO is a display of Musk’s dominance – His unrivalled grip on the public imagination has transmuted into Wall Street gold” – con un sottotitolo soprattutto originale, che evidenziava come la grande presa di Musk sulla immaginazione pubblica si fosse tramutata in oro per Wall Street, con la constatazione fra parentesi che “With fees estimated at about $500mn, it’s probably not surprising that there were few warnings from the Wall Street establishment that the shares might be overvalued”, che mezzo miliardo di $ di compensi per l’operazione può far dimenticare il ruolo che le banche dovrebbero svolgere.

Il successo dell’IPO di SpaceX e il segnale per Anthropic e OpenAI

Il momento appare particolarmente favorevole, e non è solo il successo dell’IPO di SpaceX a evidenziarlo. Con due incognite: se l’atmosfera favorevole durerà e per quanto; se i conflitti di Anthropic con l’amministrazione Trump, che hanno avuto un rilancio negli ultimi giorni, e le cause intentate da molti Stati a OpenAI con le accuse più varie, in fase di giudizio anch’esse in questi giorni, potranno in misura più o meno significativa raffreddare l’attuale entusiasmo del mercato.

Qualche altra prova – al di là del successo dell’IPO di SpaceX (che però “mescolava” AI e spazio) – del momento favorevole per l’afflusso di soldi – sotto le forme più varie – alle imprese operanti nella filiera dell’AI? La prima che mi viene in mente è il recentissimo aumento di capitale effettuato “quasi silenziosamente” da Alphabet-Google, per coprire almeno in parte le enormi spese che sta annualmente sostenendo per la messa a punto della infrastruttura AI: ben 85 miliardi di $, 10 in più dei 75 raccolti da SpaceX (che però ha un accordo con alcuni dei principali investitori istituzionali che permette loro l’acquisto di ulteriori quote a condizioni predefinite sino a un ammontare totale anch’esso predefinito. Sembra che Meta punti a qualcosa di simile e l’esempio potrebbe essere seguito da altri hyperscalers (Amazon, Microsoft, Oracle), nessuno dei quali al momento più in grado di finanziare gli investimenti infrastrutturali con i propri “free cash flow”. E agli aumenti di capitale si aggiungono i ricorsi ai prestiti, in continua crescita, in forma visibile nei bilanci o con veicoli finanziari ad hoc che li rendono poco trasparenti.

I guai recentissimi di Anthropic, sino a pochi giorni fa sulla cresta dell’onda? Cito solo il più rilevante: il blocco da parte della amministrazione Trump della messa a disposizione di governi, imprese e individui stranieri dei suoi modelli più avanzati Fable 5 e Mythos 5, dopo una segnalazione di pericolosità “curiosamente” avanzata dal CEO di Amazon (azionista di lunga data di Anthropic, con accordi per l’utilizzo da parte di Anthropic stessa dei data center di Amazon).

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